Dal Donetsk alla Crimea, passando per Lugansk, le ricchezze minerarie alimentano ambizioni opposte, accordi globali e logiche di sfruttamento

Mentre in superficie la guerra in Ucraina continua a consumare vite e territori, nel sottosuolo si combatte un conflitto parallelo: quello per il controllo delle risorse. Litio, uranio, grafite e terre rare: parole che rimandano a batterie, semiconduttori e tecnologie verdi, ma che nell’Est europeo e in Russia hanno assunto una dimensione geopolitica esplosiva.
La regione del Donbass, con le province e le autoproclamate repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk, e la Crimea sono divenute epicentro di questa contesa. Lì si concentrano gran parte delle riserve ucraine di carbone, ferro e metalli critici, oltre a giacimenti offshore di gas naturale nel Mar Nero. Non è un caso se dal 2014, con l’annessione della Crimea, la strategia russa ha seguito un filo conduttore ben preciso: consolidare il controllo delle aree più ricche di risorse.
“La geografia del conflitto corrisponde in larga parte alla geografia delle risorse. Chi controlla queste province, controlla il futuro economico della regione”,
ha notato il politologo russo Fëdor Luk’janov, Presidente del Council on Foreign and Defense Policy in un’intervista a “Kommersant” del giugno 2025.

Dal litio alla grafite, il carburante dell’innovazione
Le materie prime custodite nel sottosuolo ucraino e ambite dai russi non rappresentano soltanto un tesoro nazionale, ma sono oggi tra i pilastri su cui poggia l’innovazione mondiale.
In un’epoca in cui la transizione ecologica e digitale corre parallela, litio e grafite sono fondamentali per le batterie di nuova generazione che alimentano auto elettriche, sistemi di accumulo per le rinnovabili e dispositivi portatili.
Le terre rare (neodimio, praseodimio, disprosio) sono essenziali per la costruzione di turbine eoliche ad alta efficienza, per i magneti permanenti dei motori elettrici e per componenti di smartphone e satelliti.
L’uranio, abbondante in Ucraina entro i confini del 1918, torna ad avere un ruolo strategico nel sostenere la nuova stagione del nucleare civile, destinato a fornire energia stabile a centri dati e infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Anche il gallio e il germanio, presenti nel Paese un tempo nel cuore dell’URSS, sono materiali chiave per la microelettronica e per i semiconduttori che rendono possibili algoritmi sempre più sofisticati. Senza questi elementi non esisterebbero supercomputer, reti 5G, sistemi quantistici emergenti o robotica avanzata.
È per questo che la mappa dei minerali critici coincide oggi con la mappa della competizione tecnologica globale: Stati Uniti, Europa, Cina e, ovviamente, Russia guardano alle riserve ucraine non soltanto come fonti di energia o profitto, ma come veri e propri strumenti di potere innovativo.

La posizione di Kiev: sovranità e rinascita verde
Per l’Ucraina, le risorse minerarie non sono soltanto materia prima, ma leva di indipendenza. Il Governo di Kiev ribadisce che lo sfruttamento di litio e terre rare può diventare il motore della ricostruzione e garantire un futuro energetico senza legami forzati con Mosca.
Il presidente Volodymyr Zelensky, nel suo discorso di maggio 2025, ha sottolineato:
“Ogni concessione mineraria deve servire prima di tutto al popolo ucraino. Non permetteremo che il nostro sottosuolo diventi merce di scambio”.
Al centro di questa visione c’è l’accordo firmato a Washington il 30 aprile precedente con gli Stati Uniti, che prevede la creazione di un Fondo Congiunto di Investimento finanziato al 50 per cento dai proventi delle concessioni. Per Kiev, questo patto significa attrarre capitali, tecnologia e garanzie di sicurezza; per i critici, rischia di trasformare l’Ucraina in una dipendenza estrattiva occidentale.
Come nota Oleksandr Kravchuk, economista ucraino del think tank Social Movement:
“Se gestito male, questo accordo potrebbe lasciare in Ucraina soltanto buchi nel terreno. Ma se sarà trasparente, sarà la chiave della nostra ricostruzione”.

