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Kush: un deserto senza padrone, un progetto che sfida i confini

Un’iniziativa visionaria punta a trasformare Bir Tawil in un laboratorio di sostenibilità e di innovazione, tra energia pulita e moneta digitale

Visione del Regno di Kush a Bir Tawil, un progetto che punta a coniugare architettura moderna, sostenibilità ambientale e inclusione economica, coinvolgendo comunità locali e diaspora africana
Tecnologia, sanità, energia pulita, agricoltura e infrastrutture costituiscono le basi del piano per Kush: la diaspora africana e le comunità locali sono indicate come protagoniste della costruzione di una città che vuole farsi motore di sviluppo equo, resiliente e sostenibile
(Illustrazione: Kingdom of Kush)

Bir Tawil è una delle curiosità geopolitiche più enigmatiche al mondo. Situato fra Egitto e Sudan, questo lembo di deserto di poco più di duemila chilometri quadrati rappresenta un unicum: nessuno dei due Paesi lo rivendica ufficialmente a causa di un intreccio di linee di confine risalenti all’epoca coloniale e ai tempi dell’impero britannico. È ciò che il diritto internazionale definisce “terra nullius”, una “terra di nessuno” che, almeno sulla carta, rimane fuori da ogni sovranità statale.

È in questo spazio sospeso che si colloca il progetto “The New Kush: Bir Tawil Project”, presentato nel 2025 come iniziativa registrata al numero #SDGAction57385 nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. L’idea è tanto visionaria quanto controversa: trasformare un territorio disabitato e ostile in un microstato sostenibile, alimentato da una gigantesca centrale solare da dieci gigaWatt, regolato da una governance decentralizzata su blockchain e sostenuto da una valuta digitale garantita dall’oro, la KushCoin.

Il piano, congegnato dal finanziere newyorchese Mansa Suliman Al Kushi, prevede una crescita a fasi. Nei primi due anni si ipotizza un insediamento pilota con piccoli impianti solari, un avvio di estrazione aurifera artigianale e le prime emissioni di moneta digitale. Successivamente, la capacità energetica dovrebbe salire a cento megaWatt, con la costruzione di un impianto di desalinizzazione per rendere abitabile un luogo privo di acqua dolce. Nei quattro anni successivi si punta a raggiungere un gigaWatt di energia solare e ad ampliare la circolazione globale della KushCoin. L’ultima fase, prevista a dieci anni, è quella più ambiziosa: dieci gigaWatt di energia, un milione di abitanti e il tentativo di ottenere un riconoscimento internazionale almeno parziale.

Dietro questa visione si intravede il desiderio di mostrare un modello di sviluppo che coniughi energia pulita, innovazione tecnologica e inclusione finanziaria. Ma le difficoltà non mancano e la strada è disseminata di interrogativi irrisolti.

Il Regno di Kush a Bir Tawil si propone come smart city africana, fondata su energia solare, moneta digitale e governance innovativa, per trasformare una terra di confine in motore di sviluppo
Il progetto della smart city del Regno di Kush promette architettura avveniristica, design innovativo e tecnologie sostenibili: dalle torri solari alle infrastrutture intelligenti, l’obiettivo è trasformare un’area disabitata in un esperimento di convivenza umana e progresso ambientale
(Illustrazione: Kingdom of Kush)

Tra innovazione e incognite legali: nodi ancora irrisolti

Se da un lato il progetto sembra incarnare gli ideali contemporanei di sostenibilità e sperimentazione istituzionale, dall’altro solleva questioni che toccano il cuore del diritto internazionale. La creazione di un microstato non può prescindere dal riconoscimento da parte di altri soggetti sovrani, in primis i due Paesi confinanti. Né l’Egitto né il Sudan hanno però mai mostrato la minima intenzione di rinunciare a un eventuale controllo futuro, nonostante l’attuale disinteresse politico a rivendicare l’area.

Inoltre, il deserto non è realmente vuoto come a volte viene descritto. Bir Tawil è attraversato da tribù nomadi, in particolare gli Ababda, che lo utilizzano da secoli per spostamenti e attività di estrazione aurifera artigianale. Per questo motivo parlare di terra “disabitata” può risultare fuorviante: l’assenza di strutture permanenti non significa assenza di legittimi usi tradizionali. Un progetto come New Kush dovrebbe quindi porsi seriamente il problema del coinvolgimento delle comunità locali, evitando la riproposizione di logiche coloniali mascherate da modernità.

Alle difficoltà politiche e sociali si aggiungono quelle pratiche. Bir Tawil è un territorio desertico, con temperature estreme, scarsità d’acqua e totale assenza di infrastrutture. Costruire centrali solari, impianti di desalinizzazione, reti abitative e logistiche richiede investimenti colossali, competenze tecniche avanzate e alleanze solide con attori internazionali. Anche la governance basata su DAO, ossia organizzazioni autonome decentralizzate, resta più un concetto teorico che una pratica consolidata su scala nazionale.

Studi e analisi accademici su una “terra di nessuno”

Per comprendere meglio la portata del progetto, ho raccolto opinioni di esperti che si occupano di diritto, sostenibilità e studi africani.

