Alla Maratona dell’Engadina i campioni dell’EMPA hanno rivelato residui persistenti: gli sport invernali sono così attesi a una transizione chimica

La questione dei PFAS non riguarda soltanto grandi impianti industriali, siti produttivi o cicli manifatturieri complessi. Le cosiddette sostanze chimiche eterne, note per la loro estrema stabilità e per la capacità di permanere nell’ambiente per tempi molto lunghi, emergono anche in contesti apparentemente lontani dalla chimica pesante. Uno di questi è lo sci di fondo, dove per anni alcune scioline contenenti fluoro sono state utilizzate per migliorare lo scorrimento degli sci sulla neve e ottenere vantaggi prestazionali nelle competizioni e nella pratica amatoriale più evoluta.
Il tema è particolarmente rilevante per la Svizzera, Paese in cui gli sport invernali sono parte della cultura, dell’economia turistica e dell’identità territoriale di molte regioni alpine. La scoperta di residui riconducibili a scioline fluorurate in campioni di neve e terreno prelevati lungo il percorso della Maratona di sci dell’Engadina sposta però il dibattito su un piano più ampio: non si tratta soltanto di sostituire un prodotto tecnico con un’alternativa commerciale, ma di ripensare il rapporto fra prestazione sportiva, responsabilità ambientale e gestione dei materiali ad alta persistenza.
I PFAS, abbreviazione di composti alchilici perfluorurati e polifluorurati, comprendono migliaia di sostanze caratterizzate dalla presenza di legami fluoro-carbonio. Proprio questi legami conferiscono loro proprietà molto utili in numerosi prodotti, dalla resistenza all’acqua alla repellenza ai grassi, ma anche una forte resistenza alla degradazione. Per questa ragione possono rimanere nell’ambiente per periodi molto estesi e accumularsi negli organismi viventi, con possibili conseguenze per gli ecosistemi e per la salute umana.
Il caso delle scioline mostra bene una dinamica tipica della transizione industriale contemporanea: materiali sviluppati per garantire prestazioni elevate vengono progressivamente rivalutati alla luce dei loro effetti ambientali lungo l’intero ciclo di vita. Nello sport, come in altri settori, il problema non è soltanto normativo. È anche culturale, organizzativo e informativo, perché molte sostanze rimangono in circolazione per anni dopo l’introduzione di divieti o alternative, soprattutto quando sono presenti in scorte domestiche, attrezzature personali o prodotti acquistati in passato.

Il divieto FIS ha accelerato la svolta senza fluoro
La Federazione Internazionale di Sci ha introdotto un passaggio decisivo a partire dalla stagione 2023/2024, vietando nelle proprie competizioni l’uso di scioline contenenti fluoro. La misura prevede la squalifica in caso di impiego non conforme e si applica anche agli eventi svizzeri rientranti nel perimetro delle gare FIS, compresa la Maratona dell’Engadina. La scelta ha avuto un impatto immediato sulla filiera: i produttori di scioline hanno progressivamente convertito le rispettive gamme verso formulazioni senza fluoro, rendendo disponibili alternative più compatibili con le nuove regole e con le esigenze ambientali.
Dal punto di vista dell’innovazione, questa transizione non è secondaria. Per decenni le sostanze fluorurate sono state associate a una maggiore efficienza nello scorrimento, soprattutto in condizioni di neve e temperatura nelle quali l’attrito fra soletta e superficie innevata può influenzare in modo significativo la prestazione. Lo sviluppo di prodotti alternativi impone quindi ricerca sui materiali, test comparativi, nuove procedure di preparazione degli sci e un adattamento delle abitudini di tecnici, atleti e appassionati.
Il dato più interessante emerso dall’analisi dell’EMPA riguarda però la distanza fra percezione e realtà prestazionale. Secondo i ricercatori, gli sci dei dieci professionisti più veloci della Maratona dell’Engadina sono stati controllati e non hanno mostrato tracce di PFAS. Questo elemento ridimensiona l’idea che le scioline fluorurate siano ancora indispensabili per competere ad alto livello e rafforza il ruolo dell’innovazione sostitutiva: se le alternative moderne consentono prestazioni comparabili, il costo ambientale dei vecchi prodotti diventa sempre meno giustificabile.
“Gli sci dei dieci sciatori professionisti più veloci della maratona sciistica dell’Engadina sono stati tutti testati e non è stata rilevata alcuna traccia di PFAS. A quanto pare, quindi, si può essere veloci anche senza fluoro”,
ha osservato Stefan Reimann, ricercatore dell’EMPA del laboratorio “Luftfremdstoffe/Umwelttechnik”.
Questa dichiarazione introduce un punto centrale per il mercato degli articoli sportivi: quando una soluzione più sostenibile raggiunge una qualità tecnica sufficiente, la resistenza al cambiamento non dipende più soltanto dalla performance, ma da inerzia, abitudine, disponibilità delle scorte e grado di informazione degli utilizzatori. Lo sci di fondo diventa così un laboratorio concreto di innovazione responsabile, dove regolazione, ricerca scientifica e comportamenti individuali devono convergere.

