Da Neuchâtel una startup MedTech prova a trasformare le mascherine ortodontiche trasparenti in dispositivi più attivi e protettivi dei denti

Nel mercato delle mascherine ortodontiche trasparenti l’innovazione non si gioca più soltanto sulla precisione del movimento dentale o sulla comodità d’uso, ma sempre più sulla capacità di aggiungere funzioni cliniche a un dispositivo finora percepito come quasi passivo. È in questo spazio che si colloca Actival, giovane impresa nata attorno alle competenze del CSEM, che ha sviluppato un sistema di correzione dentale basato su dispositivi trasparenti stampati in 3D con microcanali interni. Questi canali, secondo il progetto presentato dal centro svizzero di innovazione, favoriscono una migliore circolazione della saliva e rilasciano un fluido antibatterico e fluorurato, con l’obiettivo di ridurre alcuni effetti collaterali tipici dei trattamenti ortodontici prolungati, come accumulo di placca, alito cattivo e rischio di carie.
Il punto non è secondario. Le mascherine trasparenti hanno cambiato negli ultimi anni il modo in cui una parte crescente dei pazienti affronta la correzione dentale: sono discrete, removibili e spesso più facili da accettare rispetto agli apparecchi tradizionali. Ma proprio perché vengono indossate per molte ore al giorno, possono creare un ambiente meno favorevole all’igiene orale, limitando la normale dinamica di saliva e ossigenazione attorno ai denti. Actival prova quindi a risolvere un problema strutturale del prodotto, non a introdurre un semplice accessorio. In termini industriali, la novità è rilevante: la startup non propone soltanto una nuova forma di apparecchio, ma un dispositivo ortodontico multifunzionale, nel quale biomeccanica, scienza dei materiali e microfluidica iniziano a convergere.
Dalla correzione estetica a un presidio più funzionale
Secondo il comunicato di CSEM, i microcanali vengono creati direttamente durante la stampa 3D e agiscono come piccoli serbatoi capaci di rilasciare il fluido nell’arco di circa una settimana. Al termine di questo periodo il dispositivo viene sostituito, secondo una logica non lontana da quella dei trattamenti ortodontici convenzionali. Per una correzione media, il percorso indicato dall’azienda dura intorno ai sei mesi e richiede circa venti mascherine in resina. Lo stesso fondatore Nikola Kalentics spiega che in dieci giorni un aligner può correggere l’orientamento dei denti di 0,2 millimetri. Sono cifre che aiutano a capire la natura graduale del trattamento, ma soprattutto mostrano come il progetto si inserisca in un flusso clinico realistico e non in un’ipotesi da laboratorio scollegata dalla pratica odontoiatrica.
“I microcanali assicurano una circolazione continua della saliva, a differenza delle mascherine convenzionali. Ed è proprio questa circolazione a essere essenziale per prevenire effetti collaterali come placca dentale e carie”,
ha spiegato Nikola Kalentics, ingegnere del CSEM e CEO e fondatore di Actival.
La chiave dell’innovazione, dunque, non è solo nel rilascio del fluido, ma nel fatto che il dispositivo modifica l’ambiente orale durante il trattamento. Da questo punto di vista, il progetto si avvicina più alla logica di una piattaforma terapeutica che a quella di una semplice mascherina correttiva. Sul sito della società compare anche un richiamo all’uso di strumenti di AI per personalizzare il prodotto in base alla morfologia del paziente, ma il cuore dell’argomentazione industriale resta chiaramente fisico: la differenza competitiva si costruisce attorno alla possibilità di integrare canali, diffusione controllata e personalizzazione geometrica in un oggetto sottile, trasparente e destinato a un uso quotidiano. In altre parole, la stampa 3D non è solo il metodo produttivo: è la condizione che rende possibile l’idea di prodotto.

I microcanali 3D tra sfida tecnica e vantaggio clinico
Come spesso accade nei progetti deep-tech, l’elemento più interessante non è l’intuizione iniziale, ma la capacità di renderla fabbricabile. Nel caso di Actival, una delle difficoltà principali è stata garantire che i microcanali restassero aperti durante la produzione additiva, senza perdere efficacia o compromettere la qualità del dispositivo finale. È un punto tecnico decisivo, perché un sistema di rilascio funziona solo se la geometria resta affidabile su scala industriale, con tolleranze compatibili con l’uso clinico e con il comfort del paziente. La promessa dell’innovazione, quindi, non si misura soltanto sull’idea di un aligner “attivo”, ma sulla possibilità di riprodurlo in serie con qualità costante, trasparenza adeguata e affidabilità meccanica.
“Una delle principali sfide tecniche consisteva nell’assicurarci che i canali restassero aperti durante la stampa 3D. Grazie alle competenze specifiche del CSEM, siamo riusciti a superare questo ostacolo e a creare mascherine insieme innovative ed efficaci”,
ha osservato Cyrill Cattin, Group Leader del centro svizzero.
Questa affermazione aiuta a leggere il progetto anche in termini di manifattura avanzata. Negli ultimi anni la stampa 3D è entrata in molti discorsi industriali come strumento di personalizzazione o di prototipazione rapida. In questo caso, invece, il valore non sta soltanto nel fare un pezzo su misura, ma nel costruire una microarchitettura interna che con tecniche tradizionali sarebbe molto più difficile da ottenere. È il passaggio da una manifattura additiva “comoda” a una manifattura additiva “abilitante”. Per questo il caso Actival interessa non solo il settore odontoiatrico, ma anche chi osserva l’evoluzione del medtech europeo: mostra come una funzione nuova possa nascere dall’integrazione di progettazione digitale, materiali e microstrutture invisibili all’occhio del paziente ma decisive per il risultato.

