Ogni anno, grazie alla loro pipì, i grandi cetacei trasportano tonnellate di nutrienti verso gli ecosistemi tropicali: un fenomeno che plasma gli oceani

Le balene hanno appena iniziato a riprendersi dal drammatico declino delle popolazioni dovuto a secoli di caccia indiscriminata. E gli scienziati hanno iniziato ad accorgersi di quanto siano importanti per la salute degli oceani e del pianeta.
Già diversi studi hanno dimostrato che questi enormi mammiferi marini assorbono grandi quantità di CO2, contrastando l’aumento delle temperature globali, e che alimentano la vita degli oceani trasportando nutrienti dai fondali alla superficie attraverso le loro feci, in quello che i ricercatori chiamano “whale pump”.
Ora, una nuova ricerca dimostra che le balene spostano tonnellate di nutrienti anche a migliaia di chilometri di distanza, portando ogni anno circa 4.000 tonnellate di azoto verso le aree costiere a basso contenuto nutritivo dei tropici – grazie alla loro pipì.
Balene: i verissimi ingegneri dell’ecosistema marino
Nel 2010, gli scienziati scoprirono che le balene, nutrendosi in profondità e liberandosi delle feci in superficie, spostano tonnellate di nutrienti dai freddi fondali marini alle aree più calde dell’oceano (un fenomeno noto come “whale pump”). Qualche anno più tardi, gli stessi ricercatori della University of Vermont, guidati dal biologo Joe Rogan, hanno dimostrato che il recupero delle popolazioni di balene, decimate da secoli di pesca industriale, può contribuire a proteggere gli ecosistemi marini da minacce esistenziali come l’aumento delle temperature e l’acidificazione delle acque.
Nel 2023, uno studio guidato dall’University of Alaska Southeast ha suggerito che un aumento del numero di balene a livello globale può contribuire attivamente all’eliminazione della CO2 dall’atmosfera. Una balena può catturare in media 33 tonnellate di anidride carbonica nel corso della sua vita, trascinandole con sé sul fondo dell’oceano, dove la sua enorme carcassa diventa cibo per gli ecosistemi delle profondità più estreme. Per fare un rapido confronto con gli alberi, cui tradizionalmente assegnamo il ruolo di “pozzi di carbonio”, basti pensare che una quercia viva, in 500 anni di vita, cattura circa 12 tonnellate di anidride carbonica. E si tratta di uno degli alberi più efficienti nell’immagazzinare il carbonio.
Grazie alle loro dimensioni e alla loro longevità, questi grandi cetacei sostengono la vita sul pianeta migliorando la prevedibilità e la stabilità degli ecosistemi marini e contribuendo alla riduzione dei gas serra nell’atmosfera.
Ora che le popolazioni iniziano finalmente a riprendersi dal terribile declino dovuto a decenni di pesca industriale non regolamentata, il ruolo delle balene per la salute del pianeta si sta facendo sempre più chiaro. E secondo gli scienziati possiamo aspettarci che il recupero di grandi popolazioni di cetacei avrà degli effetti sulla struttura e sul funzionamento stesso degli oceani del mondo.
L’urina delle balene nutre gli ecosistemi tropicali: lo studio
Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communication rivela che il contributo delle balene alla salute del mare è ancora più decisivo. Questi animali, tra cui vi sono le più grandi specie mai vissute sul pianeta, trasportano ogni anno tonnellate di sostanze nutritive per migliaia di chilometri, dall’Alaska alle Hawaii, sostenendo gli ecosistemi tropicali e subtropicali, più poveri di sostanze nutritive.
Le balene quindi non si limitano a spostare tonnellate di nutrienti dagli abissi alla superficie, ma le trasportano anche per migliaia di chilometri, portandole con sé nelle loro lunghissime migrazioni e rilasciandole soprattutto sotto forma di urina. Come spiegano gli scienziati, anche la pelle, le carcasse, le feci dei cuccioli e le loro placente contribuiscono a questo trasferimento di nutrienti, ma è soprattutto la pipì a trasportare queste sostanze.
