La transizione energetica corre sui minerali critici, ma lungo il confine fra Myanmar e Cina il prezzo lo pagano comunità in guerra e territori fragili

Nella narrazione dominante della transizione energetica, le tecnologie “pulite” (veicoli elettrici, turbine eoliche, infrastrutture di rete) compaiono come il volto più visibile della decarbonizzazione. Molto meno evidente è la base minerale che le sostiene: un insieme di elementi e materiali che, secondo analisi recenti, tenderà a diventare sempre più strategico man mano che i sistemi energetici e industriali si elettrificano. Le terre rare, in particolare quelle “pesanti” utilizzate in magneti permanenti, rappresentano un tassello chiave di questa architettura.
È in questo contesto che le regioni di confine del Myanmar settentrionale, e in particolare lo Stato Kachin lungo la frontiera con la Cina, tra aree come Chipwi e Pangwa (Panwa), lungo i corridoi che conducono verso Kan Paik Ti e con Myitkyina come principale centro urbano regionale, hanno assunto un ruolo sproporzionato rispetto alla loro apparente “perifericità”. Lì, in aree segnate da conflitti armati di lunga durata e da sovranità contestate, la corsa globale ai minerali critici ha contribuito a costruire ciò che gli autori dello studio definiscono una “sacrifice zone”: un territorio in cui i benefici della transizione si accumulano altrove, mentre i costi sociali e ambientali restano localizzati.
Questa lettura impone un cambio di prospettiva. Se il concetto di just transition nasce per evitare che la decarbonizzazione produca nuovi esclusi, il caso Kachin mostra un “punto cieco” ricorrente: la giustizia della transizione non riguarda soltanto lavoratori e regioni legate ai fossili, ma anche chi vive nei nuovi distretti estrattivi che alimentano le tecnologie verdi. In altre parole, la transizione non è soltanto una traiettoria temporale: è una trasformazione con effetti fortemente spaziali, che redistribuisce rischi e vulnerabilità lungo catene del valore opache.

Green extractivism: la contraddizione è nel cuore delle filiere
Un lavoro dal titolo “The Myanmar borderlands as a green energy transition ‘sacrifice zone’: A case study of rare earth mining in Kachin state”, pubblicato nel giugno 2025, si inserisce in una letteratura crescente sul green extractivism, che descrive come politiche e mercati della decarbonizzazione possano replicare logiche estrattive tradizionali: appropriazione rapida di risorse, scarso o nullo processamento locale, trasferimento del valore verso centri industriali e finanziari, e “socializzazione” dei danni su comunità con limitata capacità di tutela. È una dinamica che gli autori collegano anche a forme di sviluppo diseguale e “adverse incorporation”: l’inclusione nelle catene globali avviene, paradossalmente, come meccanismo che intensifica esclusione e precarietà, invece di ridurle.
Nel caso del Myanmar settentrionale, la spinta arriva dalla domanda di terre rare e dalla riorganizzazione dell’offerta regionale. La Repubblica Popolare Cinese, storicamente dominante nelle filiere delle terre rare, ha rafforzato nel tempo il controllo domestico su miniere irregolari e impatti ambientali. Una conseguenza, secondo il quadro ricostruito nello studio, è stata la ricerca di forniture esterne di materia prima da integrare nelle capacità di raffinazione e produzione già consolidate: una sorta di “spostamento” dei costi ambientali verso oltreconfine, pur mantenendo a valle la cattura di valore.
Qui la geografia conta: lo Stato Kachin è accessibile tramite valichi e reti stradali già potenziate in fasi precedenti di estrazione (legname, minerali, altre commodities). La frontiera diventa così una piattaforma logistica per una filiera dove l’estrazione avviene in aree fragili e il valore aggiunto viene realizzato altrove.
“Secondo analisti del settore, la vera leva competitiva non è solo l’accesso al minerale, ma la capacità di controllare raffinazione, standard e sbocchi industriali”,
una considerazione che nel caso della ex Birmania si traduce in un modello: esportazione in forma grezza e dipendenza strutturale da un’unica direzione di mercato.
Guerra, autorità armate e “regulatory pluralism” sul terreno
La particolarità del caso Kachin è che l’estrazione non si sviluppa in un contesto di governance statale ordinaria. Le attività si concentrano in aree di conflitto, dove l’autorità è esercitata da attori armati con funzioni para-istituzionali. Lo studio ricostruisce un ecosistema di regole e permessi in cui le imprese ottengono concessioni tramite accordi riservati con autorità locali armate; in seguito, soprattutto in aree dove la governance è meno centralizzata, entrano in gioco livelli distrettuali e amministrazioni locali, con pagamenti e negoziazioni differenziate.
È un esempio pratico di regulatory pluralism: più regimi di controllo coesistono e competono, rendendo difficile imporre standard ambientali, consultazioni pubbliche o meccanismi di accountability. In un’economia di guerra, inoltre, l’incentivo principale tende a essere la massimizzazione delle entrate nel breve periodo (soprattutto, per finanziare apparati armati e reti di potere) più che la gestione sostenibile di una risorsa. La volatilità aumenta l’urgenza estrattiva: chi investe in contesti instabili tende a “recuperare” rapidamente i costi, comprimendo tempi, tutele e ripristini.
Questa architettura politico-economica non è un dettaglio di contorno: è un fattore di innovazione “negativa” delle filiere. La transizione verde, infatti, non innova solo tecnologie; innova anche i modelli di approvvigionamento e i meccanismi con cui il rischio viene trasferito verso aree dove il controllo democratico è debole e lo spazio civico è ristretto. Nel caso dello Stato Kachin, la capacità di contestare decisioni estrattive risulta compressa sia dalla militarizzazione sia dal peso economico della filiera.

