Dalle emissioni di CO2 allo spreco alimentare: il primo studio sull’economia della pesca a strascico rivela il costo sociale nascosto dietro le reti

Per anni, la narrazione sulla pesca a strascico ha seguito un copione a cui siamo stati abituati con cura quasi maniacale: la distruzione ambientale è il prezzo di un progresso necessario. L’ecatombe dei fondali marini si giustifica da sempre con la sicurezza alimentare, col sostegno a un settore industriale cruciale, con la necessità di alimentare i mercati globali.
Un nuovo studio, però, ribalta completamente la prospettiva: analizzando costi e benefici apportati da questo tipo di pesca all’economia europea, emerge un dato politico ed economico impossibile da ignorare: la società sta pagando un conto salatissimo per finanziare la propria stessa rovina ecologica.
Il primo studio sull’economia della pesca a strascico
La pesca a strascico, è cosa nota, devasta il fondale marino. Questa pratica, che porta con sé una quantità impressionante di catture accidentali, consiste nel trascinamento di pesanti reti da pesca sul fondale – reti che possono essere grandi quanto 12 Boeing 747 e che raschiano via pezzi di fondale marino con la violenza di una condanna.
A fronte di questa ormai solida consapevolezza, verrebbe da pensare che l’unico senso di una pratica del genere sia nella sua capacità di generare profitto. E invece, il primo studio che analizza il valore economico della pesca a strascico parla di una realtà gravemente in perdita, se si considerano i costi sociali.
Come si legge nella ricerca, pubblicata la scorsa settimana su Ocean & Coastal Management, la pesca a strascico impone fino a 16 miliardi di euro all’anno di costi netti alla società europea, un costo che supera di 90 volte i profitti derivanti da questo tipo di pesca nelle acque dell’Unione Europea, del Regno Unito, della Norvegia e dell’Islanda, pari a 180 milioni di euro:
“Il nostro studio chiarisce che la pesca a strascico nelle acque europee non è solo un disastro ambientale, ma anche un fallimento economico”,
spiega Enric Sala di National Geographic Pristine Seas, tra gli autori dello studio.

Pesca a strascico di fondo: un’analisi seria di costi e benefici
Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno raccolto i dati di oltre 4.900 pescherecci a strascico battenti bandiera europea e analizzato le loro attività di pesca nelle acque europee tra il 2016 e il 2021 confrontandole con una serie di parametri quantificabili.
Tra i benefici sono stati presi in considerazione per esempio i ricavi, i posti di lavoro e l’approvvigionamento di proteine derivanti dalla pesca a strascico. Nella lista dei costi, invece, si trovano carburante e manodopera, pesce scartato, sussidi ed emissioni di carbonio – che si sono scoperte essere il costo sociale maggiore di questo tipo di attività:
“Le reti a strascico raschiano il fondale marino, rilasciando carbonio che è stato immagazzinato nel fondale oceanico per secoli. È chiaro che l’entità delle emissioni derivanti dalla pesca a strascico è considerevole. Anche quando utilizziamo una stima molto prudente del costo sociale per tonnellata di CO2 emessa, la società si ritrova a sopportare un pesante onere economico”,
spiega Kat Millage, ricercatrice marina per National Geographic Pristine Seas e autrice principale dello studio. E il costo sociale delle emissioni, tra innalzamento del livello del mare e calo della produttività del lavoro, è altissimo. Come si legge nella ricerca,
“Il valore delle emissioni atmosferiche di CO2 derivanti dal rimescolamento del carbonio sedimentario rappresenta il costo maggiore per la società, con valori compresi tra -18,15 miliardi di euro e -4,87 miliardi di euro all’anno, a seconda del costo sociale del carbonio”.
Sussidi, carburante, spreco alimentare: i costi “nascosti”
La lista dei danni economici va ben oltre quelli provocati dagli effetti delle emissioni di CO2. I ricercatori hanno infatti individuato alcuni costi aggiuntivi per la società, dallo spreco alimentare ai contributi pubblici destinati al settore. Si stima che i governi europei spendano ogni anno 1,17 miliardi di euro per i sussidi diretti alla pesca a strascico, che servono a compensare le spese per il carburante “in nome della sicurezza alimentare e della difesa dei posti di lavoro”. Senza questi sussidi, si legge, l’attività di pesca a strascico sul fondo risulterebbe non redditizia per diverse nazioni, tra cui Belgio, Spagna, Gran Bretagna, Portogallo e Romania.
A ciò bisogna aggiungere una voce che, anche in forza della retorica che sostiene questo tipo di pesca, è forse più dolorosa delle altre: ogni anno, la pesca a strascico spreca potenziale cibo per un valore stimato di 220 milioni di euro. In questo tipo di pesca, fino al 75% degli animali marini intrappolati nelle reti vengono rigettati in mare, morti. Succede con con i pesci troppo giovani, con quelli di scarso valore economico, con gli squali che vivono sui fondali, con razze, spugne, stelle marine e coralli.
E poi c’è la questione carburante: trascinare reti così pesanti sul fondo del mare ne richiede enormi quantità. Norvegia e Islanda, si legge nella ricerca, sono quelli che spendono di più. La recente crisi petrolifera ha dimostrato la ferocia di un sistema basato sui prezzi del diesel: a fine marzo, almeno la metà dell’intera flotta olandese è rimasta in porto.
I benefici sociali, d’altro canto, non sono così incoraggianti: questa pesca fornisce appena il 2% delle proteine animali consumate in tutta Europa, e impiega meno di 20.000 persone in tutto il continente (la pesca artigianale su piccola scala genera il triplo dei posti di lavoro).

L’impatto della pesca a strascico sulle Aree Marine Protette
I ricercatori non sono riusciti a quantificare il costo economico del danno ecologico inflitto all’oceano dalla pesca a strascico di fondo, né il costo ambientale delle catture accessorie. Però altre ricerche hanno dimostrato che dopo il divieto di questo tipo di pesca la vita marina può riprendersi molto velocemente (si parla, per esempio, di un aumento del 95% delle specie di barriera corallina e di un incremento del 400% delle giovani aragoste).
Il nuovo studio – che arriva proprio mentre esperti e attivisti aumentano la pressione sui governi per vietare la pesca a strascico di fondo – ha calcolato che il 23% dello sforzo di pesca del continente, in termini di ore, si svolge all’interno di Aree Marine Protette. In alcune ZEE, come quelle di Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Romania e Spagna, oltre un quarto dello sforzo di pesca si concentra su aree che dovrebbero proteggere la vita marina.
Un’altra recente ricerca ha rivelato che la pesca a strascico di fondo, a livello globale, coinvolge oltre 3.000 specie – incluse specie in via di estinzione. Anche se l’impatto ecosistemico derivante dalla rimozione di così tanti animali dall’oceano non è ancora del tutto compreso, è lecito pensare che abbia dimensioni drammatiche. Come spiega Sala,
“Porre fine alla pesca a strascico nelle aree marine protette europee è essenziale per risparmiare miliardi di euro di costi pubblici. Questo farà risparmiare soldi ai contribuenti, proteggerà la vita marina, darà nuovo impulso all’industria della pesca e ci aiuterà a ridurre il riscaldamento globale. Se i governi europei destinassero anche solo una frazione degli attuali sussidi alla pesca per aiutare il settore a passare dalla pesca a strascico a quella tradizionale, la società e la vita marina ne trarrebbero vantaggio”.
Anche soltanto dimezzare quest’attività così distruttiva in acque europee, conclude la ricerca, potrebbe portare i benefici a oltrepassare i costi.
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