Un nuovo studio dimostra che è possibile ridurre il rilascio di trifluorometano: basta applicare le giuste misure di contenimento

Uno studio internazionale ha analizzato le pericolose emissioni di HFC-23, derivanti dalla produzione di Teflon e refrigeranti, dimostrando che le misure di contenimento adottate dagli impianti industriali possono essere molto efficaci.
Se tutti i Paesi che si sono impegnati nella graduale eliminazione delle emissioni di trifluorometano adottassero dei sistemi di controllo altrettanto efficaci, spiegano gli scienziati, il rilascio di questo potente gas serra potrebbe essere ridotto in maniera significativa.
CFC, HFC e il buco dell’ozono: l’Emendamento di Kigali
Nel 2020, uno studio dell’Università di Bristol rivelò che le emissioni di trifluorometano (HFC-23) erano cresciute a livello globale, nonostante diversi report, per esempio in India e in Cina, indicassero che erano state quasi eliminate già nel 2017.
Le emissioni di questo potente gas serra, derivante soprattutto dalla produzione di Teflon e refrigeranti, sono cresciute senza sosta negli ultimi decenni, anche perché l’HFC-23 fu introdotto come alternativa ai clorofluorocarburi (CFC), i principali responsabili della distruzione dello strato d’ozono.
Nel 1987 il Protocollo di Montréal, cui hanno aderito oltre 190 Paesi, aveva stabilito la progressiva eliminazione dei CFC, ma l’alternativa non si è rivelata così brillante. Pur non essendo ozono-lesivo, infatti, l’HFC-23 contribuisce in maniera sostanziale al surriscaldamento globale: oltre ad impiegare circa 200 anni per decomporsi nell’atmosfera, un solo grammo di questo gas pesa quanto 12 chili di CO2, in termini di effetto serra.
Così, nel 2016, molti dei Paesi firmatari del Protocollo di Montreal hanno raggiunto un nuovo accordo, l’Emendamento di Kigali, che perfeziona il precedente documento e impone la progressiva riduzione degli HFC: l’impegno dei Paesi firmatari è quello di ridurre la produzione e il consumo di HFC dell’80 per cento in 30 anni.
Emissioni fantasma: un “crimine climatico di proporzioni epiche”
Viste le stringenti misure stabilite a Kigali e i diversi report nazionali che dichiaravano praticamente eliminato il problema, gli scienziati si aspettavano di veder calare le emissioni globali di almeno il 90 per cento dal 2015 al 2017.
Nonostante le controversie che hanno subito accompagnato la lotta alle emissioni di HFC, soprattutto in materia di compravendita di crediti di carbonio, i risultati dello studio del 2020 hanno fatto molto rumore, tanto che anche la EIA (Environmental Investigation Agency) decise di esprimersi sulla questione. “È un crimine climatico di proporzioni epiche”, aveva allora dichiarato Clare Perry, responsabile delle campagne sul clima.
Ad oggi, oltre 150 Paesi si sono impegnati nel ridurre le proprie emissioni di trifluorometano nell’ambito dell’Emendamento Kigali. Eppure la questione è tutt’altro che chiusa. I ricercatori di Bristol sono così tornati sull’argomento, insieme agli scienziati dell’EMPA e dell’Organizzazione Olandese per la Ricerca Scientifica Applicata (TNO).
Il nuovo studio, pubblicato su “Nature”, mostra ancora delle importanti discrepanze tra quelli che sono i numeri sulla carta e le emissioni effettive di HFC: nel 2020, quelle ufficiali dei singoli Paesi ammontavano ad appena 2.000 tonnellate, ma diversi studi hanno dimostrato che nello stesso anno sono state rilasciate nell’atmosfera circa 16.000 tonnellate del potente gas serra.
Per capire da dove nascesse questa grande differenza, i ricercatori hanno analizzato da vicino le emissioni di HFC-23 provenienti da una fabbrica di Teflon nei Paesi Bassi.

C’è un nuovo metodo per la misurazione delle emissioni
I ricercatori hanno utilizzato un metodo innovativo per registrare le emissioni della fabbrica in modo completo e il più preciso possibile: hanno rilasciato un “tracciante“, un gas non tossico che non si trova nell’atmosfera e si decompone in poche settimane, direttamente vicino alla fabbrica.
A una distanza di circa 25 chilometri, hanno quindi misurato le concentrazioni di HFC-23 e di altri sottoprodotti della produzione di Teflon, oltre alla concentrazione del tracciante. “Poiché sapevamo esattamente quanto tracciante avevamo rilasciato e quanto ne era arrivato al punto di misurazione, siamo stati in grado di calcolare le emissioni di HFC-23 e di altri gas“, spiega la prima autrice Dominique Rust, che ha lavorato al progetto nell’ambito del suo dottorato all’EMPA.
Lo stabilimento utilizzato per lo studio è dotato di un impianto per bruciare i gas di scarico, che viene utilizzato per ridurre al minimo le emissioni di HFC-23 distruggendo il gas prima che fuoriesca dalla fabbrica. “Le nostre emissioni misurate sono superiori a quelle dichiarate dalla fabbrica“, afferma Martin Vollmer, ricercatore dell’EMPA, “tuttavia, la quantità di HFC-23 emessa è ancora bassa. Le misure di contenimento delle emissioni quindi stanno funzionando bene“.
Come spiega Stefan Reimann, anche lui ricercatore dell’EMPA, “se tutte queste fabbriche avessero emissioni simili, si potrebbero evitare emissioni globali di HFC-23 pari a quasi il 20 per cento delle emissioni di CO2 prodotte dal traffico aereo mondiale“. Basterebbe quindi che tutti gli impianti adottassero le già esistenti tecnologie di distruzione del super gas serra e le utilizzassero in maniera appropriata.
Le misure di contenimento funzionano, ma bisogna applicarle
“Questi risultati sono molto incoraggianti”, spiega Kieran Stanley dell’Università di Bristol, autore di questo studio e di quello del 2020. “Dimostrano che le emissioni di questo potentissimo gas serra dagli impianti che producono fluoropolimeri come il Teflon possono essere ridotte in modo significativo con le giuste misure“.
Il trifluorometano, però, continua a essere presente in grandi quantità nell’atmosfera. L’unica spiegazione è che “le misure dichiarate dai Paesi non corrispondano ovunque alla realtà“, afferma Martin Vollmer. Per intervenire concretamente sulle emissioni di HFC, spiegano gli autori dello studio, sarebbero necessari dei controlli indipendenti sugli stabilimenti di tutto il mondo.
“Gli audit indipendenti delle emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di fluoropolimeri e refrigeranti sono necessari per colmare le lacune nella nostra comprensione delle fonti di emissione e per verificare se i Paesi stanno rispettando pienamente gli accordi internazionali sul clima e sull’ambiente“, aggiunge Stanley.
Il metodo dei traccianti sviluppato dai ricercatori, tra l’altro, sarebbe adatto a tali ispezioni indipendenti, e può essere utilizzato anche per altri gas. I ricercatori dell’EMPA stanno già pianificando un nuovo studio in Corea del Sud, in cui intendono utilizzare il nuovo metodo per determinare le emissioni di sostanze alogenate a Seul.
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