Il DNA ambientale rivela le tracce del calamaro gigante (e di altre specie mai viste) nei canyon sottomarini al largo della costa di Ningaloo

Nel cuore dell’Oceano Indiano, a profondità dove domina il buio perenne, si nascondono creature abissali così elusive da aver alimentato secoli di leggende e racconti. Una recente spedizione al largo dell’Australia Occidentale ha però dimostrato che per scoprire dove vivono questi mitologici “mostri marini” non serve necessariamente incontrarli: basta saper leggere le tracce invisibili che lasciano nell’acqua. Attraverso l’analisi del DNA ambientale, un team di scienziati ha aperto una finestra inedita su ecosistemi marini che stiamo appena iniziando a scoprire.
Australia, l’eDNA rivela gli abitanti più elusivi dei canyon sottomarini
Specie mai individuate prima in quella zona e altre che si crede possano essere addirittura nuove per la scienza: è quello che hanno scoperto i ricercatori della Curtin University e del Western Australian Museum quando, a bordo della nave da ricerca Falkor dello Schmidt Ocean Institute, hanno esplorato i profondi canyon sottomarini di Cape Range e Cloates, a circa 1200 km a nord di Perth. Raccogliendo oltre mille campioni a profondità fino a 4510 metri e usando il DNA ambientale, gli scienziati sono stati in grado di documentare le specie che vivono in questi habitat profondi senza bisogno di vederle o catturarle.
Tra i ritrovamenti più eclatanti ci sono certamente le tracce del calamaro gigante (Architeuthis dux), rilevate sia nel Cape Range che nel Cloates Canyon in sei campioni distinti, ma anche quelle di cetacei di profondità come la cogia di Blainville (Kogia breviceps) e lo zifio (Ziphius cavirostris). Lo studio che descrive queste scoperte, appena pubblicato su Environmental DNA, ha individuato 226 specie appartenenti a 11 gruppi animali, tra cui rari pesci di profondità, cnidari, echinodermi, calamari e mammiferi marini.
Tra le decine di specie mai documentate prima nelle acque dell’Australia Occidentale, squali del genere Somniosus (Somniosus sp.), il Typhlonus nasus e il Rhadinesthes decimus.
Il calamaro gigante, il misterioso “mostro” che popola gli abissi
Nel romanzo “La favola della Trojka”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, il calamaro gigante Spiridon parla del capodoglio come del suo “unico vecchio nemico personale”. E in effetti, se i capodogli non fossero voraci predatori dei calamari della specie Architeuthis dux, non sapremmo praticamente niente di loro.
Le prime immagini di un calamaro gigante vivo nel suo ambiente naturale risalgono al 2004:i ricercatori del Museo Nazionale di Scienze del Giappone e dell’Associazione di Whale Watching delle Ogasawara pubblicarono alcune di quelle foto l’anno dopo. E nel 2006, il 4 dicembre, lo stesso team riuscì a filmare per la prima volta un calamaro gigante adulto nei pressi delle isole Ogasawara, mille chilometri a sud di Tokyo. Era un esemplare di piccole dimensioni, una femmina che finì uccisa durante le operazioni di prelievo.
Ancora oggi, sono quasi soltanto i resti rinvenuti all’interno dei capodogli che ci permettono di stimare le reali dimensioni di questi animali. Si pensa che possano raggiungere i 18 metri di lunghezza, per un peso massimo stimato di 150 chili per le femmine e di 275 chili per i maschi. Si crede che vivano tra i 200 e i 1000 metri di profondità, e che raggiungano le loro ragguardevoli dimensioni molto velocemente, probabilmente entro i 3 anni di età. Sappiamo per certo, però, che i loro occhi – che hanno un diametro fino a 30 centimetri – sono i più grandi di tutto il regno animale.
La scoperta del calamaro gigante al largo della costa di Ningaloo ci mette ancora una volta di fronte a una consapevolezza disarmante: gli ecosistemi di profondità sono ancora in buona parte sconosciuti.
“Trovare prove dell’esistenza di un calamaro gigante cattura davvero l’immaginazione, ma è solo una parte di un quadro molto più ampio”,
spiega Georgia Nester, autrice principale dello studio.

