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La Mongolia in cammino verso un futuro sostenibile

Estrazione mineraria sostenibile, gestione dei rifiuti chimici e conservazione della biodiversità: la tutela dell’ambiente in un Paese in rapido sviluppo

La lotta all'inquinamento in Mongolia
Il rapido sviluppo industriale della Mongolia, i problemi legati all’inquinamento e le strategie in atto per un futuro più sostenibile (Foto: Ksuryawanshi / Creative Commons)

Con una superficie di 1,5 milioni di chilometri quadrati e appena 3 milioni e mezzo di abitanti, la Mongolia è il Paese più scarsamente popolato al mondo, ed è anche una nazione che ha conosciuto un rapido sviluppo industriale. Questa crescita, però, non è stata accompagnata da un’adeguata evoluzione delle strategie di tutela dell’ambiente, col risultato che negli ultimi anni il Paese ha registrato tassi preoccupanti di inquinamento, con tutte le conseguenze che ne derivano per la popolazione e per il delicato patrimonio di biodiversità di una regione ricca di specie rarissime ed endemiche.

Perciò la Mongolia è al centro di diversi progetti che puntano a costruire un futuro sostenibile per il Paese asiatico: il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) sono al lavoro su diversi fronti, che vanno dalla tutela della biodiversità alla gestione delle risorse naturali e dell’inquinamento.

Ulaanbaatar, una delle città più inquinate del mondo

Con una temperatura media annuale di 0°C, Ulaanbaatar è la capitale più fredda al mondo. Ma è anche nota per essere tra le città più inquinate del pianeta. Nei giorni più freddi dell’anno, i livelli medi giornalieri di inquinamento da PM2,5 raggiungono i 687 microgrammi per metro cubo, 27 volte il livello che l’OMS raccomanda come sicuro.

La principale fonte d’inquinamento atmosferico è il riscaldamento a carbone che viene utilizzato nel “ger district”: qui si affollano gli insediamenti informali composti da iurte e palizzate in legno che un tempo erano appannaggio dei pastori nomadi ma che oggi ospitano all’incirca 736.000 residenti, il 61% della popolazione totale della città.

Come si legge in uno studio del 2015, la popolazione di questi quartieri al confine della capitale è in aumento soprattutto a causa della mancanza di abitazioni in città. L’urbanizzazione è stata così dirompente che oltre la metà degli attuali residenti di Ulaanbaatar sono nati altrove. Le cause dell’inquinamento della città vengono da lontano: Ulaanbaatar è cresciuta troppo in fretta, e le infrastrutture sono presto diventate inadeguate, soprattutto nei quartieri iurta – in cui si utilizzano rudimentali stufe a carbone per cucinare e per riscaldarsi nell’inverno freddo e nevoso che qui chiamano zud.

La rapida urbanizzazione è una delle principali cause dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo. Ma c’è anche il problema delle attività estrattive, che non è certo secondario: la Mongolia è un Paese ricco di petrolio, carbone e rame, ma anche di molibdeno, tungsteno e fosfato, e l’industria mineraria continua a crescere, anche grazie all’interessamento di imprese cinesi, russe e canadesi.

Un futuro sostenibile per Ulaanbaatar
I sobborghi di Ulaanbaatar sono affollati di insediamenti informali noti come “ger district”, che ospitano il 61% della popolazione della città (Foto: Bernard Gagnon / Creative Commons)

La sostenibilità dell’industria mineraria in Mongolia

Tra il 2018 e il 2023, la Mongolia è stata coinvolta in un importante progetto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, con il supporto dell’Agenzia svedese per la Protezione dell’Ambiente, con l’obiettivo di migliorare la governance ambientale nel settore minerario.

Il Report 2021-2023, pubblicato quest’anno, sottolinea che l’industria estrattiva è il settore trainante dell’economia mongola: tra il 2009 e il 2012, l’industria mineraria è stata quella con la più alta crescita di rendimento. La gestione sostenibile delle risorse naturali, quindi, è diventata una preoccupazione sempre più critica per il Paese.

La mancanza di un solido sistema di legislazione ambientale, si legge nel rapporto, “fa sì che il settore delle risorse minerarie spesso non rispetti i principi dei diritti umani e dello Stato di diritto durante le operazioni di estrazione”. L’UNDP ha quindi condotto diversi studi sul campo, individuando le aree chiave su cui intervenire.

