La passione degli europei per la moda veloce è un problema ambientale: l’AEA istituisce nuovi indicatori per il monitoraggio del tessile (e dei suoi rifiuti)

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA), gli europei consumano sempre più prodotti tessili. La tendenza al fast fashion, però, è tutt’altro che innocua. Come sottolinea il report, il sempre più massiccio ricorso a calzature e capi d’abbigliamento economici e di scarsa qualità che si trasformano in rifiuti nel giro di pochi mesi aumenta notevolmente la pressione sul clima e sull’ambiente.
Oltre a consumare enormi quantità di materie prime, acqua e suolo, la passione degli europei per la moda veloce ha un impatto diretto anche sulle emissioni di gas serra e sull’inquinamento chimico e da microplastiche.
Rapporto dell’AEA sul tessile: i numeri di un’emergenza ambientale
Il nuovo briefing dell’AEA “Circularity of the EU textiles value chain in numbers”, pubblicato qualche settimana fa, disegna un quadro allarmante sul consumo di tessili da parte dei cittadini europei. Secondo il report, nel 2022 l’europeo medio ha acquistato 19 chili di tessili tra abbigliamento, calzature e prodotti per la casa e ha generato 16 chili di rifiuti. Ogni anno, in media, ognuno di noi acquista una valigia piena di indumenti e ne getta via altrettanti.
Questo comportamento, che coinvolge l’industria tanto quanto i singoli consumatori, contribuisce notevolmente al nostro impatto ambientale: secondo l’AEA, il consumo di prodotti tessili da parte degli europei si classifica al quinto posto tra quelli che pongono le maggiori pressioni al clima e all’ambiente (considerando anche categorie di consumo come cibo, mobilità, alloggio e salute).
Sono in particolare l’uso delle materie prime, le emissioni di gas serra e il consumo di acqua e suolo a rendere l’industria tessile così impattante. Ma la passione degli europei per la moda veloce contribuisce anche all’inquinamento, rilasciando nell’ambiente sostanze chimiche e microplastiche. Senza contare, poi, le pressioni derivanti dalla mancata gestione dei rifiuti tessili.
Soltanto per vestirsi, ogni cittadino europeo consuma ogni anno 523 chili di materie prime, 12 metri cubi d’acqua e 323 metri quadri di suolo, che nell’85% dei casi si trova in Cina o in India. La produzione dei prodotti tessili acquistati dagli europei nel 2022, inoltre, ha provocato l’emissione di circa 355 chili di CO2 a persona, per un totale di 159 milioni di tonnellate.
L’impatto più evidente del fast fashion sull’ambiente è però quello legato alla produzione di montagne di rifiuti, che nella maggior parte dei casi si ammassano su strade e corsi d’acqua di Paesi in via di sviluppo per finire, nel migliore dei casi, bruciati.
Il nodo dei rifiuti tessili esportati come “abiti usati”
Negli ultimi anni la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è lievemente aumentata, crescendo di 4,3 punti percentuali rispetto al 2016. La situazione, però, è ancora molto lontano dall’essere sostenibile: nel 2022, l’85% dei rifiuti tessili è finito in discarica o è stato incenerito. Il problema riguarda soprattutto Paesi molto lontani dall’Europa: la quantità di rifiuti inviati in discarica su suolo europeo, infatti, è diminuita sensibilmente passando dal 21% del 2010 al 12%, mentre l’esportazione di tessili usati è quasi triplicata rispetto al 2000, arrivando a quota 1,4 milioni di tonnellate nel 2019 – una quantità che è rimasta costante fino al 2023.
I principali importatori di tessili usati sono i Paesi dell’Africa e dell’Asia, che sta gradualmente aumentando la sua quota (il Pakistan riceve da solo il 13% delle esportazioni europee, l’India il 7%). In questi Paesi, si legge nel report, gli indumenti usati vengono perlopiù bruciati o dispersi nell’ambiente – anche se le esportazioni sono ufficialmente destinate al riutilizzo o al riciclo.
In mancanza di criteri efficienti di tracciabilità, queste montagne di indumenti sono a tutti gli effetti rifiuti tessili etichettati come abiti di seconda mano. Perciò, nell’aprile del 2024, l’Unione Europea ha adottato un nuovo regolamento sulle spedizioni di rifiuti che richiede agli esportatori di dimostrare che le strutture riceventi abbiano la capacità di gestire i rifiuti in maniera responsabile. Anche perché a partire da quest’anno gli Stati membri sono obbligati a raccogliere separatamente i rifiuti tessili, motivo per cui ci si può aspettare un ulteriore aumento delle esportazioni verso i Paesi del sud globale.