La linea di partenza rivela il picco di contaminazione
Nel marzo 2025 i ricercatori dell’Analytical Center dell’EMPA hanno effettuato un campionamento durante la Maratona dell’Engadina. I campioni di neve sono stati prelevati poche ore dopo la partenza dei concorrenti in punti diversi: subito dopo la linea di partenza, a circa due chilometri dal via e in un’area di riferimento lontana dalla pista. L’obiettivo era verificare se, nonostante il divieto nelle gare FIS e la disponibilità di prodotti alternativi, le piste svizzere fossero effettivamente libere da residui riconducibili alle scioline fluorurate.
I risultati indicano che la transizione non è ancora completa. Le concentrazioni più elevate sono state misurate nella zona di partenza, cioè nel punto in cui gli sciatori iniziano la gara con sci appena preparati. Dopo circa due chilometri, la quantità di PFAS rilevata nella neve risultava già notevolmente diminuita, coerentemente con il rapido consumo dello strato di sciolina per abrasione durante la scivolata. Anche in quella seconda area, tuttavia, i valori erano ancora aumentati in modo misurabile rispetto al campione di riferimento.
“Abbiamo misurato valori relativamente elevati per i PFAS tipici della sciolina. Si tratta in particolare degli acidi carbossilici perfluorurati con una lunghezza della catena da 6 a 14 atomi di carbonio”,
ha spiegato Markus Zennegg, responsabile dell’Analytical Center dell’EMPA.
Il dettaglio tecnico è rilevante perché collega la contaminazione a una famiglia di composti compatibile con l’uso storico delle scioline fluorurate. Non si tratta quindi di un’indicazione generica, ma di un segnale chimico coerente con una specifica applicazione sportiva. Per un laboratorio analitico, distinguere le diverse molecole è essenziale: consente di ricostruire possibili fonti, percorsi di dispersione e rischi ambientali, evitando conclusioni indeterminate o attribuzioni non sostenute dai dati.
La dinamica osservata lungo il percorso mostra anche quanto la dispersione possa essere rapida. Il rivestimento applicato agli sci viene rilasciato nella neve già nei primi tratti della pista. Questo significa che il problema non è confinato al momento della preparazione degli sci, ma si manifesta direttamente nell’ambiente in cui si svolge l’attività sportiva. La neve diventa un vettore temporaneo, destinato poi a trasformarsi in acqua di fusione durante la primavera.
Per l’Engadina, la questione assume una sensibilità particolare perché una parte del percorso si sviluppa sopra il lago di Sils. Con lo scioglimento stagionale, le sostanze depositate nella neve possono raggiungere direttamente l’ambiente acquatico, dove i PFAS possono accumularsi negli organismi e nella catena alimentare. Il problema, quindi, non riguarda soltanto la superficie della pista nel giorno della gara, ma il ciclo successivo dell’acqua, dei sedimenti e della biodiversità locale.