La narrazione di Mosca: sicurezza e legittimità storica
Dal lato russo, la giustificazione ufficiale al controllo di Crimea, Donetsk e Lugansk non si limita al linguaggio militare. Mosca insiste da anni sul concetto di Novorossija, territori considerati storicamente legati alla Russia. A ciò si aggiunge la convinzione che le risorse della regione siano vitali per la stabilità economica e per l’autonomia energetica.
Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, in un’intervista a “Izvestija” dello stesso mese di aprile ha dichiarato:
“Non stiamo sottraendo risorse a nessuno. Stiamo proteggendo aree storicamente russe, e impedendo che diventino strumenti di pressione occidentale contro la nostra sicurezza”.
Dal punto di vista industriale, la Russia ha già integrato nelle proprie filiere parte dei giacimenti di carbone e gas del Donbass e progetti offshore nel Mar Nero. Secondo i dati del Ministero russo dell’Energia, le risorse minerarie oggi controllate ammontano a oltre 10 trilioni di dollari, una cifra che rappresenta per Mosca non soltanto ricchezza, ma anche leva strategica in negoziati internazionali.
Esperti neutrali: rischio di “guerra delle materie prime”
Analisti internazionali sottolineano che, al di là delle giustificazioni politiche, la realtà è una: le materie prime ucraine sono un nodo centrale delle catene globali. La ricercatrice Gracelin Baskaran del CSIS di Washington osserva che
“serviranno fino a vent’anni per trasformare i depositi in produzione reale. Molti dati risalgono agli Anni 70 e 80: bisogna aggiornare mappe geologiche e investire in tecnologie moderne”.
Secondo il dottor Jiayi Zhou, del SIPRI di Stoccolma,
“una spartizione delle risorse senza un quadro multilaterale rischia di accendere una nuova guerra delle materie prime, non soltanto tra Russia e Ucraina, ma anche tra Stati Uniti, UE e Cina”.
La Repubblica Popolare Cinese, infatti, domina la raffinazione globale di terre rare e segue con attenzione le mosse americane e europee in Ucraina. Bruxelles, dal canto suo, ha inserito il Paese nella lista dei partner strategici per il Critical Raw Materials Act, puntando a ridurre la dipendenza da Pechino.

Crimea e Mar Nero: c’è un fronte energetico offshore
Se Donetsk e Lugansk rappresentano il cuore minerario terrestre, la Crimea e il Mar Nero simboleggiano il futuro energetico offshore. Giacimenti di gas stimati in circa 2.000 miliardi di metri cubi si trovano lungo la piattaforma continentale.
Per l’Ucraina, prima del 2014, queste riserve erano la promessa di indipendenza dal gas russo. Per Mosca, dopo l’annessione, sono diventate parte integrante della propria strategia energetica. La compagnia statale russa Chernomorneftegaz ha già integrato alcune aree nella rete di produzione nazionale.
“Il controllo della Crimea significa anche controllo dei corridoi energetici del Mar Nero. È un asset che vale tanto quanto un gasdotto”,
nota l’analista energetica Tatiana Mitrova, ex Skolkovo Energy Centre.
Equilibri futuri: tre gli scenari in bilico fra Mosca e Kiev
Gli scenari possibili per il 2025-2030 restano incerti.
Gli esperti ne delineano almeno tre:
Cessione territoriale in cambio di sicurezza: Kiev rinuncia a Donetsk, Lugansk e Crimea, ottenendo garanzie di protezione e fondi per la ricostruzione. Ma perderebbe metà delle sue risorse più preziose.
Amministrazione congiunta o internazionale: improbabile, ma teoricamente possibile, con la supervisione di UE e ONU sulla gestione dei giacimenti.
Partizione de facto: lo scenario oggi più realistico; Mosca consolida i territori occupati, l’Ucraina punta sulle risorse rimaste e su investimenti occidentali.
Ciascuna ipotesi porta con sé vantaggi e rischi. Per l’Unione Europea, perdere l’accesso a risorse ucraine significherebbe maggiore dipendenza da Cina e Russia. Per gli Stati Uniti, significa decidere se trattare Kiev come partner sovrano o come semplice fornitore di materie prime.

La necessità di un bilanciamento globale, pur se fragile
La ricchezza mineraria dell’Ucraina (da Donetsk a Lugansk, fino alla Crimea) è più di una posta economica: è un crocevia geopolitico. Per Kiev rappresenta la via alla sopravvivenza e alla rinascita verde; per Mosca è garanzia di sicurezza e continuità storica; per Stati Uniti, UE e Cina è una casella essenziale nel grande gioco delle risorse critiche.
Come ha sintetizzato l’analista russo Dmitrij Trenin del Carnegie Moscow Center,
“il Donbass e la Crimea non sono soltanto questioni territoriali. Sono la chiave del futuro energetico e tecnologico dell’Eurasia”.
Equilibrio e compromesso sembrano lontani. Ma senza un’intesa chiara sulla gestione delle risorse, qualsiasi accordo militare rischia di rimanere temporaneo.
La “guerra invisibile del sottosuolo”, che serve a cavalcare l’onda di un pianeta proteso a un’innovazione continua, potrebbe durare più a lungo delle battaglie in superficie, determinando non soltanto il destino dell’Ucraina e della Russia, ma anche l’architettura energetica e tecnologica del mondo per i decenni a venire.
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