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Olio e farina di pesce: l’impatto nascosto dell’acquacoltura

La prima mappa globale delle fabbriche di farina di pesce rivela l’impronta della pesca di allevamento: minaccia gli ecosistemi e la sicurezza alimentare

Come vengono alimentati i pesci d'allevamento?
Allevamenti di salmone in Norvegia: i pesci carnivori come i salmoni vengono alimentati con altri pesci pescati in mare, cosa che aumenta sempre di più le pressioni di pesca e mina la sicurezza alimentare dei Paesi a basso reddito (Foto: Envato)

Nel 2020, sono stati catturati in mare 78,8 milioni di tonnellate di pesci. Quasi sei milioni di tonnellate in meno rispetto a due anni prima. Gli stock ittici sono in declino da anni in tutto il mondo: mentre le catture calano, però, la domanda globale di pesci e altri animali acquatici continua a crescere. Per far fronte alle richieste del mercato, quindi, si fa sempre più affidamento sull’acquacoltura, indicata dalla FAO come un’opportunità fondamentale per la sicurezza alimentare e per l’occupazione in diverse aree del mondo.

La pesca di allevamento, però, continua a dipendere dagli stock ittici selvatici: molte delle specie allevate per il mercato dei Paesi ad alto reddito, infatti, sono strettamente carnivore e devono essere alimentate con altri pesci. Perciò, ogni anno, milioni di tonnellate di piccoli pesci vengono trasformati in farina e olio di pesce necessari per sostenere l’acquacoltura di specie redditizie e molto richieste come il salmone atlantico.

Un nuovo studio della University of British Columbia ha elaborato la prima mappa globale delle fabbriche di farina e olio di pesce, facendo luce su un’area critica della catena di approvvigionamento dell’acquacoltura. E quello che emerge è tutt’altro che rassicurante.

Il declino degli stock ittici e il boom dell’acquacoltura

Nel 2020, l’acquacoltura ha fornito 87,5 milioni di tonnellate di animali acquatici, principalmente destinati al consumo alimentare umano, 35 milioni di tonnellate di alghe e 700 tonnellate di conchiglie e perle per uso ornamentale, per un totale che supera i 122 milioni di tonnellate. Come si legge nel rapporto The State of World Fisheries and aquaculture 2022 della FAO, la produzione da allevamento è aumentata di 6,7 milioni di tonnellate rispetto al 2018, raggiungendo il valore di 281,5 miliardi di dollari.

Mentre le catture in mare calano, infatti, la richiesta di pesci e altri frutti di mare è in costante crescita: oggi il consumo globale di pesce è più di cinque volte superiore a quello di 60 anni fa. In Cina, per esempio, nel 2020 le catture in mare sono scese di oltre il 18% rispetto al 2015, mentre la produzione da allevamento è passata, in meno di vent’anni, da poco più di 32 a 53 milioni di tonnellate. Nel frattempo, l’acquacoltura alimentata ha progressivamente superato quella delle specie non alimentate, che oggi rappresenta meno del 30% del totale. Risultato: tra il 2000 e il 2021, l’industria della pesca da allevamento ha raddoppiato i suoi consumi di farina di pesce.

Ma da dove provengono le tonnellate di farina di pesce e olio di pesce utilizzate per nutrire i pesci d’allevamento? Un nuovo studio della University of British Columbia, pubblicato su Science Advance, ha elaborato la prima mappa globale open source delle fabbriche di farina e olio di pesce (FMFO): un nuovo strumento per valutare l’impatto ambientale, sociale ed economico delle singole fabbriche e l’impronta dell’industria nel suo complesso.

La prima mappa globale delle fabbriche di farina di pesce
Le fabbriche in blu scuro sono gli impianti verificati tramite immagini satellitari e informazioni sul sito web dell’azienda. I cerchi ombreggiati in verde rappresentano il numero di fabbriche per Paese (Foto: Shea et al., Spatial distribution of fishmeal and fish oil factories around the globe, 2025)

La mappa globale delle fabbriche di farina di pesce

Lo studio ha individuato 506 fabbriche, operate da 413 aziende, in 63 Paesi del mondo – con Perù, Mauritania e Cile che ne ospitano il maggior numero. I ricercatori hanno usato immagini satellitari, database nazionali e certificazioni industriali per verificare l’ubicazione delle fabbriche e l’utilizzo delle materie prime, e hanno incrociato i dati con quelli reperibili sui siti web delle aziende e negli elenchi governativi.

Il database che ne risulta, spiegano gli scienziati, mostra schemi molto chiari. Il Perù, ad esempio, ospita 125 fabbriche di FMFO – il numero più alto al mondo – mentre la Mauritania è al secondo posto con 42, molte delle quali sono state collegate alla ridotta disponibilità di pesce locale e all’aumento dei prezzi. Tuttavia, Paesi con poche fabbriche come la Norvegia e la Danimarca, grazie a migliori tecnologie ed economie di scala, hanno spesso una produzione sproporzionatamente elevata rispetto alle controparti del Sud globale.

