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Il data center dell’ETH che svecchierà il campus di Zurigo

L’innovativo HRZ di Hönggerberg potrà unire calcolo, architettura e sostenibilità: meno siti provvisori, più sicurezza e raffreddamento ad aria

Data center ETH: nuovo centro di calcolo del Politecnico Federale di Zurigo nel campus Hönggerberg, pensato per potenziare infrastrutture digitali, server, sicurezza informatica ed efficienza
Il volume principale del futuro Hauptrechenzentrum dell’ETH Zürich, progettato come data center ad alta disponibilità per server, sistemi di memoria e comunicazioni del Politecnico Federale di Zurigo, con grandi aperture dedicate alla gestione dell’aria e del raffreddamento (Illustrazione: Penzel Valier AG)

Un centro di calcolo universitario non è soltanto una macchina tecnica. È una scelta infrastrutturale che anticipa il modo in cui ricerca, didattica e amministrazione useranno dati, reti e capacità computazionale nei prossimi anni. È in questa prospettiva che la Svizzera guarda al nuovo Hauptrechenzentrum, o HRZ, che l’ETH Zürich sta realizzando sul campus Hönggerberg: un edificio poco esposto al pubblico, ma destinato a sostenere una parte essenziale della vita digitale dell’ateneo.

Il progetto nasce da un’esigenza concreta: consolidare sistemi distribuiti, sostituire ambienti provvisori e fornire una base più stabile alla crescita della domanda di elaborazione e archiviazione. La stessa ETH presenta il nuovo centro come un tassello della strategia di alta disponibilità delle infrastrutture ICT: gli utenti devono poter accedere ai servizi necessari con la massima continuità possibile. In un’università tecnico-scientifica, questo significa garantire non solo email, reti e applicazioni amministrative, ma anche ambienti di calcolo e storage collegati alle attività dei dipartimenti.

Il valore industriale dell’intervento sta proprio nella sua natura ibrida. L’HRZ è un’infrastruttura digitale, ma anche un caso di trasformazione digitale applicata all’edilizia tecnica. Il progetto mette insieme architettura, gestione energetica, resilienza informatica, materiali a minore impatto e capacità di adattamento. Non è un edificio rappresentativo nel senso tradizionale; è piuttosto un nodo funzionale, progettato per essere modificabile, raffreddabile, protetto e aggiornabile.

La posa della prima pietra è stata celebrata nell’aprile 2024, dopo l’avvio delle attività preparatorie e di scavo alla fine del 2023. Secondo la comunicazione dell’ETH, i lavori dovrebbero concludersi entro la fine del 2025, con la messa in esercizio da parte dei servizi informatici prevista dall’inizio del 2026. Nelle ricostruzioni di settore è emerso anche un ordine di grandezza economico significativo: Inside IT ha indicato un costo complessivo di 49 milioni di franchi e una superficie finale superiore a 4000 metri quadrati.

Data center ETH: cantiere e progetto del nuovo Hauptrechenzentrum nel campus Hönggerberg di Zurigo, infrastruttura tecnologica per ricerca, innovazione, server e reti dell’ateneo svizzero
La mappa del campus Hönggerberg dell’ETH Zürich con edifici, strade interne e percorsi principali: l’area occidentale del complesso accoglierà il nuovo Hauptrechenzentrum HRZ, il data center del futuro del Politecnico Federale di Zurigo (Mappa: ETH Zürich/swisstopo)

Il nodo che concentra reti, server e copie di sicurezza

Il termine “nervenzentrum”, usato dalla stampa locale per descrivere l’HRZ, non è una semplice immagine giornalistica. Nel nuovo edificio dovranno convergere funzioni diverse: sistemi server, storage, comunicazioni, accesso principale al data network di Hönggerberg e spazi dedicati al cosiddetto band robot, il sistema di salvataggio su nastro utilizzato per le copie di sicurezza. La logica è quella della ridondanza: i dati del campus Zentrum e di Hönggerberg vengono preservati in modo da mantenere copie in sedi distinte.

La scelta riflette una tendenza consolidata nel mondo della tecnologia: le organizzazioni ad alta intensità di ricerca cercano di ridurre la frammentazione dei piccoli data room, spesso nati per esigenze contingenti, e di spostarli in strutture più controllate. In un contesto universitario, la frammentazione ha un costo doppio. Da un lato aumenta la complessità di gestione; dall’altro rende più difficile garantire standard uniformi su sicurezza fisica, alimentazione elettrica, raffreddamento e continuità operativa.

