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Negli abissi, la più grande necropoli di balene mai scoperta

Scoperti oltre 400 siti fossili nella Fossa Diamantina: così una ricerca ridefinisce il ruolo dei “whale fall” nel ciclo del carbonio

Scoperto un immenso cimitero di balene nell'oceano Indiano
Una balena grigia di 35 tonnellate a 1674 metri di profondità nel bacino di Santa Cruz. 6 anni dopo, la comunità chemioautotrofa associata alla carcassa comprendeva tappeti batterici, vongole vesicomiidi nei sedimenti, granchi galateidi e una varietà di altri invertebrati (Foto: Craig Smith NOAA / PD)

Quando un cetaceo si spegne, il suo corpo sprofonda per rigenerarsi negli abissi, dando origine a ecosistemi complessi che prosperano per secoli nel buio. Il fenomeno del whale fall è noto da tempo, ma fino a oggi la testimonianza di queste oasi fossili era rimasta frammentaria.

Un nuovo studio internazionale ha appena documentato la più vasta necropoli di balene mai scoperta, svelando una vastità biologica e temporale senza precedenti e ridefinendo il ruolo dei fondali marini nel ciclo del carbonio e della vita sul nostro pianeta.

La più grande e profonda necropoli di balene mai scoperta

Quando una balena muore, il suo enorme corpo viene trascinato sul fondale marino, spesso a centinaia di metri di profondità. Nel giro di poco tempo la carcassa attrae microrganismi, pesci e altri animali degli abissi. Così, il corpo del cetaceo finisce col creare un ecosistema complesso che fornisce sostentamento agli organismi delle profondità marine per decenni, a volte per secoli.

Tra gli organismi osservati nei siti di whale fall in acque profonde ci sono cordati, artropodi, cnidari, echinodermi, molluschi, nematodi e anellidi, ma sono state osservate anche nuove specie, tra cui alcune potenzialmente specializzate per la vita tra le carcasse di balena. Oltre a ciò, i corpi dei cetacei adagiati sui fondali svolgono un ruolo assai rilevante nel sequestro del carbonio a lungo termine e possono aiutare gli scienziati a comprendere l’evoluzione della vita e degli ecosistemi degli abissi, ancora in parte sconosciuti.

Sappiamo da tempo dell’esistenza del fenomeno dei whale fall, e abbiamo iniziato a studiare i peculiari ecosistemi che si nutrono della morte dei grandi cetacei. La documentazione fossile di queste oasi di biodiversità abissale, però, resta scarsa e frammentata. O almeno, lo era fino a pochi giorni fa. Uno studio guidato dai ricercatori dell’Accademia Cinese delle Scienze, in collaborazione con l’Università di Pisa e GNS Science di Wellington, appena pubblicato su Nature, documenta la più grande e profonda aggregazione di fossili di balena e i più vasti ecosistemi attivi di carcasse di balena finora conosciuti. Una vera e propria necropoli di balene sui fondali dell’Oceano Indiano, a poco più di mille chilometri dalle coste occidentali dell’Australia.

La mappa del più grande cimitero di balene mai scoperto
I cerchi arancioni indicano i luoghi di immersione in cui sono stati osservati fossili o carcasse di balena; la dimensione del cerchio corrisponde al numero di resti di balena registrati per immersione (Foto: Peng, X., Zhou, P., Song, X. et al. A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone, 2026)

Carcasse di balena: un serbatoio di carbonio ancora da quantificare

Il sito abissale descritto nello studio si trova nella Fossa Diamantina, tra i 4.616 a 7.001 metri di profondità, e si estende per circa 1.200 km. La necropoli di balene, che contiene prove di carcasse di cetacei risalenti ad almeno 5,3 milioni di anni fa, cioè al Pliocene inferiore, è stata scoperta durante una spedizione del 2023 a bordo della nave da ricerca Tansuoyihao. Il team guidato dall’Istituto di Scienze e Ingegneria degli Abissi Marini (IDSSE) dell’Accademia Cinese delle Scienze ha condotto 32 immersioni con il veicolo sottomarino Fendouzhe su un tratto di mare di oltre mille chilometri, scoprendo cinque carcasse di balena attive e 476 siti fossili.