Come spiega Lauren Shea, autrice principale dello studio,

“La produzione di farina di pesce è un problema importante per l’acquacoltura. Capire dove avviene la produzione di FMFO è essenziale per affrontarne gli impatti ambientali, sociali ed economici. Sapere questo, insieme alle specie utilizzate e all’impatto sugli ambienti e sulle economie locali, può favorire lo sviluppo di pratiche di acquacoltura più trasparenti e responsabili”.

L’acquacoltura è in assoluto la prima destinazione di farina di pesce e olio di pesce: secondo il rapporto della FAO del 2022, la pesca d’allevamento assorbe l’86% della farina di pesce e il 73% dell’olio di pesce prodotti a livello globale. Farine e olio di pesce sono fondamentali per il settore per il loro profilo nutritivo, l’appetibilità e l’alto contenuto proteico, che permette di far crescere i pesci d’allevamento fino alle dimensioni richieste dal mercato.

La mappa globale della produzione di farina di pesce e olio di pesce
Mappe globali con i Paesi ombreggiati in base alla quantità di produzione (tonnellate metriche) di farina e olio di pesce nel 2022. (A) mostra la produzione di olio di pesce e (B) la produzione di farina di pesce. I colori più scuri corrispondono a livelli di produzione più elevati (Foto: Shea et al., Spatial distribution of fishmeal and fish oil factories around the globe, 2025)

La pesca d’allevamento potrebbe minare la sicurezza alimentare

Come si legge nello studio, quasi il 40% della farina di pesce continua a essere prodotto non dagli scarti delle lavorazioni industriali (come teste e code provenienti da operazioni di inscatolamento), ma con pesci interi catturati in natura, molti dei quali sono fondamentali per la catena alimentare marina e per l’alimentazione degli esseri umani, soprattutto nelle comunità costiere a basso reddito. L’acquacoltura è strettamente dipendente da pesci selvatici di piccola taglia come acciughe e sardine, ma questi pesci sono anche fondamentali per l’alimentazione di diverse comunità dell’Africa occidentale e del Sud est asiatico.

La cosiddetta pesca foraggera, spiegano i ricercatori, è una pratica controversa per diversi motivi: oltre a minacciare gli ecosistemi marini intensificando le pressioni di pesca, il dirottamento del pesce selvatico dal consumo umano all’acquacoltura mina la sicurezza alimentare delle popolazioni a basso reddito in tutto il mondo. La globalizzazione del commercio di mangimi per pesci, inoltre, ha portato a una minore tracciabilità dei prodotti.

“La dipendenza dal commercio globale di FMFO potrebbe minare la sicurezza alimentare e incoraggiare pratiche di pesca non sostenibili. Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di giustizia ed equità”,

spiega il dottor Rashid Sumaila, professore presso l’Institute for the Oceans and Fisheries e la School of Public Policy and Global Affairs dell’UBC e autore senior dello studio.

In uno studio del 2009, Naylor e colleghi avevano sollevato una questione che oggi è più viva che mai:

“Come dovrebbero essere assegnate le risorse di pesce foraggio tra usi concorrenti: al più alto valore economico (ad esempio, il tonno rosso allevato), all’alimentazione del maggior numero di persone o alla conservazione degli ecosistemi naturali?”.

Acquacoltura: per un vero cambiamento la scienza non basta

Il vorace consumo di piccoli pesci selvatici da parte dell’industria per la produzione di animali destinati ai mercato di lusso come il tonno e il salmone atlantico è in diretta competizione con il fabbisogno alimentare di molte economie costiere emergenti, che dipendono tanto quanto l’acquacoltura dalla disponibilita dei piccoli pesci pelagici. Secondo uno studio del 2017, se l’acciuga peruviana (Engraulis ringens), la più grande pesca del mondo in termini di peso, fosse indirizzata al consumo umano diretto piuttosto che alla produzione di mangimi, potrebbe eliminare la malnutrizione infantile a livello globale.

Con il nuovo database, i governi e le organizzazioni potranno regolamentare l’approvvigionamento di FMFO, tracciare gli impatti ambientali e sostenere alternative, come mangimi a base vegetale o nuove proteine, che riducono la pressione sugli stock ittici selvatici. Come spiega Shea,

“I sottoprodotti possono essere una soluzione sostenibile se gestiti correttamente. Il miglioramento dei dati potrebbe consentire ulteriormente la tracciabilità, contribuendo a garantire che i prodotti ittici provengano in modo responsabile lungo tutta la catena di approvvigionamento”.

I quadri di riferimento, come l’Iniziativa per la trasparenza della pesca (FiTI), che incoraggia i governi a pubblicare i dati chiave sulla produzione e sul commercio del pesce, sono strumenti altrettanto utili.

“La scienza può arrivare solo fino a un certo punto. Abbiamo bisogno della volontà politica, della responsabilità delle aziende e dell’impegno delle comunità per promuovere un vero cambiamento. Se l’acquacoltura vuole essere parte di un futuro alimentare sostenibile, abbiamo bisogno di dati migliori, di politiche più intelligenti e di un approvvigionamento etico degli ingredienti dei mangimi”,

conclude Sumaila.

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Il salmone atilantico, molto richiesto dai mercati dei Paesi ad alto reddito, è una delle specie che contribuisce di più al consumo di farina e olio di pesce (Foto: Envato)

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