I nutrienti provengono dalle fredde acque in cui si nutrono le balene e finiscono nelle acque costiere dei tropici, dove i cetacei si riproducono. Per esempio, migliaia di megattere migrano ogni anno dal Golfo dell’Alaska verso le Hawaii. Lì, nell’Hawaiian Islands Humpback Whale National Marine Sanctuary, l’apporto di nutrienti – tonnellate di pipì, pelle, corpi morti e feci – da parte delle balene è all’incirca il doppio di quello trasportato dalle forze fisiche locali, secondo le stime del team di scienziati.
In base al nuovo studio, le grandi balene trasportano ogni anno 45.000 tonnellate di biomassa e circa 4.000 tonnellate di azoto attraverso gli oceani di tutto il mondo, portando verso le aree costiere dei tropici nutrienti che sostengono i ricchi ecosistemi che forniscono cibo a squali e altri pesci. Gli scienziati lo chiamano “il nastro trasportatore delle grandi balene”.

Dai mari del nord ai tropici: il nastro trasportatore delle grandi balene
In estate, le balene adulte si nutrono ad alte latitudini (per esempio in Alaska, in Islanda e in Antartide) e ingrassano a dismisura, cibandosi di krill e aringhe. Secondo recenti ricerche, le megattere del Pacifico settentrionale ingrassano circa 13 chili al giorno in primavera, estate e autunno. Hanno bisogno di questa energia per un viaggio straordinario: i misticeti, infatti, migrano per migliaia di chilometri verso le zone di riproduzione invernale, ai tropici, senza mangiare.
Le balene grigie, per esempio, percorrono oltre 10mila chilometri tra le zone di foraggiamento al largo della Russia e le aree di riproduzione lungo la Bassa California. Le megattere dell’emisfero meridionale migrano per più di 8mila chilometri dall’Antartide alle coste della Costa Rica, dove perdono circa 90 chili al giorno, lasciando nell’acqua grandi quantità di urea ricca di azoto. Uno studio condotto in Islanda suggerisce che le balenottere, nei periodi di foraggiamento, producono oltre 900 litri di urina al giorno.
Come spiega Joe Rogan, biologo della Vermont University e autore del nuovo studio,
“Lo chiamiamo il “grande nastro trasportatore delle balene” ma si può pensare anche a un imbuto, perché le balene si nutrono su vaste aree, ma hanno bisogno di stare in uno spazio relativamente ristretto per trovare un compagno, riprodursi e partorire. All’inizio, i piccoli non hanno l’energia necessaria per percorrere lunghe distanze come le madri”.
Questo significa che i nutrienti sparsi nel vasto oceano si concentrano in ecosistemi costieri e corallini molto più piccoli, “come se si raccogliessero le foglie per fare il compost per il giardino”, dice Roman.
La vita su un’altra scala: l’impatto dei grandi cetacei sul pianeta
Tra tutti i mammiferi del mondo, le balene sono quelle che compiono le migrazioni più lunghe. Ma non è soltanto per questo che riescono a plasmare gli ecosistemi. Come spiega Andrew Pershing, oceanografo di Climate Central, tra gli autori dello studio,
“Grazie alle loro dimensioni, le balene sono in grado di fare cose che nessun altro animale fa. Vivono la vita su un’altra scala”.
Perciò, continua lo scienziato, hanno davvero un impatto su scala planetaria. Scoprire che i nutrienti provengono da questi animali in migrazione, e non da un fiume, cambia il modo in cui pensiamo agli ecosistemi dell’oceano.
Come spiega Rogan, se le piante e il fitoplancton, che assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, sono i polmoni del pianeta, allora le balene e gli altri animali sono il suo sistema circolatorio:
“Gli uccelli marini trasportano azoto e fosforo dall’oceano alla terraferma con la loro cacca, aumentando la densità delle piante sulle isole. Gli animali costituiscono il sistema circolatorio del pianeta e le balene ne sono l’esempio estremo”,
conclude lo scienziato.
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