Collasso degli stock ittici, attori stranieri e pesca illegale: la crisi della pesca in Senegal è il motore della migrazione forzata verso l’Europa

Un nuovo report pubblicato dalla Environmental Justice Foundation rivela il devastante impatto della pesca illegale sull’economia del Senegal: il declino degli stock ittici, causato da grandi navi straniere che competono con le piroghe dei pescatori locali, mette in crisi il tessuto economico e sociale del Paese, costringendo sempre più persone a lasciare la propria casa per affrontare un pericolosissimo viaggio verso l’Europa.
Il dato più interessante? La migrazione dei giovani senegalesi verso i Paesi del Vecchio Continente sembra causata, almeno in parte, proprio dagli antichi appetiti degli europei: la maggior parte dei pescherecci stranieri che pescano in acque senegalesi sono registrati in Cina e in Spagna, mentre l’esplosione delle esportazioni, che minaccia la sicurezza alimentare delle comunità costiere, è dovuta proprio alla crescente richiesta dell’UE, che è il primo importatore di prodotti ittici senegalesi.
La pesca, vero pilastro dell’economia senegalese
La pesca è una pietra miliare dell’economia senegalese e una delle principali fonti di sicurezza alimentare per gli abitanti del Paese. Come si legge nel rapporto dell’Environmental Justice Foundation (EJF) “La rotta mortale verso l’Europa. Come pesca illegale e sovrapesca in Senegal spingono alla migrazione”, si stima che il settore della pesca dia lavoro a circa il 3% della forza lavoro del Paese. I prodotti ittici contribuiscono al 7,9% dell’apporto proteico totale della popolazione e sono al centro della politica di sicurezza alimentare del governo senegalese.
Fino a circa 10 anni fa, la pesca ha sostenuto un consumo medio annuo di prodotti ittici pari a 29 chili pro capite. Questa cifra, però, è rapidamente scesa sotto i 18 chili. I piccoli pelagici come l’alaccia e il pesce bonga costituiscono il 75% dei prodotti ittici consumati in Senegal.
La pesca artigianale su piccola scala è anche uno dei pilastri dell’economia del Paese. Nel 2019, il settore ha fornito lavoro a 169.000 persone: la maggior parte sono pescatori (oltre 75mila), ma sono centrali anche i posti di lavoro legati alla pescheria (45.250 addetti) e alla lavorazione artigianale del pesce (47.500 impiegati).
Nell’ultimo decennio, la pesca ha registrato una crescita sostanziale, con le catture che sono passate, dal 2010 al 2019, da 418mila a 533mila tonnellate. Parallelamente, le esportazioni sono aumentate fino a fare del Senegal il quinto esportatore di prodotti ittici dell’Africa. Nel 2023, si legge nel report, i prodotti ittici rappresentavano il 10,7% delle esportazioni del Senegal in termini di valore.

Il drammatico collasso degli stock ittici in Senegal
Le popolazioni di pesci che garantivano la sussistenza di un enorme numero di persone sono gravemente minacciate. Secondo i modelli basati sui dati a disposizione, il 57% delle specie bersaglio sono in declino (il report dell’EJF parla apertamente di “collasso”).
Secondo un rapporto pubblicato nel 2024 dal Comitato per la pesca nell’Atlantico centrale orientale (CECAF), i piccoli pesci pelagici come alacce e bonga, in assoluto i più consumati, sono in stato di sovrasfruttamento. Sono anni che il CECAF chiede di dimezzare lo sforzo di pesca per le alacce, e di farlo con la massima urgenza. L’appello del Comitato, però, non è stato ascoltato.
L’indice di abbondanza delle 10 specie ittiche chiave per l’economia del Senegal è diminuito del 72%. La biomassa è calata del 63% dall’inizio dello sfruttamento, che ha toccato il suo apice a metà degli anni Ottanta. E la colpa è chiaramente della sovrapesca: tutti gli indicatori suggeriscono che a minacciare la vita marina del Senegal sia lo sfruttamento su larga scala delle risorse demersali da parte dei pescherecci industriali.
La piaga della pesca illegale rappresenta forse il tratto più cupo, nel quadro disegnato dal rapporto EJF. Indagini precedenti hanno mostrato che le navi a strascico che operano nelle acque dell’Africa occidentale e centrale sono regolarmente coinvolte in una serie di attività illegali, tra cui l’uso di reti con maglie di dimensioni illegali, l’incursione nella zona riservata ai pescatori artigianali, la frode (sotto dichiarazione del tonnellaggio), la pesca senza licenza e la manomissione dei sistemi di posizionamento delle imbarcazioni. In Senegal, questo fenomeno ha assunto dimensioni tali da rappresentare una concreta minaccia alla sopravvivenza di intere comunità.
Il problema: troppe pratiche illegali e attori stranieri
Quasi tutti i pescatori senegalesi intervistati dall’EJF ha riferito di aver osservato pescherecci con reti a strascico pescare all’interno delle loro zone di pesca o nei dintorni. L’incursione illegale di grandi imbarcazioni nella zona riservata alle piroghe è una delle principali preoccupazioni dei pescatori: le grandi navi sono sempre presenti, e si comportano in maniera a dir poco minacciosa coi pescatori locali.
Come racconta Idrisa Seye, che ha dovuto lasciare il Paese a causa della crisi della pesca,
“Capita che stai lavorando in una zona e improvvisamente ti trovi circondato da 6 o 7 pescherecci industriali, che possono portare via le tue reti. Si prendono tutto il pesce che potresti pescare…e pescano tutto il giorno, anche di notte, senza fermarsi mai. E se metti le tue reti di notte, quando ritorni non le trovi più, perché se le sono portate via”.
A complicare il problema c’è il fatto che la maggior parte dei pescherecci autorizzati a operare in Senegal sono operati da compagnie straniere, soprattutto spagnole e cinesi. Nonostante la maggior parte dei pescherecci a strascico batta bandiera senegalese, l’analisi dell’EJF ha rivelato che almeno il 41,3% di essi sia in realtà controllato da entità straniere, che operano sotto la copertura di “opache joint venture con società locali”.
Molti di questi attori titolari di licenza, si legge nel report, hanno una storia conclamata fatta di pesca illegale, pratiche distruttive e frode. E il controllo straniero potrebbe essere ancora più esteso di così: per circa un quarto delle navi con licenza, infatti, non si è riusciti a risalire a un entità di controllo.

