L’aria della capitale bosniaca è tra le più inquinate d’Europa, e oggi sappiamo perché: ecco da dove vengono le emissioni nocive

Sotto una coltre densa di fumo e nebbia, Sarajevo combatte ogni inverno una battaglia invisibile contro un’aria che, soprattutto di notte, diventa irrespirabile. Non è solo una questione di geografia o di sfortuna climatica, ma l’eredità di un sistema ancorato al passato e di una povertà energetica che costringe migliaia di famiglie a scaldarsi bruciando ciò che costa meno.
Mentre l’Europa discute di transizione ecologica, la capitale bosniaca resta intrappolata in una morsa di particolato e anidride solforosa. Un recente studio internazionale ha ora analizzato la composizione chimica del mix letale che uccide migliaia di persone ogni anno, rivelando una realtà ancora più complessa e urgente di quanto si potesse pensare.
Una stretta valle dei Balcani soffocata dalle polveri
Sarajevo è una delle città più inquinate d’Europa, e probabilmente del mondo. Circondata da montagne e colline, nel centro di quei Balcani che ancora oggi bruciano enormi quantità di lignite per produrre l’energia che nutre il paese, la capitale della Bosnia ed Erzegovina soffre di un grave inquinamento atmosferico. Secondo il report World Air Quality del 2022, nell’Europa sudorientale l’11,8% dei decessi totali (oltre 56mila) è direttamente collegato alla qualità dell’aria. Il principale responsabile dei decessi è il PM2,5, che nel 2019 ha causato oltre 46mila morti premature. In questa regione, il tasso medio di mortalità attribuibile all’inquinamento atmosferico è quasi quattro volte superiore a quello dell’Europa occidentale.
In questo contesto, la Bosnia ed Erzegovina è risultata il Paese con la più alta concentrazione di PM2,5 in tutta Europa, cinque volte superiore al limite annuale raccomandato dall’OMS. E i mesi invernali sono di gran lunga i peggiori.
Sebbene la situazione dei Balcani sia ben nota, l’inquinamento atmosferico della regione non è ancora stato studiato nel dettaglio. Soprattutto è fondamentale la caratterizzazione chimica di questo inquinamento, che permetterebbe di risalire alle cause reali del fenomeno e adottare strategie di mitigazione efficaci.
Così, tra il gennaio e il febbraio 2023, nell’ambito del progetto di ricerca SAAERO (Sarajevo Aerosol Experiment), il team di André Prévôt ha attraversato la città a bordo di un laboratorio mobile ed eseguito decine di misurazioni dell’aerosol che avvelena l’aria di Sarajevo, dalle aree residenziali densamente edificate sui pendii della stretta valle fino al centro città. I risultati di questo monitoraggio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Environment International.

Lo Smog-Mobil a Sarajevo: i risultati delle misurazioni
Per eseguire le misurazioni, i ricercatori hanno usato lo Smog-Mobil dell’Istituto Paul Scherrer (PSI), un furgone che ospita al suo interno un laboratorio mobile completo per la determinazione della qualità dell’aria. Come spiega André Prévôt, che dirige il Laboratorio di Chimica dell’Atmosfera del PSI e ha guidato la ricerca,
“Con le misurazioni mobili abbiamo visualizzato per la prima volta i punti in cui si verificano livelli di inquinamento particolarmente elevati. In alcuni casi, ci sono grandi differenze tra strade vicine”.
I ricercatori sono riusciti anche a identificarne le cause:
“Soprattutto il riscaldamento con combustibili solidi come la legna e il carbone nei quartieri residenziali fa aumentare la concentrazione di particolato la sera”,
spiega Prévôt. Due terzi di tutte le misurazioni, comunque, hanno superato il valore limite giornaliero per il particolato PM2,5 di quindici microgrammi per metro cubo raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma ci sono stati anche brevi picchi di diverse centinaia di microgrammi per metro cubo.
Durante il giorno, spiegano gli scienziati, l’inquinamento da particolato è distribuito in modo abbastanza uniforme in tutta la città. La sera, però, le concentrazioni aumentano notevolmente in alcuni quartieri, soprattutto nelle aree residenziali al di fuori del centro città. Qui, fino al 60% del particolato organico proviene dalle stufe a legna che le persone usano per scaldarsi:
“Circa il 90% delle famiglie in Bosnia ed Erzegovina non è collegato alla rete di riscaldamento centralizzata”,
si legge nello studio.
Nel quartiere di Baščaršija, nella parte orientale della città, le emissioni provengono invece dalle cucine dei numerosi ristoranti. Ma gli abitanti di questo quartiere possono contare su un vantaggio silenzioso: di notte, l’aria fresca affluisce nella valle da est e i livelli di inquinanti si abbassano più rapidamente che a ovest.

La questione delle vecchie centrali elettriche (ancora in funzione)
Un altro inquinante presente nell’aria di Sarajevo è l’anidride solforosa. Come spiegano gli scienziati, l’81% di tutte le emissioni europee di questo gas proviene dai Balcani occidentali, soprattutto dalle vecchie centrali elettriche a carbone dell’era sovietica, che ancora oggi bruciano enormi quantità di lignite, un tipo di carbone molto “sporco”.
Queste centrali, che spesso hanno cinquant’anni di attività alle spalle, sono altamente inefficienti e non dispongono di moderni sistemi di desolforazione, eppure sono molto difficili da spegnere: oltre a dare lavoro a migliaia di persone, permettono di evitare il ricorso al gas d’importazione, molto più costoso della lignite, e producono ancora oggi oltre il 50% del fabbisogno elettrico di diversi Paesi dei balcani.
Il Kosovo, per esempio, produce circa il 95% della sua energia con il carbone. La Serbia, che ospita una delle centrali più inquinanti del continente, la “Nikola Tesla”, dipende dal carbone per il 63-67%. Segue la Bosnia ed Erzegovina, che è un esportatore netto e che produce circa il 65% della sua energia bruciando lignite.
Risultato: secondo il rapporto Chronic Coal Pollution, le 16 centrali a carbone dei Balcani emettono tanta anidride solforosa quanta ne emettono tutte le 250 centrali dell’Unione Europea messe insieme. Tutto ciò ha un impatto devastante sulla salute degli abitanti. In uno studio internazionale pubblicato su Nature lo scorso anno, al quale ha partecipato anche André Prévôt, i ricercatori hanno analizzato la tossicità degli inquinanti atmosferici. Non è importante solo la quantità di particolato, ma anche lo stress ossidativo nei polmoni, che può innescare malattie respiratorie e cardiovascolari e portare a morte prematura. Sarajevo era già l’ingloriosa prima classificata in questo studio.
Secondo i ricercatori, se si riuscisse a ridurre gli inquinanti atmosferici del 50%, si potrebbero salvare 5.000 vite ogni anno soltanto in Bosnia ed Erzegovina. Ma lo studio dell’atmosfera di questa regione, sottolinea Prévôt, è appena iniziato.
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