La tecnologia estrattiva: “in situ leaching” e costi invisibili
Sul piano operativo, l’estrazione descritta nello studio si basa sul cosidetto in situ leaching, una tecnica in cui un agente lisciviante viene introdotto nel terreno tramite una rete fitta di perforazioni lungo i versanti. La soluzione mobilita le terre rare presenti nelle argille; il fluido viene poi recuperato più a valle, convogliato in vasche, trattato con reagenti per far precipitare il concentrato. La fase successiva include il trasferimento dei sedimenti in siti di combustione per ottenere ossidi in polvere, destinati all’esportazione.
Dal punto di vista dell’innovazione di processo, l’in situ leaching è “efficiente” perché riduce scavo tradizionale e movimentazione di grandi volumi di roccia. Ma nel contesto Kachin, l’efficienza industriale si combina con assenza di valutazioni d’impatto, gestione incerta dei reagenti, uso intensivo di acqua e pratiche segnalate di rilascio o abbandono dei reflui. L’innovazione, qui, è l’adozione rapida di un know-how trasferito oltreconfine in un ambiente privo di barriere regolatorie efficaci.
Il risultato è la produzione di esternalità durevoli: contaminazione di suoli e corsi d’acqua, vasche residuali lasciate in sito, rischio di frane su pendii indeboliti e deforestazione legata anche al fabbisogno di legna per la combustione. Non sempre esistono misurazioni sistematiche pubbliche della tossicità: per questo l’analisi più solida resta quella qualitativa e testimoniale raccolta sul campo, che converge su un punto: la filiera tende a scaricare sul territorio danni persistenti e difficili da bonificare.

Impatti su lavoro, terra e coesione: la transizione che disgrega
Come spesso accade nelle economie estrattive, l’arrivo delle miniere produce benefici immediati e rischi strutturali. Nel breve periodo si crea domanda di manodopera e aumenta la circolazione di liquidità. Ma la trasformazione del valore della terra, soprattutto in territori con regimi consuetudinari e proprietà comunitarie, apre la strada a trasferimenti opachi di diritti, conflitti intra-comunitari e insicurezza fondiaria.
a monetizzazione accelerata di colline e terreni comuni può diventare un meccanismo di espropriazione “legale” senza consenso informato. Lo studio evidenzia inoltre un effetto di mercato: timori di contaminazione avrebbero ridotto la capacità di vendere alcune colture a compratori transfrontalieri. In aree dove l’agricoltura di piccola scala è legata alle reti commerciali con la Cina, la perdita di sbocchi può diventare un colpo sistemico, non un danno collaterale.
A quel punto il salario di miniera compensa soltanto temporaneamente una frattura più profonda: la riduzione delle alternative e la spinta alla migrazione verso centri urbani che spesso non hanno un tessuto produttivo in grado di assorbire nuova forza lavoro in modo dignitoso. Sul versante sociale, l’estrazione tende a rafforzare assetti di controllo armato.
Le autorità che gestiscono permessi, sicurezza e “ordine” finiscono per svolgere funzioni para-statali, limitando spazi civici e rendendo la risoluzione di controversie dipendente da potere coercitivo e pagamenti. In parallelo, l’afflusso di lavoratori e denaro in aree isolate può alimentare economie collaterali (gioco d’azzardo, sostanze droganti, indebite intermediazioni), con effetti di lungo periodo sulla coesione locale.

Che cosa cambia davvero una “planetary just transition”?
Il caso dello Stato Kachin mette a fuoco una domanda operativa: come rendere credibile una transizione “giusta” quando i suoi costi sono spostati in zone di conflitto e lungo filiere poco tracciabili? Le risposte “top-down”, monitoraggio delle catene di fornitura, standard ESG, due diligence, hanno una razionalità evidente. Tuttavia, lo studio segnala un limite ricorrente: una volta che le terre rare entrano nei circuiti industriali e si mescolano con altre origini, la tracciabilità può diventare estremamente complessa. Inoltre, la geopolitica e la frammentazione politica locale rendono l’implementazione lenta e incerta.
Per questo gli autori insistono su un secondo asse: rafforzare forme di giustizia “dal basso”, investendo in knowledge building locale sulle tecniche estrattive, sui rischi chimici, sulle pratiche minime di sicurezza e su strumenti di monitoraggio comunitario. Non è una soluzione romantica né semplice: in contesti militarizzati, il sapere è potere e può essere ostacolato. Ma è un punto di leva realistico perché riduce l’asimmetria informativa che oggi avvantaggia chi estrae e disarma chi subisce.
In prospettiva, una planetary just transition richiede di trattare i “margini” come parte integrante della governance climatica, non come retrobottega. Significa includere nelle metriche di successo non soltanto CO2 evitata e capacità installata, ma anche qualità istituzionale delle filiere, ripristino ambientale, distribuzione del valore, protezione di acqua e suolo, e spazi di rappresentanza per comunità e lavoratori. Senza questa estensione, il rischio è che la transizione resti una trasformazione tecnologica avanzata e, allo stesso tempo, una redistribuzione regressiva dei costi: pulita nei centri di consumo in Cina, corrosiva nelle zone di sacrificio in Myanmar.
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(Foto: University of Warwick)