Il rischio passa dalla neve all’acqua e ai pascoli
Uno degli aspetti più significativi della ricerca EMPA è l’allargamento dell’analisi dalla neve al terreno. I ricercatori hanno prelevato campioni negli stessi luoghi e hanno riscontrato una contaminazione significativa da sostanze chimiche eterne. Questo passaggio è importante perché il terreno rappresenta un archivio ambientale più stabile della neve. Mentre la neve fonde e si disperde, il suolo può trattenere parte delle sostanze e diventare una sorgente secondaria di esposizione nel tempo.
Il potenziale collegamento con i pascoli alpini rende il tema ancora più concreto. Secondo Markus Zennegg, a determinate concentrazioni esiste il rischio che i PFAS si accumulino nella carne dei bovini che pascolano nelle aree interessate, con la possibilità di superare i limiti consentiti. È una valutazione che deve essere letta con prudenza, ma che evidenzia una catena di impatto molto più ampia rispetto all’atto iniziale di applicare una sciolina sugli sci.
“A tali concentrazioni, c’è già il rischio che i PFAS si accumulino nella carne dei bovini che pascolano in quella zona e portino a un superamento dei limiti consentiti”,
ha avvertito ancora il dottor Zennegg.
Il caso mette in luce un principio ormai centrale nelle politiche ambientali: una sostanza persistente non scompare quando termina l’uso per cui è stata applicata. Può spostarsi, diluirsi, depositarsi, entrare in matrici diverse e riemergere in comparti non immediatamente associati all’origine del rilascio. Nel caso delle scioline, il percorso può andare dalla soletta dello sci alla neve, dalla neve all’acqua di fusione, dall’acqua al lago o al suolo, fino agli organismi acquatici o agli animali da pascolo.
Questa è anche una sfida per la comunicazione scientifica. I PFAS sono spesso percepiti come un problema remoto, legato a industrie chimiche o a contaminazioni di grande scala. L’esempio della Maratona dell’Engadina mostra invece che la gestione delle sostanze persistenti richiede attenzione anche in pratiche quotidiane o ricreative. La responsabilità principale delle emissioni resta industriale, ma il comportamento dei consumatori può contribuire a ridurre usi non essenziali e rilasci evitabili.
La nozione di uso essenziale è qui decisiva. Non tutte le applicazioni dei PFAS hanno lo stesso peso sociale, sanitario o tecnologico. In alcuni ambiti la sostituzione richiede tempi lunghi, validazioni complesse e valutazioni di sicurezza. In altri, come nel caso di scioline sportive per attività amatoriale o agonistica non strettamente professionale, il rapporto fra beneficio e impatto appare sempre più sbilanciato, soprattutto se le alternative sono già disponibili e tecnicamente efficaci.

Vecchie scorte e poca informazione frenano il cambio
Secondo i ricercatori dell’EMPA, la presenza di PFAS nella neve non sarebbe necessariamente riconducibile a cattive intenzioni degli sciatori. Una spiegazione plausibile riguarda la scarsa sensibilizzazione degli appassionati di sci di fondo e la permanenza di vecchi prodotti nelle case, nei laboratori di preparazione e nelle borse tecniche. Un blocco di sciolina può durare diversi anni e, come ricorda Zennegg, praticamente tutte le scioline più vecchie contengono PFAS.
Questo elemento rende la transizione più complessa rispetto a un semplice aggiornamento normativo. Il divieto in gara può essere controllato sugli atleti, ma non elimina automaticamente prodotti già acquistati, né modifica di colpo le abitudini degli utilizzatori occasionali. Il fatto che concentrazioni elevate siano state misurate non soltanto sulle piste della maratona, ma anche nella zona della normale pista da fondo, conferma che il problema riguarda un ecosistema d’uso più ampio.
“Un blocco di sciolina può durare diversi anni. E praticamente tutte le scioline più vecchie contengono PFAS”,
ha ricordato Markus Zennegg, raccomandando di
“sostituire i vecchi prodotti con varianti prive di fluoro, oggi disponibili in commercio e contrassegnate in modo appropriato”.
Qui l’innovazione non coincide solo con la formulazione di una nuova sciolina, ma con un processo di adozione diffusa. Servono etichette comprensibili, messaggi chiari nei punti vendita, indicazioni nei club sportivi, formazione per tecnici e preparatori, iniziative di ritiro o smaltimento delle vecchie scorte. Senza questi passaggi, il mercato può offrire prodotti migliori senza riuscire a eliminare l’uso residuo di quelli problematici.
Il caso evidenzia anche la necessità di migliorare la tracciabilità chimica nei prodotti di consumo. Per molti utenti, distinguere fra una vecchia sciolina fluorurata e una nuova variante priva di fluoro può non essere immediato, soprattutto quando confezioni e terminologie tecniche non sono familiari. Una transizione efficace richiede quindi un’infrastruttura informativa semplice: indicazioni visibili, standard di comunicazione e messaggi coerenti fra produttori, federazioni sportive, organizzatori di eventi e autorità locali.
La frase di Stefan Reimann sintetizza bene il punto di equilibrio fra beneficio sportivo e costo ambientale. Per pochi minuti di vantaggio, o per un margine prestazionale ormai ridotto rispetto alle alternative moderne, non è ragionevole disperdere nell’ambiente sostanze così stabili. È una considerazione che supera lo sci di fondo e riguarda molte tecnologie mature: quando un materiale problematico continua a essere usato per inerzia, la vera innovazione consiste nel renderne socialmente e tecnicamente superfluo l’impiego.
“Non ha semplicemente senso rilasciare nell’ambiente sostanze così stabili per guadagnare pochi minuti di vantaggio”, ha aggiunto Stefan Reimann.

