L’allarme degli scienziati: se l’ISA darà il via libera all’estrazione di minerali sui fondali marini ci saranno conseguenze catastrofiche

Se il Deep Sea Mining riceverà il via libera, i primi a pagarne le conseguenze saranno le balene e gli altri cetacei. Il rumore generato dalle attività estrattive sul fondo del mare, si legge in uno studio realizzato da Greenpeace e dall’Università di Exeter, viaggerebbe per diverse centinaia di chilometri attraverso gli oceani e andrebbe a compromettere l’orientamento e la comunicazione tra i mammiferi marini, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.
La International Seabed Authority (ISA), organo dell’ONU responsabile per le decisioni sulle attività antropiche sul fondo degli oceani, non ha ancora completato la bozza del regolamento che dovrebbe normare le attività estrattive sottomarine, ma alcuni Paesi si stanno portando avanti, autorizzando questo tipo di operazioni all’interno delle proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE).
All’altro capo della discussione non ci sono “solo” le associazioni e la società civile, ma anche le decine di Paesi che hanno deciso di vietare o sospendere le attività estrattive sottomarine, gli istituti finanziari che hanno chiesto ai governi di sospendere l’estrazione dai fondali e alcune delle aziende più importanti del mondo, che hanno firmato l’impegno a non investire in DSM.
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Deep Sea Mining, una pratica davvero necessaria?
Lo studio di Greenpeace sul Deep Sea Mining e sull’impatto che potrebbe avere sugli ecosistemi marini ha preceduto di non molto la pubblicazione dell’ultimo report di “The Ocean Foundation”, che analizza nel dettaglio l’industria estrattiva mineraria in acque profonde, sottolineando la sostanziale incertezza che caratterizza questo tipo di attività.
Prima ancora di trattare gli aspetti ambientali e sociali della questione, si mette nero su bianco l’inaffidabilità di un’industria non collaudata e che richiede enormi investimenti iniziali.
“Cercare di estrarre minerali dal fondale oceanico è un’impresa industriale non dimostrata, irta di incertezze tecniche, finanziarie e normative”, spiega Bobbi-Jo Dobush della Ocean Foundation.
“Inoltre, l’industria deve affrontare una forte opposizione da parte degli indigeni e preoccupazioni relative ai diritti umani. Tutti questi fattori si sommano a potenziali rischi finanziari e legali sostanziali per gli investitori sia pubblici che privati”, spiega l’autore del report.
Nel luglio 2023, 37 istituti finanziari hanno chiesto ai governi di sospendere l’estrazione dei fondali marini per analizzare prima al meglio i rischi connessi a quest’attività, e sono già 27 i Paesi che hanno chiesto un divieto, una moratoria o una pausa precauzionale nel settore.
Inoltre, si legge nel rapporto, 39 aziende hanno firmato l’impegno a non investire in DSM, a non consentire ai minerali estratti di entrare nelle loro catene di approvvigionamento e a non approvvigionarsi di minerali dalle profondità marine. “Tra queste ci sono Google, Samsung, Philips, Patagonia, BMW, Rivian, Volkswagen e Salesforce”.
Senza contare il fatto, prosegue il report, che le innovazioni in ambito di batterie ridurranno di molto la domanda di minerali provenienti dai fondali come nichel, cobalto e rame.
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Zona di Clarion Clipperton: le balene e il manganese
Nonostante i dubbi sollevati sull’estrazione mineraria dai fondali marini, questo tipo di operazioni sono già una realtà: alcuni Paesi, come la Norvegia e le Isole Cook, sono andati avanti con le attività minerarie esplorative, mentre “TMC è in attesa di ottenere finanziamenti dal governo USA per costruire un impianto di lavorazione dei minerali dei fondali marini in Texas”.
Quello che preoccupa maggiormente gli scienziati, però, è il crescente interesse delle compagnie estrattive per le acque internazionali. L’attenzione è attualmente concentrata sulla Zona di Clarion Clipperton (CCZ), una regione di pianure abissali larga quanto gli Stati Uniti, che si estende dalla costa occidentale del Messico fino al centro dell’Oceano Pacifico, appena a sud delle Isole Hawaii.
