Una piccola Nazione insulare vuole diventare il primo Stato sostenibile dell’emisfero occidentale grazie al rapporto fra punti caldi e innovazione

(Foto: The Organisation of Eastern Caribbean States)
Saint Kitts e Nevis, minuscola federazione di due isole nel cuore delle Piccole Antille, ha deciso di porsi un obiettivo che potrebbe entrare nei libri di storia: diventare il primo Paese indipendente dell’emisfero occidentale interamente alimentato da energia rinnovabile. Una sfida che non riguarda soltanto l’ambiente, ma anche l’economia, la politica e la credibilità internazionale.
Il percorso scelto dal Governo guidato dal Primo Ministro Terrance Drew si concentra sulla geotermia, una risorsa ancora poco sfruttata a livello globale, ma di grande potenziale nelle aree vulcaniche. A Nevis, infatti, il calore del sottosuolo è più vicino alla superficie rispetto ad altre parti del mondo, rendendo più accessibile e meno costosa la perforazione.
“La nostra posizione geografica ci offre un vantaggio unico”,
ha dichiarato Konris Maynard, Ministro delle Infrastrutture, Energia e dell’ICT.
“Non è necessario trivellare a profondità estreme: ciò abbassa i costi e aumenta la fattibilità di un progetto che può cambiare la vita ai nostri cittadini”.
Oggi l’arcipelago dipende ancora in larga parte dal Diesel importato. Un modello che grava sui bilanci pubblici costringe a sussidi statali per tenere sotto controllo le bollette domestiche e scoraggia l’arrivo di industrie a forte consumo energetico. Con la transizione, invece, la minuscola Nazione federale punta a liberare risorse, creare nuove opportunità economiche e consolidarsi come hub regionale delle rinnovabili.
Geotermia, finanziamenti e un accordo politico inatteso
Il progetto non nasce dal nulla. Da oltre vent’anni diverse amministrazioni hanno provato ad avviare esplorazioni geotermiche, scontrandosi con costi, incertezze e divergenze tra il Governo federale e l’amministrazione di Nevis.
La svolta è arrivata con una formula finanziaria ideata dalla Banca di Sviluppo dei Caraibi: un meccanismo di “contingently recoverable grant” da 17 milioni di dollari, che si trasforma in prestito soltanto se la perforazione ha successo. A questa cifra si è aggiunto un prestito di 20 milioni dal Fondo Saudita per lo Sviluppo, portando il budget a circa 37 milioni.
La somma è sufficiente per realizzare cinque pozzi (tre di produzione e due di reiniezione) e ha convinto compagnie di livello internazionale a partecipare alla gara d’appalto lanciata nel luglio 2025. Tra le candidate ci sono nomi come Iceland Drilling Company e Ormat Technologies, con esperienza globale nel settore. L’avvio delle perforazioni è previsto per il 2026.
Al di là degli aspetti tecnici, ciò che ha stupito osservatori regionali è stata la decisione dell’Assemblea Nazionale di dichiarare le risorse geotermiche di Nevis un bene federale. Una mossa che ha sciolto le tensioni tra le due amministrazioni locali e ha mandato un segnale di unità ai partner internazionali.
“È stato un atto politico coraggioso”,
ha commentato Mark Brantley, Premier di Nevis.
“Abbiamo scelto di mettere da parte le differenze per guardare al bene comune. Questa energia può ridurre i costi, attrarre investimenti e trasformare la nostra economia in modo duraturo”.

