A metà strada tra la Norvegia e il Polo Nord, svetta la più grande camera blindata contro la perdita del patrimonio genetico delle colture

Quando l’esploratore olandese Willem Barentsz, nel 1596, approdò per errore sulle coste di quelle che oggi conosciamo come Isole Svalbard, fu colpito dalle cime innevate che si stagliavano all’orizzonte. Non sapendo ancora di aver scoperto un intero arcipelago, le battezzò “Spitsbergen“, ovvero “montagne appuntite“, un nome che identifica ancora la più grande delle remote isole bagnate dal Mar Glaciale Artico.
Ad oggi, chi durante il buio della notte polare atterra invece consapevolmente a Longyearbyen, capitale amministrativa dell’area più settentrionale della Norvegia, non può fare a meno di notare anche una potente luce verde che sbuca tra le bianche vette. Si tratta dell’ormai celebre Global Seed Vault, il monumentale caveau incastonato nel fianco di una montagna di roccia arenaria a centotrenta metri sopra il livello del mare, nato per fornire una rete di sicurezza in grado preservare la biodiversità delle colture globali. Ad irradiare le pupille di chi guarda ci pensa il suggestivo caleidoscopio di specchi al suo ingresso, ideato dall’artista norvegese Dyveke Sanne.
Proprio a causa della sua missione di preservare i semi da potenziali disastri come guerre nucleari o terremoti, i mass media descrivono spesso il Vault come una “moderna Arca di Noè”. O, come l’aveva definito l’allora Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, “un giardino dell’Eden ibernato”. Un’immagine certamente alimentata dalla posizione isolata, dai racconti biblici e da un aspetto da kolossal post-apocalittico.
In ogni caso, la camera blindata che conserva già 1,2 milioni di campioni di semi a milleduecento chilometri dal Polo Nord ha acquisito un significato (perfino di tipo culturale) diverso da quello di qualsiasi altro sito simile di backup, grazie anche al considerevole contributo di diversi Paesi e specifiche politiche di conservazione non esenti a controversie.
Le terre abitate più a nord del pianeta: benvenuti a Longyearbyen
Longyearbyen, con oltre duemila abitanti provenienti da più di cinquanta nazionalità diverse, è la città più popolosa delle Svalbard, le quali contano a loro volta circa tremila persone. Un numero che, secondo le stime, è comunque inferiore a quello degli orsi polari presenti sulle Isole.
Potenzialmente, chiunque può scegliere di trasferirsi nella suggestiva cittadina di Spitsbergen grazie all’autonomia amministrativa dell’arcipelago, che non fa parte né dell’area Schengen né dello Spazio Economico Europeo (anche se, dal 2022, i residenti non norvegesi non possono più votare alle elezioni locali; una restrizione attuata dal governo norreno per rafforzare la propria sovranità, in conformità con il Trattato delle Svalbard del 1920).
L’affascinante capitale amministrativa delle Isole, dopotutto, è a suo modo cosmopolita e vivibile. A renderla abitabile, nonostante un clima così rigido che ogni tipo di vegetazione è pressoché assente, ci pensano infrastrutture moderne, scuole, università, centri di ricerca, spazi culturali, hotel, ristoranti, musei e un ospedale. Ad appena un chilometro da tutto questo sorge il Global Seed Vault,
“un luogo dove la vita può essere mantenuta in eterno, qualsiasi cosa succeda nel mondo”,
come diceva sempre José Manuel Barroso.
La potente luce verde posizionata all’ingresso della mega-cassaforte norvegese risplende tra i ghiacciai artici, soprattutto durante la notte polare, un fenomeno naturale della durata di circa quattro mesi per cui il sole non sorge mai sopra l’orizzonte e che immerge il paesaggio circostante in un’oscurità perenne, rischiarata occasionalmente solo dall’aurora boreale.
Il resto del sito, invece, è interamente sottoterra: tre enormi sale di ventisette metri di lunghezza, dieci di larghezza e sei di altezza, protette da spesse porte d’acciaio e da una struttura in calcestruzzo progettata per resistere a incidenti aerei e guerre nucleari.