Ulrich Weidmann, vicepresidente per le infrastrutture dell’ETH Zürich, ha sintetizzato così la funzione del nuovo centro nella comunicazione ufficiale dell’ateneo:

“Il nuovo centro di calcolo garantisce un approvvigionamento informativo e comunicativo sicuro, performante, ad alta disponibilità e sostenibile”.

La dichiarazione è breve, ma segnala i quattro criteri che oggi definiscono il valore di una infrastruttura digitale critica: sicurezza, prestazioni, disponibilità e impatto ambientale. Il punto non è costruire capacità computazionale isolata, bensì rendere più robusto l’intero ecosistema informativo dell’ateneo.

Rui Brandao, direttore dei servizi informatici dell’ETH Zürich, ha usato una formula ancora più diretta:

“L’HRZ sarà il centro nevralgico dell’approvvigionamento IT a Hönggerberg”.

Questa centralità riguarda anche la crescita fisica del campus. Secondo Höngger.ch, il sito di Hönggerberg è destinato ad aumentare nei prossimi anni di circa 60 per cento e a diventare più grande della sede nel centro cittadino. La pressione sulla capacità digitale non deriva quindi soltanto dall’aumento dei dati prodotti dalla scienza, ma anche dall’evoluzione spaziale e organizzativa dell’università.

Un edificio tecnico progettato per cambiare nel tempo

La scelta architettonica dell’ETH è stata affidata allo studio zurighese Penzel Valier AG, selezionato anche per la capacità di affrontare un sito delicato: il nuovo volume si colloca come chiusura occidentale del campus Hönggerberg, nella costellazione degli edifici centrali di approvvigionamento HEZ, al confine fra campus, quartiere residenziale e pendio visibile. Non è una collocazione neutra. Un data center deve essere protetto, ma non può ignorare paesaggio, accessi, ventilazione e rapporto con il contesto urbano.

Il nuovo HRZ sarà formato da quattro corpi di fabbrica interconnessi, ciascuno con una funzione specifica. Un settore ospiterà i server, un altro sarà dedicato al raffreddamento, mentre gli altri due serviranno per accessi, scale e corridoi. La soluzione architettonica è leggibile anche come risposta alla variabilità tecnologica: i data center cambiano più rapidamente degli edifici ordinari, perché variano i carichi, le dimensioni dei rack, le modalità di raffreddamento e le esigenze di sicurezza.

Per questo il progetto prevede grandi spazi server e ambienti tecnici privi di ingombri strutturali rilevanti. La possibilità di spostare server o aumentare capacità senza interventi invasivi è un requisito industriale, non un dettaglio progettuale. Nelle infrastrutture per Big Data, ricerca computazionale e servizi digitali, la rigidità edilizia può diventare rapidamente un vincolo operativo.

Secondo i dati riportati da Inside IT, nel completamento del progetto sono previsti quasi 190 rack e una potenza utile dei locali di sistema nell’ordine di 800 kilowatt. La stessa fonte indica, a pieno carico, un consumo superiore a 9 milioni di kilowattora all’anno, di cui 7,7 milioni destinati alla potenza utile IT. Sono numeri da leggere con cautela, perché riferiti a una configurazione di pieno utilizzo, ma aiutano a comprendere la scala del problema: la capacità digitale richiede architetture energetiche esplicite.

L’HRZ non è il supercomputer dell’ETH, né sostituisce il ruolo del CSCS di Lugano nell’high performance computing nazionale. È però una infrastruttura di base per l’ateneo, quella che tiene insieme rete, archiviazione, sicurezza e servizi. In questo senso, il suo contributo all’innovazione è meno spettacolare ma più sistemico: rende più affidabile il terreno su cui si appoggiano ricerca, software, dati sperimentali e amministrazione.

Raffreddamento ad aria e materiali a minore impatto

La parte più interessante del progetto, sul piano tecnologico, riguarda il rapporto fra energia e continuità di servizio. L’ETH dichiara che i locali server saranno raffreddati tramite un sistema indiretto ad aria esterna con scambiatori aria-aria. In pratica, l’aria fredda dell’ambiente e l’aria calda espulsa dalle sale server si incontrano nello scambiatore senza mescolarsi direttamente, trasferendo calore in modo controllato.

Quando la temperatura esterna risulta troppo elevata, l’aria viene ulteriormente raffreddata mediante umidificazione con acqua piovana trattata. L’evaporazione abbassa la temperatura dell’aria e consente di evitare l’impiego di macchine frigorifere aggiuntive. È un passaggio importante, perché il raffreddamento rappresenta una delle voci più rilevanti nel consumo energetico dei data center. La possibilità di riutilizzare il calore di scarto aggiunge un ulteriore elemento di efficienza.

