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L’acidificazione degli oceani minaccia la sicurezza alimentare?

Stabilità delle risorse alimentari e oceani sempre più acidi: due crisi interconnesse che dobbiamo iniziare ad affrontare con una governance comune

La sicurezza alimentare (Blue Food) è a rischio?
La sicurezza alimentare di miliardi di persone in oceani sempre più acidi: lo studio che mette in discussione decenni di governance locali e internazionali (Foto: Envato)

Tramite le attività di pesca, i nostri mari forniscono ogni anno circa 90 milioni di tonnellate di risorse ittiche naturali, una scala di prelievo che non ha eguali sulla terraferma. Nonostante non sia il maggior dispensatore di cibo in termini assoluti, quindi, l’oceano è quindi un pilastro insostituibile per la sicurezza alimentare globale, soprattutto per le comunità costiere e per i Paesi in via di sviluppo.

La stabilità di questa risorsa vitale, però, si scontra con le pressioni di fenomeni ormai allarmanti come l’inquinamento e le conseguenze dei cambiamenti climatici. In questo contesto, l’acidificazione degli oceani appare come una minaccia tanto invisibile quanto pericolosa per la salute dei mari, e conseguentemente per la sussistenza di miliardi di persone in tutto il mondo.

Cosa c’entra l’acidificazione degli oceani con la sicurezza alimentare?

Nel mondo, oltre 3,3 miliardi di persone dipendono dal pesce per almeno il 20% del loro fabbisogno proteico animale. In alcuni Paesi, questa percentuale supera il 50%. Attualmente, si legge nell’ultimo report dell’International Alliance to Combat Ocean Acidification (OA Alliance), i prodotti ittici marini rappresentano il 17% di tutte le proteine ​​animali commestibili prodotte a livello globale. Circa il 40% dei 90 milioni di tonnellate di prodotti ittici pescate ogni anno proviene dalla pesca su piccola scala. È in questo quadro che va compreso il peso dell’oceano nella sicurezza alimentare globale.

Secondo la definizione della FAO, la sicurezza alimentare (food security) è la situazione in cui “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico a cibo sufficiente, sicuro e nutriente che soddisfi i loro bisogni dietetici e le loro preferenze alimentari per una vita attiva e sana”. Come si legge nel report, la sicurezza alimentare si declina in sei dimensioni interconnesse: stabilità, sostenibilità e disponibilità – che sono in gran parte determinate da fattori ambientali – e accesso, utilizzo e capacità di agire – che sono invece maggiormente influenzate da fattori sociali. L’acidificazione degli oceani, spiegano i ricercatori di OA Alliance, compromette seriamente la capacità di soddisfare tutte e sei le dimensioni della sicurezza alimentare.

Il nostro oceano, che per molti anni ci ha protetto assorbendo il calore in eccesso e l’anidride carbonica che abbiamo rilasciato nell’atmosfera, si sta acidificando rapidamente: le proiezioni indicano che la superficie oceanica potrebbe essere del 150% più acidificata entro la fine di questo secolo. Così, combinata con altri fattori di stress come il riscaldamento delle acque e l’inquinamento, l’acidificazione degli oceani minaccia la salute e la sopravvivenza di diverse specie e di interi ecosistemi marini, con inevitabili conseguenze per i miliardi di persone che dipendono dall’oceano per alimentarsi e non solo.