L’approvvigionamento mondiale tra preservazione e critiche di sovranità
Era il 2006 quando iniziava la costruzione del Global Seed Vault con la posa della prima pietra alla presenza dei capi di governo di Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca e Islanda. Due anni dopo, venne inaugurata quella che oggi rappresenta la più grande rete di sicurezza contro la perdita accidentale del “patrimonio genetico delle colture“.
Difatti, se da un lato le banche di semi di tutto il mondo stanno svolgendo gran parte del lavoro di salvataggio, è altrettanto vero che il caveau norvegese le supporta tutte. Questo perché il Vault funge da “backup” anche per gli altri depositi, custodendo copie dei loro campioni senza alcun costo per le organizzazioni che ne fanno uso; motivo per cui le Nazioni Unite lo definiscono “la polizza assicurativa definitiva per l’approvvigionamento alimentare mondiale”.
Paradossalmente, per gli stessi principi, il Global Seed Vault è talvolta al centro di critiche che lo vedono come simbolo di una lunga storia di appropriazione di risorse naturali da parte dei Paesi europei a discapito delle nazioni in via di sviluppo. Tuttavia, il caveau e le banche dei semi ad esso collegate non intendono sostituirsi alla coltivazione tradizionale, ma ne vogliono rappresentare un sistema complementare. Inoltre, i semi conservati restano di proprietà esclusiva dei depositari che li hanno affidati.
Il World Food Prize 2024 premia gli “architetti” della sicurezza alimentare
Il prestigioso World Food Prize 2024, assegnato a Geoffrey Hawtin e Cary Fowler, figure centrali nella realizzazione del deposito, conferma l’importanza del Global Seed Vault (e del suo ruolo nella salvaguardia della biodiversità agricola). Questo premio, istituito dalla World Food Prize Foundation, un’organizzazione filantropica fondata nel 1987 dall’imprenditore John Ruan, riconosce ogni anno innovazioni che abbiano aumentato in modo sostenibile la qualità, quantità e disponibilità di cibo in tutto il mondo.
Con un valore di mezzo milione di dollari, l’organizzazione attribuisce il riconoscimento senza distinzioni di nazionalità, religione o orientamento politico. Geoffrey Hawtin, scienziato esperto in biodiversità agricola, e Cary Fowler, inviato speciale degli Stati Uniti per la sicurezza alimentare globale, sono stati dunque premiati per aver contribuito alla realizzazione di una struttura che potrebbe davvero salvare l’umanità dall’estinzione. Il Global Seed Vault, potenzialmente, potrebbe infatti ospitare fino 4 milioni di diverse sementi.