I ricercatori hanno documentato che la densità di resti di balene raggiunge i 759,5 individui per chilometro quadrato. A partire da questi dati, si può supporre che la Fossa Diamantina contenga oltre 10 milioni di carcasse di balene. La presenza di così tanti corpi è dovuta a diversi fattori, spiegano: la zona è un habitat di foraggiamento per le balene dal becco (Ziphiidae), che possono morire durante le immersioni profonde. La topografia a V della zona, inoltre, convoglia le carcasse sul fondale della fossa, e i bassi tassi di sedimentazione regionali contribuiscono alla conservazione delle ossa.

Queste carcasse, ricordano i ricercatori, rappresentano un gigantesco serbatoio di carbonio, ancora da quantificare. Ipotizzando una massa di due tonnellate per ogni esemplare di balena dal becco e un contenuto lipidico del 25%, si ottengono circa 6,7 ​​milioni di tonnellate di carbonio sequestrato. Si tratta di un apporto di carbonio equivalente a circa 4.700 anni di “neve marina”, il lento processo che porta piccoli detriti organici (plancton, organismi morti, etc.) dagli strati superficiali dell’oceano a quelli più profondi.

La necropoli di balene scoeprta in fondo all'oceano Indiano
a) Caduta di una balenottera minore lunga 3 metri a 5.610 metri di profondità. b) Vista ravvicinata del riquadro giallo in a che mostra le stelle marine Ophiambix sp. (frecce bianche) e i vermi polinoidi (frecce gialle) sul cranio. c) Vista ravvicinata del riquadro bianco in a che mostra numerosi tubi trasparenti del verme carnivoro Osedax sp. che emergono dall’osso della balena (Foto: Peng, X., Zhou, P., Song, X. et al. A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone, 2026)

L’enorme ecosistema abissale della necropoli delle balene

Tra i siti di carcasse di balene ancora attivi, uno in particolare, costituito da tre vertebre di balena dal becco a una profondità di 6.789 metri, rappresenta l’ecosistema di carcasse di balene più profondo mai registrato. Un altro reperto, una carcassa lunga cinque metri rinvenuta a 5.610 metri di profondità, è stato identificato come appartenente a una balenottera minore antartica (Balaenoptera bonaerensis). I ricercatori hanno scoperto che questi resti scheletrici ospitavano tappeti microbici e comunità faunistiche associate, tra cui vermi perforatori di ossa (Osedax) e bivalvi chemiosimbiontici.

Inoltre, spiegano, hanno rilevato tre specie di ofiure, o stelle serpentine, presenti esclusivamente sulle ossa di balena e segnalato per la prima volta la presenza di Xyloplax sp., un raro organismo associato al legno, su una carcassa di balena. Fino a oggi, questo genere era noto solo su carcasse di legno e nei pressi di sorgenti idrotermali: questo potrebbe significare, si legge nello studio, che i corpi delle balene contribuiscano alla dispersione delle comunità chemiosintetiche di acque profonde.

“Questa scoperta ci permette di conoscere meglio la biodiversità che caratterizza ambienti estremi ancora in gran parte inesplorati. Si tratta di ‘laboratori dell’evoluzione’: vi si evolvono forme di vita particolarmente adattate a questi ambienti estremi che sono uniche si trovano soltanto qui”,

ha detto all’ANSA Giovanni Bianucci, professore ordinario all’Università di Pisa e co-autore dello studio guidato da Xiaotong Peng.

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Scoperte centinaia di carcasse di balene, alcune hanno milioni di anni
Alcune delle specie individuate sulle carcasse di balena (Foto: Peng, X., Zhou, P., Song, X. et al. A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone, 2026)

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