Come si legge nello studio pubblicato sulla rivista “Frontiers in Marine Science”, “la Zona di Clarion Clipperton fornisce l’habitat a circa 22-30 specie di cetacei, tra cui delfini, capodogli, Kogiidae e zifidi”.
“I dati di diverse crociere di ricerca riportati nel repository OBIS-SEAMAP mostrano diverse specie di cetacei all’interno della CCZ”, continua il paper, “tra cui capodogli (Physeter macrocephalus), diverse specie di balenottere e balenottere dal becco, delfini di Risso (Grampus griseus) e capodogli nani e pigmei (Kogia spp.)”.
Questa enorme distesa di montagne sottomarine a una profondità media di 5.500 metri, però, è anche un obiettivo chiave per l’estrazione di noduli di manganese.
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Estrazione sottomarina: i rischi per i cetacei
A preoccupare più di ogni altra cosa è il rumore antropico che verrebbe generato dagli enormi macchinari calati sott’acqua. “In caso di autorizzazione”, si legge nello studio di Greenpeace, “si prevede che l’attività estrattiva su scala commerciale sarà attiva 24 ore su 24, a diverse profondità”.
Alcuni dei suoni prodotti dalle operazioni estrattive si sovrappongono alle frequenze che i cetacei usano per comunicare: i richiami tra madri e cuccioli rischierebbero forti interferenze, e le balene, disorientate, potrebbero non essere più in grado di trovare cibo ed essere costrette a risalire rapidamente in superficie, con conseguenze drammatiche.
Diversi studi hanno dimostrato che l’aumento del rumore antropico, come quello prodotto dalle navi commerciali, dai sonar militari o dalle indagini sismiche, può mascherare i richiami tra le balenottere che si accoppiano, aumentare il rischio di separazione madre-figlio nelle megattere e, sembra, spaventare le balene dal becco, costringendole a salire rapidamente in superficie rischiando l’embolia gassosa.
Oltre ai rumori, bisogna poi considerare la distruzione dell’habitat: i minerali che si vogliono estrarre sott’acqua, infatti, sono parte di quelle montagne sottomarine che sono la casa di centinaia di specie bentopelagiche e che i cetacei frequentano per nutrirsi.
“Il consenso generale degli ecologi marini che hanno pubblicato su questo argomento”, si legge nello studio, “è che l’estrazione commerciale di minerali dai fondali profondi causerebbe danni duraturi e irreversibili a ecosistemi fragili”.
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Deep Sea Mining Code, il regolamento atteso a giorni
La mancanza di una normativa chiara e globale sul Deep Sea Mining rischia di vanificare tutti gli sforzi di conservazione compiuti negli ultimi anni, che tra l’altro si sono concentrati molto sulle balene e sugli altri cetacei.
Mentre i fondali marini in acque territoriali ricadono nella giurisdizione degli Stati costieri, i territori che si trovano in acque internazionali sono sottoposte alle normative dell’ISA, che non ha ancora trovato un accordo sul Deep Sea Mining Code.
Nel frattempo, denuncia lo studio, “a febbraio 2023, l’ISA ha emesso 31 contratti di esplorazione nella ABNJ (Area Beyond National Jurisdiction) per i tre principali tipi di minerali”.
E non c’è tempo da perdere, perché in mancanza di un nuovo regolamento l’ISA è tenuta a concedere tutte le autorizzazioni del caso. È il principio espresso dalla cosiddetta regola dei due anni, che è stata invocata dal presidente di Nauru nel 2021 a sostegno della richiesta di “The Metals Company”, che vuole iniziare le operazioni nella Zona di Clarion Clipperton entro la fine di quest’anno.
L’ISA si riunisce proprio in questi giorni per deliberare sull’estrazione sottomarina e negoziare l’ultima bozza del “codice”: da quanto è dato sapere, l’intenzione del Consiglio dell’ISA sarebbe quella di consentire alle imprese di estrarre minerali dal fondo dell’oceano, nonostante le crescenti preoccupazioni di governi, scienziati e società civile. I Paesi membri dell’ISA, però, sono ancora profondamente divisi sul testo finale.
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