Dal valore culturale del backup della biodiversità un archivio di opere visive
A testimoniare il significato vitale del Global Seed Vault ci pensa anche il progetto SeedsInService, il quale nel 2019 ha raggiunto le Isole Svalbard per depositare una raccolta di opere visive che esplorano il legame tra la società e i semi. I lavori sono custoditi (in deposito permanente) in una camera congelata e sotterranea, situata in una vecchia miniera di carbone di Longyearbyen. Si tratta del sito dell’originale Nordic Gene Bank, fonte d’ispirazione per la banca di semi che conosciamo oggi. Come descritto dall’iniziativa Seed Cultures:
“In una caverna scavata dentro una montagna ghiacciata, su un’isola sperduta nell’Artico, si trova la stanza più biodiversa del mondo. Il Global Seed Vault contiene oltre un milione di campioni di semi provenienti da ogni angolo del pianeta. Questo luogo funge da backup in caso di disastri, come incendi, inondazioni o guerre civili, che potrebbero colpire le banche genetiche originarie”.
Eppure, il più grande deposito per la salvaguardia della diversità agricola mondiale, in sé per sé, non conserva alcuna informazione sul significato culturale dei semi: nessuna traccia delle pratiche agricole, dei rituali, delle persone che li coltivano o delle tradizioni che vi ruotano attorno. I semi, congelati in isolamento, sono separati dalle relazioni sociali, ecologiche e storiche che li definiscono.
L’iniziativa Seed Cultures si propone dunque di colmare questa lacuna, creando un archivio di opere visive che conservino il patrimonio culturale dei semi. L’obiettivo è celebrare le interconnessioni tra biodiversità biologica e culturale, onorando i legami fecondi tra le pratiche agroalimentari e la ricchezza di tradizioni che esse rappresentano.
Il recente (e significativo) contributo dell’Italia attraverso l’IBBR del CNR
Tra i primi sostenitori del Global Seed Vault figura il già menzionato Nordic Gene Bank, che ha inviato oltre diecimila campioni appartenenti a più di duemila cultivar e trecento specie differenti. Anche il Centre of Genetic Resources dei Paesi Bassi e le collezioni provenienti dal Sudafrica hanno contribuito ad arricchire la diversità della banca.
Tra i più recenti depositi, spicca il contributo dell’Italia, che ha per la prima volta affidato i propri semi a questa struttura straordinaria. Lo Stivale è il 99esimo Paese a partecipare al progetto, inviando il suo secondo carico in pochi mesi. Provenienti dalla storica banca del germoplasma di Bari (IBBR/CNR), i semi rappresentano un patrimonio agricolo di inestimabile valore.
Tra le varietà depositate ci sono sette tipi di cereali, tra cui grano tenero e duro, raccolti dai ricercatori del IBBR/CNR nell’area mediterranea negli ultimi cinquant’anni. Insieme ai cereali, spicca la melanzana rossa di Rotonda, una DOP lucana dalle origini etiopi, simbolo di come la biodiversità possa raccontare storie di migrazione e adattamento.
Il contributo italiano è particolarmente significativo, dato che queste sementi non sono più utilizzate dall’agricoltura industriale ma potrebbero rivelarsi fondamentali per affrontare le sfide climatiche. Come sottolinea Gabriella Sonnante del IBBR/CNR, questa diversità genetica è una risorsa cruciale per sviluppare colture resilienti in un futuro sempre più incerto.

Non “solo” un deposito sotterraneo ma anche una risorsa accessibile
Cary Fowler, in occasione del quarto anniversario dall’apertura, ha dichiarato che il deposito sarebbe stato usato “con molta probabilità prima del previsto”. E così è stato. Otto anni dopo l’inaugurazione, il congelatore a cielo aperto ha ricevuto per la prima volta una richiesta di prelievo. A inoltrarla è stato il Centro internazionale per la Ricerca Agricola in Aree Asciutte (ICARDA) di Aleppo, in Siria. A causa della guerra civile, che ha portato all’occupazione della struttura da parte di gruppi armati, il centro si è trovato nella necessità di recuperare i semi depositati nel Vault.
Rabat Ahmed Amri, direttore delle Risorse genetiche di ICARDA, ha motivato la richiesta spiegando che, a partire dal 2009, l’istituto era riuscito a trasferire copie di tutti i propri semi fuori dalla Siria, inviando l’ultimo lotto alle Svalbard l’anno precedente. Con l’avvio di nuovi depositi in Marocco e Libano, era giunto il momento di recuperare oltre cento delle trecentoventicinque scatole conservate nel Global Seed Vault. Tra queste, figuravano varietà di frumento, orzo ed erbe adatte alle regioni aride, che sarebbero state utilizzate per riavviare la produzione agricola e, successivamente, reintegrate nel deposito artico. Nel febbraio 2017, il centro ha mantenuto la promessa, ripristinando le scorte di semi prelevate.
Il compromesso: i semi riescono ad adattarsi al cambiamento climatico?
I semi vengono conservati in confezioni sigillate di alluminio a tre strati e quindi collocate in contenitori di plastica su scaffali di metallo. I locali di stoccaggio, circondati da ghiaccio perenne, vengono mantenuti a -18 °C. Un ambiente estremamente freddo che garantisce la loro conservazione anche in caso di guasti tecnici. La localizzazione stessa del bunker, a centotrenta metri sopra il livello del mare, assicura che il sito rimanga all’asciutto anche nel caso di scioglimento dei ghiacci artici.
Tuttavia, la conservazione dei semi nella struttura nascosta nel permafrost norvegese è stata talvolta criticata come una pratica che potrebbe ostacolare la capacità delle piante di adattarsi ai cambiamenti climatici. Questa obiezione, però, ignora un aspetto fondamentale: i semi, per loro natura, sono progettati per sopravvivere in uno stato dormiente, una strategia evolutiva sviluppata proprio per resistere a condizioni imprevedibili. Il fatto che i semi siano custoditi in sacchetti metallici sigillati li mantiene asciutti e in condizioni ottimali.
Il fenomeno della dormienza consente dunque ai semi di “aspettare” un momento favorevole per germogliare, proteggendosi da condizioni avverse. Questa capacità, come spiegano i biologi, rappresenta un elemento cruciale per la resilienza delle piante. Attraverso il Global Seed Vault, questo processo naturale viene prolungato nel tempo, permettendo ai semi di sopravvivere per decenni o più. Pertanto, anche se le varietà coltivate potrebbero scomparire a causa di eventi climatici estremi, i semi conservati rimangono pronti per essere reintrodotti e adattarsi a nuove condizioni.

