Dalla ricerca universitaria ai razzi suborbitali: il progetto REXUS accelera l’innovazione tecnologica e nuove competenze in Germania e Svezia

(Foto: DLR
Il confine tra formazione accademica e sperimentazione industriale si fa sempre più sottile nel settore spaziale. La recente campagna di lancio dei razzi suborbitali REXUS 35 e 36, avvenuta dal 10 al 12 marzo 2026 presso l’Esrange Space Center in Svezia, rappresenta un esempio concreto di come l’Europa stia investendo nella costruzione di competenze e tecnologie attraverso programmi integrati tra università, agenzie spaziali e industria.
Promosso dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) insieme alla Swedish National Space Agency, il programma REXUS consente a gruppi universitari attivi in Germania di progettare e testare esperimenti in condizioni di microgravità, seguendo l’intero ciclo di vita di un progetto spaziale. Non si tratta soltanto di un’iniziativa didattica, ma di un vero e proprio ecosistema di innovazione in cui ricerca applicata, sviluppo tecnologico e formazione avanzata convergono.
Programmi suborbitali come piattaforme di innovazione rapida
I razzi REXUS, lunghi circa sei metri e capaci di raggiungere i 90 chilometri di altitudine, offrono una finestra temporale limitata (circa sette minuti di volo, con fino a due minuti di quasi assenza di gravità, ma estremamente preziosa per la sperimentazione scientifica. In questo contesto, la rapidità di esecuzione e il costo relativamente contenuto rispetto alle missioni orbitali trasformano questi lanci in piattaforme agili di test tecnologico.
Questo approccio si inserisce in una tendenza più ampia del settore spaziale: l’adozione di modelli di sviluppo iterativi, simili a quelli dell’industria software, che privilegiano cicli brevi di sperimentazione e validazione. Secondo analisti del settore, tali programmi contribuiscono a ridurre il cosiddetto “time-to-space”, accelerando il passaggio da prototipo a applicazione operativa.
Inoltre, la possibilità di integrare esperimenti sia all’interno sia all’esterno del razzo amplia lo spettro delle applicazioni, rendendo questi voli suborbitali strumenti versatili per la ricerca interdisciplinare.

(Foto: ESA/DLR)
Materiali avanzati e microgravità: nuovi paradigmi produttivi
Una delle direttrici più rilevanti emerse dalla campagna riguarda lo studio dei materiali in condizioni di microgravità. L’esperimento MARTINI (Material Analysis of Resin Testing in Null-Gravity Interactions), della Technical University of Braunschweig, analizza il comportamento delle resine fotopolimeriche durante i processi di miscelazione e solidificazione. In assenza di gravità, fenomeni come la sedimentazione o la convezione cambiano radicalmente, aprendo scenari per una manifattura spaziale più controllata e precisa.
Questa linea di ricerca si collega direttamente allo sviluppo della produzione in orbita, un ambito che negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione. La possibilità di realizzare componenti direttamente nello spazio (ad esempio, tramite stampa 3D) potrebbe ridurre la dipendenza dai lanci terrestri e abilitare nuovi modelli di manutenzione satellitare.
Parallelamente, l’esperimento TRACER (TRAnspiration Cooling Experiment Revisited), sviluppato dalla RWTH Aachen University, introduce un approccio innovativo ai sistemi di protezione termica. Basato sul principio del raffreddamento per traspirazione, il sistema prevede il passaggio di gas attraverso la superficie dello scudo termico. Se validato, questo modello potrebbe superare i limiti degli attuali scudi monouso, aprendo la strada a soluzioni riutilizzabili e meno onerose.