La professoressa Amani Al Tawil, egiziana, specialista in relazioni tra la propria Nazione e il Sudan, sottolinea come Bir Tawil rappresenti un’anomalia affascinante del diritto internazionale:

“Pur essendo considerato terra nullius, non si può prescindere dalle comunità che lo attraversano e lo utilizzano. Un’iniziativa come New Kush, se realmente intende mostrarsi come modello di sviluppo sostenibile, dovrebbe partire dal dialogo con chi conosce e vive il territorio, altrimenti rischia di trasformarsi in una narrazione senza radici”.

Di tutt’altro taglio è l’analisi del giurista internazionale Chaloka Beyani, che richiama i criteri della Convenzione di Montevideo:

“Un’entità può definirsi Stato solo se dispone di una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di intrattenere relazioni internazionali. Al momento, New Kush non soddisfa nessuno di questi requisiti. Senza il consenso di Egitto, Sudan o di organizzazioni internazionali, rimane una proposta visionaria, non una realtà giuridica”.

Infine, l’antropologo Dean Karalekas, che ha studiato a lungo la cultura degli Ababda, mette in guardia contro l’idea che il deserto del Sahara sia uno spazio vuoto pronto ad accogliere nuove utopie.

“Il territorio è già abitato, sebbene in modo non permanente, ed è usato per pratiche tradizionali che comportano diritti culturali e morali. Ignorare questo fatto significherebbe costruire su fondamenta fragili”.

Bir Tawil e il Regno di Kush rappresentano un’utopia contemporanea: una città sostenibile nel deserto che unisce tecnologia, energia pulita e servizi innovativi per diventare hub continentale
Due dignitari nel deserto stringono in mano le bandiere del Regno di Kush, simbolo di un’identità che richiama la Nubia antica: l’immagine vuole evocare l’eredità storica e culturale di una civiltà che, sulle rive del Nilo, costruì regni e città capaci di dialogare con l’Egitto faraonico
(Foto: Kingdom of Kush)

Scenari tra sogno e pragmatismo nel cuore del Sahara

Le prospettive sul futuro di New Kush oscillano tra ottimismo e scetticismo. In uno scenario positivo, il progetto riuscirebbe a costruire un’alleanza multilivello: da un lato le istituzioni locali e regionali, dall’altro partner tecnologici e finanziari pronti a investire su larga scala. In questo caso, Bir Tawil potrebbe davvero trasformarsi in un laboratorio di governance verde e di finanza etica, con la KushCoin come simbolo di un’economia nuova e inclusiva.

Ma è altrettanto plausibile uno scenario intermedio, in cui l’iniziativa resti confinata a piccoli esperimenti pilota, qualche installazione solare, attività di mining parzialmente regolate e scarsa visibilità internazionale. In tale contesto, il rischio è che New Kush rimanga più un manifesto che una realtà tangibile.

Esiste infine la possibilità di un epilogo negativo, caratterizzato da conflitti politici e giuridici, contrasti con le comunità locali e fallimento delle promesse infrastrutturali. Se Egitto e Sudan dovessero percepire il progetto come minaccia, o se gli investitori internazionali si ritirassero per mancanza di garanzie, New Kush potrebbe rapidamente dissolversi come molte altre micronazioni sorte su Bir Tawil negli ultimi decenni.

Un’utopia africana che attende l’ennesima prova dei fatti

Con il termine Kush, si intende la regione o l’omonimo regno, situato nella Nubia in Nord Africa, tra il sud dell’Egitto moderno e la parte settentrionale del Sudan, in cui si svilupparono alcune importanti civiltà e culture. Come per gli egizi, l’asse dello sviluppo della civiltà di Kush fu il fiume Nilo, sulle cui rive si formarono vari centri di civilizzazione, tra cui Kerma, Napata e Meroe.

La regione della Nubia, che ispira l’odierno progetto per il rilancio e lo sviluppo di Bir Tawil, è stata una delle prime culle della civiltà, producendo diverse società complesse che si occupavano di commercio e industria.

New Kush è senza dubbio uno dei progetti più audaci e discussi del 2025. Mescola sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica, nuove forme di governance e aspirazioni di indipendenza in un unico esperimento che ha come palcoscenico uno dei luoghi più ostili del pianeta.

Se riuscirà a superare gli ostacoli giuridici, politici e pratici, potrebbe diventare un modello replicabile per altre regioni marginali del mondo, dimostrando che la frontiera del deserto può trasformarsi in un laboratorio globale. Ma se dovesse mancare di riconoscimento istituzionale, trasparenza e radicamento locale, rischierebbe di restare soltanto un sogno raccontato nei documenti progettuali.

Al momento, l’unica certezza è che Bir Tawil, da “terra di nessuno”, è diventata un simbolo delle nuove utopie globali. Resta da vedere se sarà anche il terreno fertile di una nuova forma di sviluppo o l’ennesimo miraggio destinato a svanire nella sabbia del deserto.

Il progetto del Regno di Kush per la terra nullius di Bir Tawil

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Il Regno di Kush punta a rafforzare il legame con la diaspora africana, già riconosciuta come “sesta regione” dall’Unione Africana: l’obiettivo è offrire una voce comune e un centro operativo che trasformi competenze, investimenti e identità culturali in opportunità economiche concrete
(Illustrazione: Kingdom of Kush)

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