Oceani più acidi, sicurezza alimentare a rischio: lo studio
L’acidificazione degli oceani sta già riducendo la presenza di ioni carbonato nelle acque, ostacolando la formazione dei gusci calcarei di coralli e molluschi, e sottrae risorse fondamentali alla crescita e alla riproduzione degli organismi marini, costretti a usare molte più energie per mantenere il pH dei loro liquidi interni e restare in vita (Foto: Envato)

Blue food e acidificazione: due questioni, ma un discorso unico

Come riportato dalla FAO nel 2022, il consumo globale di prodotti ittici è aumentato di oltre cinque volte negli ultimi 60 anni. Nello stesso tempo, l’acidificazione degli oceani sta procedendo a una velocità che non ha precedenti nella storia geologica recente. Dall’inizio dell’era industriale a oggi il pH medio delle acque superficiali oceaniche è sceso da 8,2 a circa 8,1, che corrisponde a un aumento dell’acidità del 30%: questo fenomeno sta già riducendo la presenza di ioni carbonato nelle acque, ostacolando la formazione dei gusci calcarei di coralli e molluschi, e sottrae risorse fondamentali alla crescita e alla riproduzione degli organismi marini, costretti a usare molte più energie per mantenere il pH dei loro liquidi interni e restare in vita. Secondo i rapporti scientifici dello Stockholm Resilience Centre, circa il 40% delle acque superficiali globali ha già superato la soglia critica di sicurezza chimica.

Mettendo insieme la crescente pressione di questo fenomeno sugli ecosistemi marini e il ruolo sempre più cruciale dei prodotti ittici nella sicurezza alimentare globale, non può che sorgere la necessità di affrontare i due temi in maniera organica.

Come si legge in un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Research: Food Systems, è urgente affrontare la questione della sicurezza alimentare “blu” nella prospettiva dell’acidificazione degli oceani. E per farlo bisogna innanzitutto osservare e comprendere il contesto di governance che influenza le risposte a questo specifico problema.

La salute del mare e la sicurezza alimentare di miliardi di persone
Secondo lo studio, l’acidificazione degli oceani influenzerà in modo sostanziale la produzione alimentare ittica, eppure i due problemi vengono troppo spesso trattati separatamente (Foto: Envato)

FAO e UNFCCC, due esempi di governance frammentata

Come si legge nella ricerca,

“L’acidificazione degli oceani influenzerà in modo sostanziale la produzione alimentare ittica. In effetti, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ha sottolineato che questi effetti si sono già manifestati nell’acquacoltura di molluschi e nella pesca in tutto il mondo”.

Troppo spesso, però, le due questioni vengono trattate separatamente. La FAO, spiegano gli autori, non ha un mandato esplicito per la governance dell’acidificazione degli oceani. Se menzionato, comunque, il fenomeno è relegato a un elenco di fattori di stress. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), d’altra parte, affronta la questione solo indirettamente attraverso gli sforzi di mitigazione della CO2, e anche quando fa aperto riferimento alla produzione alimentare non la collega esplicitamente all’acidificazione. Come si legge nello studio,

“Ciò si traduce in un’autorità frammentata, responsabilità poco chiare e integrazione limitata tra i diversi ambiti politici. Inoltre, esiste una discrepanza: la sicurezza alimentare blu è riconosciuta come un tema di urgenza giuridica e politica, mentre l’AO riceve spesso solo attenzione scientifica”.

Si tende, insomma, a non vedere il collegamento tra le due cose. Eppure, i due temi sono strettamente interconnessi sul piano scientifico ed ecologico: i ricercatori hanno identificato 13 nodi per la sicurezza alimentare legata al Blue Food e 10 relativi all’acidificazione degli oceani; 7 di questi nodi – tra cui le risorse marine, la biodiversità e i cambiamenti climatici – si sovrappongono. È perciò urgente, concludono, che i vari quadri giuridici e politici locali e internazionali adottino un approccio capace di considerare acidificazione degli oceani e sicurezza alimentare come elementi strettamente correlati, come sta già avvenendo in alcune nazioni insulari del Pacifico come le Fiji e le Isole Salomone.

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Pesce e prodotti ittici: l'acidificazione è un rischio?
Secondo i ricercatori, è urgente che i vari quadri giuridici e politici locali e internazionali adottino un approccio capace di considerare acidificazione degli oceani e sicurezza alimentare come elementi strettamente correlati (Foto: Envato)

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