Il progetto non si è limitato all’implementazione di leggi e regolamenti, ma ha puntato a fornire linee guida concrete, formazione e supporto tecnico ad aziende, forze dell’ordine e cittadini direttamente o indirettamente coinvolti dagli effetti dell’attività mineraria. È stato per esempio istituito il Codice per l’Estrazione Responsabile, che ad oggi è stato sottoscritto da oltre 30 compagnie minerarie, ed è stata sviluppata una guida tecnica per la riabilitazione dei terreni danneggiati dalle attività estrattive, con tanto di dimostrazione pratica lungo il fiume Tuul.

Oggi, inoltre, la Mongolia può contare su un sistema di monitoraggio partecipativo del settore, già introdotto in 5 province, e su 100 ispettori adeguatamente formati in materia di gestione dei rifiuti chimici.

Nuove competenze per la gestione dei rifiuti chimici

La questione dei rifiuti chimici è al centro delle iniziative del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), che nel 2021 ha avviato un progetto specifico sulla gestione dei rifiuti pericolosi. Il Governo mongolo stima che la produzione di questi scarti sia compresa tra le 27.000 e le 54.000 tonnellate all’anno, e che gran parte di questi scarti non sia smaltita correttamente.

La Mongolia, però, ha sottoscritto le convenzioni di Basilea, Rotterdam e Stoccolma, nonché la Convenzione di Minamata sull’inquinamento da mercurio: il progetto dell’UNEP, che si concluderà nella primavera del 2025, ha proprio lo scopo di sostenere il Paese nell’adempimento degli obblighi previsti da questi accordi in materia di rifiuti pericolosi, prodotti chimici e inquinanti organici persistenti. Grazie a questo progetto, l’Accademia delle Scienze della Mongolia sta già lavorando per sviluppare standard e metodi per l’analisi dei rifiuti pericolosi e delle loro fonti.

La sostenibilità dell'industria mineraria in Mongolia
L’attività estrattiva è il settore trainante dello sviluppo industriale mongolo: una ricchezza che pone il Paese di fronte all’urgenza di una gestione sostenibile delle risorse (Foto: Tulga aglut / Creative Commons)

Tutela della biodiversità: la legge sui diritti di utilizzo delle risorse

Il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha sostenuto negli ultimi anni un’iniziativa modello: migliorando l’efficacia di una legge già esistente sui diritti di utilizzo delle risorse naturali, si è riusciti a destinare ingenti risorse economiche alla conservazione della biodiversità.

L’estrazione mineraria, la forte espansione agricola, lo sviluppo delle infrastrutture e i cambiamenti climatici sono una seria minaccia per la delicata biodiversità della taiga, delle praterie e delle vette ghiacciate mongole. Secondo i dati dell’ONU, il 77% del suolo è in qualche modo degradato, anche nelle zone distanti dalla città. La desertificazione avanza e fa temere per il futuro delle specie più vulnerabili, come il leopardo delle nevi, l’antilope delle steppe e il rarissimo orso del Gobi (pare ne esistano appena 50).

Soltanto lo 0,2% del PIL della Mongolia è destinato alla conservazione della biodiversità, ma il governo si è già impegnato nell’aumentare il budget portandolo fino all’1% del PIL. Nel frattempo, le risorse per questo compito così cruciale sono arrivate migliorando l’efficacia di una legge già esistente che prevede la tassazione delle entrate derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali – dall’acqua ai minerali, dal legname alla selvaggina.

Secondo l’UNDP, un’applicazione efficace di questa legge avrebbe permesso di incassare circa 6 milioni di dollari ogni anno da destinare alla conservazione. E i risultati non hanno disatteso le speranze, anzi: nel 2023 le entrate derivanti dalla legge NRUP hanno raggiunto 11,9 milioni di dollari, con un aumento del 170% rispetto alla media recente (2016-2021). Le proiezioni per il 2024 indicano un aumento ancora maggiore, che porterà le entrate a 22,4 milioni di dollari. Una cifra più che sufficiente a colmare il deficit di finanziamento per la biodiversità. E un esempio di cui fare tesoro, anche lontani dalle steppe della Mongolia.

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