La corsa alle esportazioni minaccia la sicurezza alimentare
L’incursione di attori stranieri ha anche la forma di un mercato, quello del pesce senegalese, che in pochi anni è stato trasformato a uso e consumo di altri Paesi. Il settore, tradizionalmente guidato dal consumo locale, si è orientato verso un’economia sempre più basata sulle esportazioni: tra il 2008 e il 2018, i volumi delle esportazioni sono passati da 77mila a quasi 300mila tonnellate. E hanno superato il consumo locale.
Il primo importatore del pesce senegalese è l’Unione Europea, che nel periodo 2019-2022 ha importato prodotti ittici per un valore di 208 milioni di dollari l’anno, in media. Il 44% delle esportazioni dirette verso l’UE finisce in Spagna.
Negli ultimi anni, una percentuale sostanziale delle catture di piccoli pelagici, circa 20.000 tonnellate ogni anno, è stata destinata alla produzione di farina di pesce, sottraendo ulteriori risorse alimentari alla popolazione del Senegal. In base a uno studio del 2022, il boom delle esportazioni, combinato con l’emergere di usi non alimentari come quello citato, sta minacciando la sicurezza alimentare dell’intero Paese, oltre che la sostenibilità della pesca di piccoli pelagici. Già vent’anni fa la FAO aveva identificato la sovrapesca e la corsa all’esportazione come i principali fattori di rischio per la sicurezza alimentare del Senegal.
I più colpiti, si legge nel rapporto, sono le donne trasformatrici che tradizionalmente affumicano, salano, essiccano e vendono il pesce nei mercati locali, i pescatori artigianali e le comunità costiere che dipendono dal pesce per l’apporto di proteine animali. Un quadro ulteriormente complicato dai prezzi in costante ascesa: tra il 1998 e il 2010, per esempio, il costo dell’alaccia, uno dei pesci più consumati a livello locale, è più che raddoppiato.
La migrazione come ultima soluzione alle difficoltà del Paese
Di fronte a uno scenario simile, la migrazione è percepita come l’unica alternativa possibile per molte famiglie delle comunità costiere senegalesi. Soltanto l’anno scorso, oltre 60mila persone sono entrate in Spagna in modo irregolare, più del doppio rispetto a due anni prima. Alle Isole Canarie, gli arrivi sono aumentati del 200%.
Le Isole Canarie sono la principale destinazione di queste persone. Ma il viaggio che conduce a queste terre è molto pericoloso. La rotta migratoria dall’Africa occidentale alle Canarie, si legge nel report, è la più letale al mondo. Secondo i dati del Progetto Missing Migrant dell’OIM, tra il 2019 e il 2024 ci sono stati un totale di 4.888, tra morti e dispersi, lungo la rotta Africa Occidentale/Atlantico verso le Isole Canarie. Secondo le stime di Caminando Fronteras i numeri sono ancora più alti, e oltre il 20% delle vittime proviene da due Paesi: Senegal e Gambia.
Per chi resta a casa, e viene a sapere di aver perso figli e parenti in un terribile naufragio come quello di Capo Verde del 2023, non è raro vedere nella crisi della pesca una delle principali responsabili di queste tragedie. Per molti di questi giovani, infatti, la pesca è l’unica fonte di reddito possibile. E ora che i pescherecci stranieri si prendono tutto, non c’è alternativa: bisogna tentare altrove, a rischio della vita.
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