Il turismo di massa minaccia la foca monaca: una ricerca nel Mar Ionio Interno rivela che i pinnipedi si rifugiano nelle grotte sottomarine per riposare

Il turismo di massa sta ridisegnando non solo le coste del Mediterraneo, ma anche le abitudini degli animali che le popolano. Tra le specie più colpite c’è la foca monaca del Mediterraneo, uno dei mammiferi più rari e minacciati del pianeta. Un recente studio mette in luce come l’incessante pressione antropica stia spingendo questi pinnipedi a modificare il proprio comportamento, costringendoli ad abbandonare le storiche spiagge aperte per cercare rifugio in remote e inaccessibili grotte sottomarine, che usano essenzialmente per riposare lontano dagli umani.
I turisti disturbano le foche monache: lo studio
La foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus) è uno dei mammiferi più rari della Terra, nonché uno dei pinnipedi maggiormente minacciati dall’inquinamento e dalle attività umane. Ad oggi, secondo i dati dell’IUCN, in tutto l’areale della specie vivono tra gli 800 e i 1000 esemplari. In totale.
Il nucleo principale della popolazione è localizzata nel Mar Egeo, tra Grecia, Cipro e Turchia. Si tratta comunque di poche colonie sparse tra il Mediterraneo e le coste dell’Oceano Atlantico – colonie che sono miracolosamente sopravvissute a secoli di caccia e che si trovano oggi ad affrontare minacce altrettanto pericolose. Non si parla soltanto di pesca e operazioni militari sempre più frequenti. Gli esseri umani, per questi animali, riescono a costituire un pericolo esistenziale anche quando vanno a divertirsi lontano da casa. I turisti, a quanto pare, disturbano questi animali al punto da averne modificato il comportamento. Un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Oryx ha scoperto che le foche monache hanno iniziato a cercare rifugio all’interno di grotte marine remote e difficilmente accessibili all’uomo.
La vita della foca monaca si svolge soprattutto in mare. Tuttavia, spiegano i ricercatori, le evidenze storiche suggeriscono che questi pinnipedi fossero soliti riposare su spiagge aperte. Il problema è che queste spiagge, anche quelle di isolotti disabitati come Formicula, nell’Arcipelago del Mar Ionio Interno, sono sempre più popolate. E le foche monache sono costrette a cercare riparo lontano dallo sguardo dei turisti.
“L’aumento del disturbo umano e della persecuzione, insieme al progressivo deterioramento dell’habitat, hanno probabilmente spinto la foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus), classificata come Vulnerabile nella Lista Rossa dell’IUCN, a ridurre il suo comportamento gregario e a cercare rifugio, spesso da sola, in remote grotte marine”,
si legge nella ricerca.

Le foche monache cercano riparo nelle grotte sottomarine
Dopo aver analizzato l’area dello studio, in cui era già stata osservata la presenza di individui di Monachus monachus, i ricercatori hanno individuato una grotta e vi hanno piazzato prima un sistema di monitoraggio autonomo e delle telecamere subacquee. La prima telecamera, impostata per scattare foto ogni 5 minuti, è rimasta in funzione per 16 giorni. La seconda, posizionata nello stesso punto, ha raccolto dati per 125 giorni.
La grotta non è stata scelta a caso, ma in base ad alcune caratteristiche notoriamente apprezzate dagli individui della specie, che tendono a cercare rifugio in cavità “dotate di uno o più ingressi sopra o sotto il livello dell’acqua, un corridoio d’accesso, una pozza interna e una spiaggia che offre un’area asciutta per il riposo”.
La grotta a campana d’aria monitorata, spiegano, presentava l’accesso a sacche d’aria alte fino a un metro ed era accessibile esclusivamente tramite due corridoi sottomarini a una profondità di 1,10 metri, uno che la collegava alla grotta principale e l’altro che conduceva al mare aperto. E, come si legge nello studio, le foche monache sembrano preferirla alla grotta principale:
“Durante l’intero periodo di monitoraggio (141 giorni), le foche sono state rilevate mentre utilizzavano la grotta principale per 30 giorni (21%), la grotta delle bolle per 119 giorni (84%) e entrambe le grotte (principale e delle bolle) per 23 giorni (16%), indicando una forte preferenza per la grotta a campana d’aria, utilizzata da singoli individui o da gruppi fino a tre foche”.
Le grotte marine con ingresso subacqueo e con una spiaggia protetta al loro interno sono generalmente considerate un habitat riproduttivo, per la foca monaca del Mediterraneo. Le nuove osservazioni, però, rivelano che questi animali hanno preso ad utilizzarle anche e soprattutto per riposare – e proteggersi dalle incursioni umane.

Il riposo delle foche nelle grotte a campana d’aria
I ricercatori hanno osservato che le foche monache riposano regolarmente all’interno di queste grotte dotate di sacche d’aria. Qui, le foche rimangono in acqua senza alcuna piattaforma su cui arrampicarsi, ma sono in grado di respirare. Pur non essendo adatte né per il riposo a terra né per la riproduzione, spiegano, queste grotte possono fornire un riparo adeguato per il riposo. Inoltre, si legge nella ricerca, “le grotte con ingressi multipli, stretti e profondi, sono più sicure, offrendo molteplici vie di fuga e limitando l’accesso umano all’interno della grotta”.
Durante il monitoraggio, le foche hanno utilizzato le grotte a campana d’aria principalmente per riposare, assumendo diverse posizioni, “galleggiando, sveglie in superficie; dormendo o galleggiando letargicamente in superficie, in posizione orizzontale o verticale, un comportamento noto anche come “bottling” (a volte a testa in giù con le narici sott’acqua, e quindi incapaci di respirare); e dormendo sott’acqua, immobili sul fondo”.
I risultati suggeriscono che queste cupole umide, meno accessibili e poco appariscenti potrebbero non solo fornire rifugio dal disturbo antropico, ma anche fungere da siti di riposo, integrando le grotte di riproduzione. Gli studi sull’idoneità dell’habitat per la foca monaca del Mediterraneo, quindi, potrebbero trarre beneficio dall’inclusione di questo tipo di cavità, soprattutto nelle aree turistiche in cui le foche sono maggiormente esposte al disturbo arrecato dagli umani. Per tutelare davvero questa specie rarissima, concludono gli scienziati, bisognerebbe prendere in considerazione anche questi habitat secondari.
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