La strategia europea per la sostenibilità del tessile
Dal punto di vista del consumo europeo, i prodotti tessili sono tra i settori che hanno il maggior impatto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici. Perciò sono stati identificati come una delle catene di valore chiave nel Piano d’Azione dell’Unione Europea per l’Economia Circolare (CEAP), uno dei principali elementi costitutivi del Green Deal.
L’attuazione dei principi di CEAP e Green Deal europeo è affidata alla “Strategia dell’UE per i prodotti tessili sostenibili e circolari”, che punta a mettere sul mercato prodotti durevoli, riparabili e riciclabili, nonché privi di sostanze pericolose e prodotti nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente. Gli obiettivi di questa strategia sono a loro volta implementati attraverso diversi regolamenti, come l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), entrato in vigore nel luglio del 2024, e il nuovo regolamento sulle spedizioni dei rifiuti, anch’esso operativo dallo scorso anno.
In questo contesto, l’Agenzia europea dell’Ambiente si occupa di fornire le informazioni necessarie a guidare gli interventi della politica, anche tramite il monitoraggio di alcuni indicatori studiati per fornire informazioni sull’impatto ambientale misurandone la gravità, definendo le priorità d’azione e monitorando l’evoluzione del fenomeno nel tempo.

Nuovi parametri per monitorare il settore tessile
Nonostante la grande attenzione rivolta al settore tessile in Europa, sottolinea il report, la sua sostenibilità resta difficile da valutare proprio a causa di notevoli lacune in termini di monitoraggio, dati e indicatori. Perciò l’AEA e l’ETC CE, il centro europeo per l’economia circolare e l’uso delle risorse, hanno istituito dei nuovi parametri che puntano a migliorare il monitoraggio e l’analisi del ciclo di vita dei prodotti tessili venduti in Europa.
Le nuove metriche riguardano le imprese, sul fronte dell’esportazione di tessili usati, ma anche le scelte dei consumatori: oltre alla quantità, sarà considerata la qualità dei prodotti. Come spiega l’AEA, fibre e tessuti sintetici rilasciano microplastiche durante il lavaggio e contribuiscono al consumo di risorse e all’inquinamento. Eppure, ancora nel 2022 il 58% delle fibre utilizzate dall’industria europea era di origine sintetica.
Gli altri parametri che serviranno a monitorare il settore sono relativi proprio al consumo di risorse e alla creazione di rifiuti, con indicatori specificatamente destinati al tasso di raccolta differenziata dei tessili e alla quota di quelli destinati alla discarica. Ma la questione ambientale, dicevamo, riguarda anche la chimica: nel 2023, il sistema di controllo rapido RAPEX (Rapid Alert System for dangerous non-food products) ha ricevuto 70 avvisi relativi a sostanze chimiche pericolose presenti in capi d’abbigliamento e altri articoli di moda, che per essere commercializzati in Europa devono essere conformi ai requisiti del regolamento REACH sulle sostanze chimiche.
Affinché la strategia europea abbia successo, conclude l’Agenzia, è necessario un cambiamento sistemico, che guardi a una qualità superiore, a un uso più lungo, alla riparazione e al riciclo. I nuovi indicatori del Circular Metrics Lab serviranno a monitorare l’andamento di questa inversione di tendenza complicata quanto necessaria, che coinvolge imprese, consumatori e decisori politici.
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