Con ACCELERATE il trasferimento diventa impresa vera
Il secondo elemento di rilievo non riguarda il prodotto in sé, ma il percorso che ne ha reso possibile la maturazione. Actival è stata sviluppata attraverso ACCELERATE, il programma di CSEM dedicato alla trasformazione di tecnologie e idee in startup strutturate. In particolare, il progetto ha beneficiato del modulo Inno Grant, rivolto ai dipendenti del centro con una proposta imprenditoriale basata su competenze e tecnologie interne. La piattaforma di CSEM spiega che questo strumento può offrire un finanziamento iniziale fino a 100.000 franchi svizzeri per un periodo massimo di 18 mesi, affiancato da mentoring, accesso a laboratori, proprietà intellettuale, coaching e rete di relazioni. Non è un dettaglio amministrativo: è la dimostrazione che, nella deep-tech, l’innovazione dipende spesso tanto dalla qualità dell’ecosistema quanto dalla brillantezza dell’invenzione.
“Senza il supporto tecnico, finanziario e manageriale del CSEM attraverso il modulo Inno Grant, questa idea non avrebbe raggiunto una maturità tecnologica sufficiente né sarebbe diventata commercializzabile. Il programma ACCELERATE elimina molti rischi imprenditoriali e offre un accesso privilegiato a competenze, reti e risorse”,
ha dichiarato Bahaa Roustom, vicepresidente Marketing e Business Development del CSEM.
Qui emerge una dinamica che conta ben oltre il singolo caso. Molte tecnologie mediche europee non falliscono per mancanza di qualità scientifica, ma perché non riescono a superare il tratto che separa il laboratorio dal mercato: proprietà intellettuale, produzione, prove cliniche, regolazione, accesso agli operatori sanitari, capacità di costruire una narrativa credibile per investitori e partner. CSEM cerca precisamente di presidiare quel tratto. Il suo programma ACCELERATE, secondo l’Annual Report 2024, ha sostenuto sei nuove startup nel solo 2024, tra cui Actival. In questo quadro, la giovane impresa di Neuchâtel diventa anche un esempio di trasferimento tecnologico organizzato: non una spin-off improvvisata attorno a un brevetto, ma un tentativo di accompagnare una soluzione tecnica verso la forma societaria, industriale e commerciale più adatta.

Mercato in crescita, cliniche al centro e nodi aperti
Dal punto di vista del business, Actival entra in un settore che il comunicato di CSEM descrive come un mercato globale da 6,3 miliardi di dollari nel 2022, con una crescita annua del 30,7 per cento e un potenziale di 46 miliardi entro il 2030. Sono numeri riportati dalla fonte aziendale e vanno letti con la cautela dovuta alle stime prospettiche, ma indicano comunque un contesto in forte movimento. In un mercato così competitivo, la differenziazione non può più basarsi soltanto su prezzo, rapidità di consegna o attrattiva estetica. Serve una proposta che aggiunga valore clinico percepibile. È qui che la promessa di Actival prova a collocarsi: non una copia evoluta di ciò che già esiste, ma una soluzione che cerca di unire comfort, estetica e protezione orale nello stesso trattamento.
La società ha inoltre chiarito di non voler puntare sul canale diretto al consumatore, ma su un approccio esclusivamente B2B, rivolto a dentisti e cliniche. È una scelta coerente con la natura del prodotto. Se il vantaggio competitivo risiede nella maggiore protezione dell’ambiente orale e nella qualità complessiva del trattamento, allora il primo interlocutore non è il paziente finale, ma il professionista che prescrive, monitora e integra il dispositivo nel percorso terapeutico. Anche il sostegno di Venture Kick, che nel dicembre 2024 ha assegnato ad Actival 150.000 franchi svizzeri, è stato presentato in questa logica: estendere la rete di distributori e di cliniche partner in vista del pre-lancio. La commercializzazione, insomma, non passa da una promessa consumistica, ma dalla costruzione di fiducia all’interno dell’ecosistema odontoiatrico.
Resta naturalmente il passaggio più delicato: la validazione clinica. Nel comunicato del settembre 2024 CSEM affermava che erano in corso studi clinici, che i primi risultati in vitro apparivano promettenti e che Actival era in attesa delle autorizzazioni necessarie per i test sui pazienti, con un lancio commerciale previsto fra Svizzera e Stati Uniti tra fine 2025 e 2026. Tuttavia, sul proprio sito la startup continua oggi a presentare il progetto come vicino al lancio e in fase finale di sviluppo. La distanza tra i due messaggi non smentisce la bontà della tecnologia, ma ricorda quanto sia complesso l’ultimo tratto della medtech: trasformare un prototipo convincente in un prodotto regolato, industrializzato e adottato. È in questo spazio, più che nell’annuncio iniziale, che si misurerà il vero valore del progetto.
Per l’industria, dunque, il caso Actival è interessante almeno quanto la sua possibile traiettoria commerciale. Mostra che anche un comparto ormai percepito come maturo può ancora produrre innovazione di prodotto fisico e non soltanto di marketing o di servizio. Mostra anche che la convergenza tra odontoiatria, stampa 3D e microfluidica può generare dispositivi più intelligenti senza scivolare nella retorica dell’innovazione fine a se stessa. Se riuscirà a superare le tappe regolatorie e cliniche, la startup di Neuchâtel potrebbe non limitarsi a immettere sul mercato una nuova mascherina ortodontica. Potrebbe contribuire a ridefinire l’idea stessa di trattamento trasparente, spostandolo da semplice strumento di correzione a presidio capace di intervenire, in modo più attivo, sulla salute orale complessiva.
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