(Foto: The Organisation of Eastern Caribbean States)
Una sola rete elettrica per due isole adesso più unite
La prospettiva non riguarda soltanto Nevis, ma l’intera Federazione. L’idea è costruire un’unica rete elettrica interconnessa che permetta di distribuire in maniera equilibrata l’energia rinnovabile prodotta su entrambe le isole.
Attualmente Saint Christopher e Nevis operano su sistemi separati, con costi elevati e minore resilienza. Con la geotermia, invece, si punta a un’infrastruttura condivisa capace di garantire continuità di approvvigionamento e maggiore attrattività per l’industria.
“Un’unica griglia elettrica significa un unico mercato energetico”,
ha sottolineato il Ministro Maynard.
“Se un’impresa manifatturiera vuole stabilirsi a Saint Kitts, potrà contare anche sull’energia geotermica prodotta a Nevis, e viceversa. È un salto di qualità che rende l’intera federazione più competitiva”.
La prospettiva si inserisce in un più ampio piano strategico, la Sustainable Island State Agenda (SISA), lanciata al “Global Sustainable Islands Summit” 2025.
L’agenda si articola in sette pilastri che vanno dalla sicurezza idrica alla protezione sociale, dall’economia circolare alla transizione energetica. L’ambizione è fare di Saint Christopher e Nevis un laboratorio vivente per le Small Island Developing States (SIDS), e non soltanto per esse.
La locale produzione di energia come nuova industria
Uno dei punti più affascinanti del progetto è la possibilità che Saint Kitts e Nevis non si limiti a coprire il proprio fabbisogno, ma diventi esportatore netto di energia. Le stime preliminari parlano di pozzi capaci di produrre tra 5 e 10 megaWatt ciascuno, per un totale di 30 MW: più di quanto serva oggi alle due isole.
Da qui nasce l’idea di interconnessioni sottomarine con altre isole caraibiche. Antigua dista appena 60 chilometri, Sint Maarten circa 50: distanze tecnicamente superabili, come dimostra il collegamento di oltre 200 km tra Mallorca e la Spagna.
“Abbiamo già dimostrato di poter sognare in grande”,
ha osservato il Primo Ministro Terrance Drew in occasione del Summit di Basseterre.
“Essere esportatori significherebbe ridisegnare il ruolo della Federazione nell’area caraibica, da piccolo consumatore a fornitore regionale”.
Parallelamente si guarda al cosiddetto Power-to-X: usare l’energia rinnovabile per produrre idrogeno, ammoniaca o altri vettori energetici esportabili. Una prospettiva che aprirebbe filiere industriali completamente nuove per un Paese con poco più di 50mila abitanti, la cui indipendenza dal Regno Unito risale appena al 19 settembre 1983, trasformandolo in un attore rilevante nelle catene globali della transizione verde.
Dal summit globale al consenso regionale nelle Antille
Il 2025 ha visto Saint Kitts e Nevis ospitare il Global Sustainable Islands Summit, evento che ha raccolto leader, esperti e imprese da ogni parte del mondo. L’incontro ha confermato come le SIDS, spesso percepite come fragili, possano invece essere laboratori di innovazione climatica.
Zoë Brown, giovane ricercatrice delle Bahamas, ha definito l’esperienza
“un banco di prova per soluzioni replicabili altrove. Qui le sfide sono immediate, e ciò costringe a innovare più rapidamente che nei grandi Paesi”.
Anche Albert Bryan Junior, Governatore delle Isole Vergini Americane, ha sottolineato l’importanza della collaborazione:
“Se Nevis guida l’energia e altri Paesi eccellono in agricoltura o costruzioni, insieme possiamo costruire un Caribe resiliente. Nessuna isola può farcela da sola”.

(Foto: The Organisation of Eastern Caribbean States)
Un piccolo Paese che ispira il mondo e tutto il Caribe
La storia di Saint Christopher e Nevis è un racconto di ambizione e pragmatismo. Una Nazione piccola per superficie e popolazione che ha scelto di non rassegnarsi a un destino di dipendenza energetica e vulnerabilità climatica. Le trivellazioni inizieranno nel 2026, ma già oggi la federazione a due è diventata un simbolo di ciò che significa innovare con coraggio.
“Saint Kitts and Nevis is small enough to make big changes”,
ripete spesso Konris Maynard. Ed è forse proprio la scala ridotta che rende possibile un approccio integrato, capace di unire politica, tecnologia e comunità. Se il progetto avrà successo, le due isole non saranno soltanto il primo Stato completamente sostenibile dell’emisfero occidentale: diventeranno un esempio per tutte le SIDS e, più in generale, per il mondo intero.
L’intervento del Ministro Konris Maynard al Consiglio OECS 2025 sull’energia
La geotermia nei Caraibi orientali: l’innovativo progetto GEOBUILD dell’OECS
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(Foto: The Organisation of Eastern Caribbean States)