(Foto: ESA/DLR)
Semiconduttori e processi fisici osservati in assenza di gravità
Un’altra area chiave riguarda i materiali semiconduttori, fondamentali per qualsiasi sistema elettronico avanzato. L’esperimento GOOSE (Germanium Orbital Optical Semiconductor Experiment), sviluppato da un consorzio di università dell’area di Monaco di Baviera, studia il comportamento del germanio durante la fusione in microgravità, con l’obiettivo di comprendere meglio i processi di cristallizzazione.
In condizioni terrestri, la gravità influisce sulla distribuzione delle impurità e sulla formazione dei cristalli. L’assenza di tali effetti può portare a strutture più uniformi, con potenziali implicazioni per la qualità dei semiconduttori. Secondo ricercatori industriali, questo tipo di studi potrebbe contribuire allo sviluppo di materiali elettronici ad alte prestazioni, con ricadute su settori che vanno dall’aerospazio all’elettronica di consumo.
La microgravità si configura quindi non solo come un ambiente sperimentale, ma come un vero e proprio strumento di ottimizzazione dei processi industriali.
Sul fronte della ricerca fondamentale, l’esperimento MEEGA (Make Enceladus Experiment Go Again), della Aachen University of Applied Sciences, replica in laboratorio i fenomeni dei geyser osservati sulla luna Encelado di Saturno, analizzando i flussi supersonici di vapore e contribuendo alla comprensione dei processi fisici planetari.

(Foto: DLR)
Dalla ricerca fondamentale alle applicazioni biomediche
Non meno rilevante è l’ambito delle scienze della vita. L’esperimento THRIVE (Tissue Healing Research In-Flight Viability Experiment), sviluppato dalla Università di Würzburg e dalla Technical University of Applied Sciences Würzburg-Schweinfurt, testa la resistenza e la funzionalità di componenti per la guarigione delle ferite in ambiente spaziale, nell’ambito del progetto StellarHeal.
L’obiettivo è sviluppare soluzioni efficaci per la medicina degli astronauti, ma le implicazioni vanno oltre. La ricerca biomedica in microgravità sta emergendo come uno dei campi più promettenti dell’economia spaziale. L’assenza di peso consente di osservare processi cellulari e biologici in modo diverso rispetto alla Terra, offrendo nuove prospettive per la medicina rigenerativa e lo sviluppo di terapie avanzate.
In questo senso, programmi come REXUS fungono da ponte tra ricerca accademica e applicazioni cliniche, contribuendo a costruire un pipeline di innovazione trasversale.

(Foto: ESA/DLR)
Formazione e filiera: il ruolo strategico dei sistemi educativi
Oltre agli aspetti tecnologici, il valore del programma risiede nella sua capacità di formare competenze. Gli studenti coinvolti non si limitano a progettare esperimenti, ma affrontano tutte le fasi di una missione: dalla progettazione alla validazione, fino all’analisi dei dati post-volo.
Questo approccio “end-to-end” riflette le esigenze dell’industria spaziale contemporanea, sempre più orientata verso profili multidisciplinari. La formazione pratica in contesti reali contribuisce a ridurre il divario tra università e industria, creando una nuova generazione di ingegneri e ricercatori pronti a operare in un settore altamente competitivo.
Inoltre, la dimensione internazionale del programma favorisce la collaborazione tra istituzioni europee, rafforzando l’integrazione della filiera spaziale continentale.
Verso un’economia spaziale distribuita e collaborativa
La campagna REXUS 35/36 evidenzia come l’innovazione spaziale non sia più appannaggio esclusivo delle grandi agenzie o delle grandi imprese. Al contrario, si sta affermando un modello più distribuito, in cui università, centri di ricerca e startup giocano un ruolo crescente.
In questo contesto, i programmi suborbitali rappresentano un tassello strategico: permettono di testare tecnologie emergenti, formare competenze e alimentare un flusso continuo di innovazione. Secondo analisti del settore, questa dinamica potrebbe accelerare la transizione verso una economia spaziale più aperta e interconnessa.
Se da un lato le applicazioni immediate riguardano ambiti specifici (materiali, semiconduttori, biomedicina), dall’altro il valore sistemico risiede nella capacità di creare un’infrastruttura di sperimentazione accessibile e replicabile.
In definitiva, iniziative come REXUS non rappresentano solo un’opportunità per studenti e ricercatori, ma un elemento chiave nella costruzione di un ecosistema europeo dell’innovazione spaziale sempre più competitivo e resiliente.
Studenti nello spazio: il programma REXUS lancia esperimenti su razzi suborbitali
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(Foto: Rymdstyrelsen)



