L’accordo siglato a Chengdu consolida la cooperazione scientifica in campo atomico, accelerando progettazione, ricerca e formazione avanzata

(Foto: ITER Organisation)
Il futuro dell’energia da fusione compie un passo decisivo con il nuovo accordo tra il consorzio europeo EUROfusion e l’ITER International Fusion Energy Organization, firmato il 20 ottobre 2025 durante la IAEA Fusion Energy Conference a Chengdu, in Cina. L’intesa apre una fase di cooperazione più agile e mirata, pensata per affrontare con rapidità alcune delle sfide progettuali più urgenti poste dal recente aggiornamento del “baseline” di ITER, oggi riconosciuto come la principale infrastruttura globale dedicata alla fusione magnetica.
EUROfusion, che da anni coordina la ricerca europea per colmare i gap tecnologici individuati dal progetto internazionale, vede in questa intesa una cornice operativa più forte e soprattutto più veloce. L’obiettivo è sostenere ITER nel passaggio da grande cantiere scientifico a impianto capace di testare in modo concreto il potenziale della fusione come fonte energetica sicura e low-carbon. Il nuovo quadro di collaborazione è pensato come un fast-track che convoglia risorse, competenze e attività su bisogni tecnici immediati, integrando fisica, ingegneria e sviluppo dei materiali.
Al centro del documento figurano tre prime aree di intervento: il supporto alla progettazione della prima parete del tokamak, la messa a punto di tecniche avanzate di rivestimento in tungsteno su componenti in acciaio inossidabile e un insieme di iniziative congiunte dedicate alla formazione della prossima generazione di specialisti. Tutti elementi considerati cruciali per garantire un avvio operativo robusto e sicuro dell’impianto di Cadarache.
La firma dell’accordo da parte di Gianfranco Federici, Programme Manager di EUROfusion, e di Pietro Barabaschi, Direttore generale di ITER, certifica la volontà comune di rendere più stretta la cooperazione bilaterale e di creare un modello di contributo europeo più coordinato e incisivo nei prossimi due anni.
Federici ha ricordato come l’intesa rappresenti
“un nuovo livello di partenariato”
e permetta di concentrare le migliori competenze europee
“dove servono di più”.
Barabaschi ha sottolineato che ITER è una
“struttura per la comunità”,
e che la disponibilità di EUROfusion a mettere risorse al servizio dell’avanzamento tecnico del reattore costituisce
“un passo particolarmente significativo”
in un momento in cui molte scelte progettuali richiedono risposte rapide, solide e condivise.

(Foto: UKAEA/EUROfusion)
La nuova cornice tecnica per affrontare le sfide progettuali
Tra le priorità individuate, la prima parete occupa un posto particolare. Si tratta dell’elemento che si trova a diretto contatto con l’ambiente di plasma, posizionato tra il nucleo caldo del reattore e la struttura interna. La sua funzione, legata alla resistenza a flussi termici estremi e a bombardamenti neutronici, ne fa una componente determinante per la durabilità e l’integrità dell’impianto. Proprio per questo motivo, il contributo europeo sarà focalizzato su studi di progettazione, analisi dei materiali, modellistica di comportamento termico e qualifica di processi di fabbricazione.
Una seconda area cruciale riguarda lo sviluppo e l’ottimizzazione di tecniche di coating al tungsteno, considerato il materiale più idoneo a sopportare le condizioni operative del tokamak. Il deposito stabile del tungsteno su acciaio inossidabile è un processo notoriamente complesso, che richiede precisione, stabilità e cicli di qualifica severi per garantire la resistenza del rivestimento nel tempo. La possibilità di contare su gruppi europei specializzati in materiali avanzati consente di velocizzare la definizione delle procedure di lavorazione e dei test di validazione necessari per la sicurezza del reattore.
Un terzo pilastro dell’accordo è dedicato alla formazione. La fusione richiede figure interdisciplinari: fisici del plasma, ingegneri nucleari, specialisti in materiali refrattari, esperti di manutenzione remota, tecnici della sicurezza e professionisti della simulazione e del controllo. La carenza di competenze, riconosciuta da istituzioni internazionali e organismi scientifici, rende strategico un programma didattico condiviso che possa trasferire sapere tecnico alle nuove generazioni. In questo contesto, l’accordo prevede scambi, workshop, attività di mentoring e la definizione di percorsi educativi mirati.
Richard Kamendje, International Collaborations Manager di EUROfusion, ha spiegato che l’obiettivo è
“attivare le attività il più rapidamente possibile”,
ricordando che gruppi congiunti
“hanno già iniziato a lavorare”
a contatto con gli esperti ITER.
Luo Delong, Deputy Director-General Corporate della ITER Organization, ha ricordato che ci sono molte questioni da affrontare. Per quanto riguarda il calendario,
“abbiamo preso impegni che si sono rivelati difficili da mantenere”
e che ora dobbiamo lavorare per
“conservare e ricostruire la fiducia di tutti i nostri stakeholder”.

(Illustrazione: EUROfusion)
Ricadute industriali e rafforzamento dell’ecosistema europeo
L’intesa ha un valore strategico anche per l’ecosistema industriale europeo. La fusione non è più soltanto un campo di ricerca di frontiera, ma una piattaforma che mobilita settori industriali avanzati legati a superconduttori, robotica per ambienti ostili, materiali ad alte prestazioni, modellistica computazionale, diagnostica e controllo digitale dei plasmi. Per l’Italia, la presenza di centri come ENEA e il nuovo Divertor Tokamak Test di Frascati rafforza il ruolo nazionale all’interno di filiere tecnologiche complesse e aumenta le possibilità di partecipare a nuove commesse industriali legate alla fusione.
L’accordo prevede un orizzonte iniziale di due anni, ma la sua struttura è pensata per essere estendibile
“finché necessario”.
I primi risultati attesi riguardano la definizione di soluzioni ingegneristiche per il design della prima parete, l’avanzamento delle tecniche di rivestimento e il consolidamento dei programmi formativi. Parallelamente, prosegue il lavoro scientifico sul plasma, supportato anche da studi modellistici avanzati sviluppati recentemente, che mirano a migliorare la capacità di previsione del comportamento del plasma in condizioni operative.
Le sfide restano numerose: qualificazione dei materiali sotto intensi flussi neutronici, gestione del trizio, scalabilità industriale dei componenti, standard di sicurezza e regolamentazione. Lo stesso Federici sottolinea che, dopo ITER, sarà necessario un cambio di scala tecnologico per arrivare a un impianto di produzione elettrica basato sulla fusione, come il futuro DEMO. Tuttavia, l’accordo firmato a Chengdu rappresenta una base solida per affrontare questa transizione.

(Illustrazione: EUROfusion)
Verso una nuova fase della cooperazione scientifica europea
L’intesa tra EUROfusion e ITER rafforza la posizione dell’Europa nel campo della fusione e stabilisce un modello di cooperazione che unisce ricerca, ingegneria e formazione in un’unica visione. La fusione rimane un obiettivo complesso, ma l’accordo di Chengdu mostra che la comunità scientifica europea sta costruendo un approccio più maturo, condiviso e orientato ai risultati.
Il passaggio da grande esperimento scientifico a piattaforma tecnologica richiede continuità, investimenti e soprattutto collaborazione strutturata: elementi che questa nuova fase sembra finalmente consolidare. L’Europa entra così in un ciclo di innovazione che punta a trasformare la promessa della fusione in realtà operativa, preparando il terreno non solo per ITER, ma per il sistema energetico del futuro.
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(Foto: ITER Organisation)