L’eDNA per svelare i misteri nascosti in fondo agli oceani
La dottoressa Lisa Kirkendale, responsabile della zoologia acquatica e curatrice dei molluschi presso il WA Museum, ha affermato che esistono solo altre due segnalazioni di calamari giganti nell’Australia occidentale, ma ha anche sottolineato che non si registrano avvistamenti o esemplari da oltre 25 anni. Questa, comunque, è la prima segnalazione ottenuta tramite l’analisi eDNA:
“Questa è la prima segnalazione di un calamaro gigante al largo della costa dell’Australia occidentale utilizzando protocolli eDNA e la segnalazione più settentrionale di A. dux nell’Oceano Indiano orientale”,
ha affermato.
Durante le operazioni, la dottoressa Nester ha raccolto campioni d’acqua a diverse profondità, dalla superficie fino a oltre 4.000 metri, e ha combinato l’analisi eDNA con sequenze genetiche di riferimento provenienti da esemplari fisici raccolti dal celebre veicolo sottomarino a controllo remoto SuBastian. Poi, come ha spiegato Kirkendale,
“Il WA Museum ha contribuito con l’identificazione esperta degli esemplari della spedizione, supportando lo sviluppo di un riferimento genetico locale curato che ha rafforzato le analisi dell’eDNA”.
Il DNA ambientale ha permesso agli scienziati di individuare specie fragili, rare e molto veloci – che sarebbero forse impossibili da rilevare con i mezzi tradizionali, come telecamere e reti:
“Questi canyon sono ecosistemi incredibilmente ricchi e, fino ad ora, sono rimasti in gran parte inesplorati a causa della difficoltà di operare a tali profondità estreme”,
ha affermato la dottoressa Nester. Alle sue parole fanno eco quelle di Kirkendale:
“Abbiamo trovato un gran numero di specie che non corrispondono perfettamente a nessuna specie attualmente registrata, il che non significa automaticamente che siano nuove per la scienza, ma suggerisce fortemente che esiste una vasta biodiversità abissale che stiamo iniziando a scoprire solo ora”.

DNA ambientale: conoscere la vita per proteggerla
Grazie all’eDNA, spiegano i ricercatori, un singolo campione d’acqua può fornire preziose informazioni su centinaia di specie contemporaneamente, e questo ci permette di ampliare notevolmente la nostra comprensione degli ecosistemi di profondità. Si è scoperto, per esempio, che canyon adiacenti possono supportare ecosistemi decisamente diversi.
Secondo la professoressa Zoe Richards, della Scuola di Scienze Molecolari e della Vita della Curtin University, l’eDNA ha il potenziale per trasformare il modo in cui gli scienziati esplorano e proteggono gli abissi oceanici:
“Gli ecosistemi degli abissi sono vasti, remoti e costosi da studiare, eppure sono sottoposti a crescenti pressioni dovute ai cambiamenti climatici, alla pesca e allo sfruttamento delle risorse. Il DNA ambientale ci offre un metodo scalabile e non invasivo per acquisire conoscenze di base su ciò che vive in questi ambienti, essenziali per una gestione e una conservazione consapevoli”.
Continuare a indagare le profondità per avere un quadro più preciso dell’ecologia degli ecosistemi abissali serve soprattutto a darci la possibilità concreta di tutelare le specie marine che ancora sfuggono alla nostra comprensione:
“Non si può proteggere ciò di cui non si conosce l’esistenza. L’enorme numero di scoperte, tra cui la megafauna, dimostra chiaramente che abbiamo ancora moltissimo da imparare sulla vita marina che popola l’Oceano Indiano”,
conclude Richards.
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