Questa impostazione si inserisce nel dibattito più ampio sulla sostenibilità delle infrastrutture digitali. La domanda di calcolo cresce con simulazioni scientifiche, automazione, analisi dati e modelli di intelligenza artificiale. Tuttavia, l’espansione della capacità non può essere valutata soltanto in termini di performance. Conta anche il modo in cui l’edificio usa aria, acqua, materiali, energia elettrica e superfici disponibili.

Nel nuovo HRZ, il tetto sarà dotato di fotovoltaico per una produzione elettrica propria. La struttura portante principale utilizzerà il legno, mentre per la facciata è previsto calcestruzzo riciclato in grado di immagazzinare stabilmente CO2. La scheda di progetto del fornitore Zirkulit indica la consegna di circa 2000 metri cubi di zirkulit beton, con un risparmio dichiarato di circa 3000 tonnellate di risorse primarie e 20 tonnellate di CO2 immagazzinate come effetto di sequestro nel materiale.

Il dato non trasforma un data center in un edificio a impatto nullo. Permette però di leggere l’intervento come un laboratorio di compromessi: una funzione energivora viene inserita in un involucro che tenta di ridurre emissioni incorporate, consumo di risorse e necessità di raffreddamento attivo. È qui che la innovazione infrastrutturale si distingue dalla semplice sostituzione edilizia.

Anche le misure per la biodiversità hanno un ruolo non marginale. L’ETH prevede spazi per pipistrelli e rondoni, oltre a muri in calcestruzzo battuto con inserti di substrato per rettili e anfibi. Sono elementi apparentemente laterali, ma indicano una progettazione in cui un edificio tecnico viene trattato come parte di un ecosistema fisico, non come scatola isolata dal campus.

Dalla ricerca ai servizi: perché conta l’infrastruttura

La trasformazione dell’HRZ va interpretata anche come segnale per il settore pubblico, le università e le grandi organizzazioni knowledge intensive. Per molti anni, una parte dell’innovazione digitale è stata raccontata soprattutto attraverso software, piattaforme e applicazioni. Oggi torna evidente la dimensione materiale: fibra, nodi di rete, sale server, sistemi di backup, continuità elettrica, raffreddamento e governance dello spazio.

Per un ateneo come l’ETH Zürich, l’infrastruttura non è un servizio secondario. Le attività di laboratorio generano dataset complessi; la ricerca computazionale richiede ambienti stabili; la didattica usa piattaforme digitali; l’amministrazione dipende da sistemi sempre disponibili. La Sicurezza e Privacy dei dati non si garantiscono soltanto con policy o software, ma anche con luoghi fisici progettati per proteggere accessi, ridondanza e continuità.

La curiosità della time capsule, sepolta durante la posa della prima pietra, rende visibile questa stratificazione fra passato e futuro. Nel contenitore sono stati inseriti materiali destinati ai posteri, tra cui un nastro usato dal sistema di archiviazione. È un dettaglio simbolico: il futuro digitale dell’ateneo viene affidato anche a una tecnologia di backup analogica, scelta non per nostalgia ma per robustezza, costo e affidabilità nella conservazione di lungo periodo.

In questa tensione fra avanguardia e continuità si trova il senso industriale del progetto. L’HRZ non propone una rivoluzione appariscente, ma consolida funzioni critiche in un edificio capace di adattarsi. Il risultato atteso è una maggiore resilienza del campus, una migliore efficienza energetica e una riduzione della dipendenza da locali provvisori o distribuiti.

Per il mercato delle infrastrutture digitali, il caso di Hönggerberg segnala una direzione concreta: i data center del futuro non saranno valutati solo per capacità, densità o disponibilità, ma anche per integrazione architettonica, impronta materiale, riuso del calore e flessibilità operativa. In questo senso, la nuova infrastruttura dell’ETH Zürich è un progetto di trasformazione digitale tanto quanto un’opera edilizia.

Quando entrerà in funzione, l’HRZ dovrà dimostrare la coerenza fra ambizione progettuale e gestione quotidiana. È lì che si misurerà il valore effettivo dell’investimento: nella capacità di sostenere ricerca, amministrazione e servizi senza aumentare inutilmente complessità e impatto. Per la Svizzera dell’innovazione, il punto non è costruire un monumento alla potenza di calcolo, ma un’infrastruttura silenziosa e verificabile, capace di rendere più affidabile il lavoro scientifico dei prossimi anni.

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La capsula del tempo del nuovo Hauptrechenzentrum dell’ETH Zürich, con documenti, disegni e messaggi per le generazioni future, prima dell’interramento nel campus Hönggerberg di Zurigo durante la cerimonia di avvio dei lavori (Foto: das)

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