Il paradosso energetico dell’Artico dovuto al carbone del mantenimento
È evidente che mantenere operativa una struttura come il Global Seed Vault comporti costi significativi. Tra la costruzione, gli aggiornamenti e la manutenzione annuale, si stima che l’investimento complessivo ammonti a decine di milioni di euro.
Uno degli aspetti più controversi riguarda proprio l’approvvigionamento energetico: a mantenere i semi in condizioni di freddo costante, ci pensa il carbone estratto localmente. Una fonte di energia fossile che stride chiaramente con l’obiettivo sostenibile del progetto. Eppure, si tratta di una dipendenza che va ad inserirsi in un quadro decisamente più ampio: dopo la chiusura nel 2023 di Mine 7, l’ultima miniera di carbone dell’arcipelago, le Svalbard hanno puntato sul diesel come fonte principale di energia.
Dal 2025, la produzione locale di carbone cesserà dunque definitivamente, ma il gasolio resterà una necessità per sopperire alle difficoltà logistiche e climatiche che ostacolano un passaggio completo alle energie rinnovabili. Infatti, sebbene siano in corso progetti pilota per l’utilizzo di pannelli solari e turbine eoliche, la loro capacità resta insufficiente per le esigenze energetiche della comunità locale e delle infrastrutture chiave, come il Vault stesso. Questo paradosso evidenzia la sfida di bilanciare sostenibilità e praticità in un contesto remoto e ostile come l’Artico. Ciononostante, spinge anche a riflettere sulla necessità di accelerare l’innovazione per rendere possibile un futuro più “verde” per le Svalbard e per il mondo intero.

Il caveau del giorno del giudizio, ospitato da “una città in cui è vietato morire”
In “Greenland” (2020), Gerard Butler interpreta un ingegnere in fuga da una minaccia apocalittica, diretto verso un bunker in Groenlandia che contiene tutte le risorse agricole necessarie per ricostruire il futuro dell’umanità. Nonostante non ci siano riferimenti specifici al caveau norvegese, il film rappresenta uno dei tanti esempi in cui i mass media, Hollywood inclusa, hanno amplificato il ruolo del Global Seed Vault come rifugio nel caso di una grande catastrofe globale. In realtà, come spiegato finora, il bunker sarà sicuramente più utile nel caso di perdita di materiale genetico delle colture alimentari.
In chiusura, un aneddoto vuole che la fama suggestiva e talvolta fuorviante del Vault sia alimentata anche dall’aura recondita della stessa Longyearbyen. Le rigide temperature della capitale amministrativa delle Svalbard hanno infatti portato all’insolito divieto di sepoltura nel paese, introdotto dopo la scoperta di corpi perfettamente conservati, con virus “attivi”, risalenti all’epidemia influenzale del 1917-1920. Il gelo artico, che impedisce la normale decomposizione e la distruzione dei microrganismi, ha pertanto trasformato Longyearbyen ne “la città dove è vietato morire”, come spesso viene definita.
Sono condizioni climatiche che, effettivamente, rendono Longyearbyen una località straordinaria, talmente tanto estrema e protetta che perfino i gatti, potenzialmente colpevoli di danneggiare l’avifauna locale, sono severamente vietati dagli Anni Novanta. Al loro posto, le piccole renne delle Svalbard (sottospecie endemica dell’arcipelago) girano indisturbate tra le aree glaciali della zona e i vicoli dell’affascinante cittadina.

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