L’analisi chimica diventa infrastruttura ambientale
Il lavoro dell’EMPA mostra anche il ruolo crescente delle capacità analitiche nella gestione delle transizioni ambientali. Negli ultimi mesi, i ricercatori dell’Analytical Center hanno sviluppato strumenti per determinare circa 30 dei PFAS più comuni in diversi campioni di materiali e ambientali, compresi quelli provenienti dai processi di riciclaggio. Questo dato è importante perché la regolazione delle sostanze persistenti richiede misure affidabili, ripetibili e sufficientemente sensibili per distinguere contaminazioni reali, fonti probabili e livelli di esposizione.
La disponibilità di laboratori capaci di leggere la firma chimica dei PFAS in neve, terreno, materiali e flussi di riciclo rappresenta una forma di infrastruttura scientifica. Non produce direttamente un nuovo prodotto, ma rende possibile governare il cambiamento: consente di verificare l’efficacia dei divieti, individuare usi residui, valutare la contaminazione e fornire basi oggettive a decisioni pubbliche e private. In questo senso, l’innovazione ambientale non riguarda soltanto ciò che viene immesso sul mercato, ma anche ciò che può essere misurato e controllato.
La collaborazione informativa fra EMPA, EAWAG e Oekotoxzentrum, attraverso strumenti divulgativi come la brochure “Pocket Facts”, va nella stessa direzione. La complessità dei PFAS richiede una comunicazione capace di distinguere fra allarme e sottovalutazione. Gli effetti sulla salute non sono ancora chiariti in ogni dettaglio, ma la letteratura scientifica associa alcune di queste sostanze a possibili danni agli organi e a patologie gravi, compreso il cancro. La prudenza, in presenza di molecole molto persistenti, diventa quindi una strategia razionale.
Per il settore sportivo, la lezione è chiara. Le federazioni possono introdurre regole, i produttori possono innovare le formulazioni, i laboratori possono misurare i residui, ma la riduzione effettiva dell’impatto dipende da una catena di responsabilità condivise. Organizzatori di eventi, negozi specializzati, sci club e singoli praticanti devono contribuire a svuotare il mercato grigio delle vecchie scorte e a normalizzare l’uso di alternative prive di fluoro.

Un simbolo di trasformazione dei comportamenti tecnici
La Maratona dell’Engadina diventa così un caso simbolico di trasformazione dei comportamenti tecnici in ambiente alpino. Non perché lo sci di fondo sia la principale fonte di PFAS, ma perché rende visibile un problema spesso nascosto nella quotidianità dei materiali. La neve, superficie temporanea e fragile, registra la traccia di decisioni prese prima della gara: quale prodotto acquistare, quale sciolina conservare, quale abitudine mantenere, quale rischio considerare accettabile.
La prospettiva più utile non è demonizzare una disciplina sportiva, ma usare il dato scientifico per orientare un cambiamento concreto. Se gli atleti più veloci possono competere senza fluoro, se le alternative sono disponibili e se i laboratori riescono a documentare la persistenza dei residui, la direzione appare definita. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il divieto in una pratica ordinaria, fino a rendere le vecchie scioline fluorurate un reperto del passato e non più una sorgente attiva di contaminazione.
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