Sostanze tossiche negli indumenti, sui cinturini degli smartwatch e negli assorbenti interni: così PFAS, ftalati e metalli inquinano la vita di tutti i giorni

Con l’avvento di fibre e materiali sintetici, economici e facili da produrre, il numero di oggetti di cui ci circondiamo quotidianamente è aumentato in maniera esponenziale. Soltanto un secolo fa sarebbe stato impensabile avere a disposizione dispositivi elettronici portatili, indumenti accatastati negli armadi e decine di prodotti per l’igiene e la cura della persona.
Ogni giorno abbiamo a che fare con centinaia di sostanze di cui sappiamo pochissimo: si trovano all’interno delle mura delle nostre case, nei nostri vestiti, nei detergenti, nei pacchi e pacchetti che utilizziamo per trasportare altri oggetti e addirittura all’interno di cibi e bevande. Perciò, da qualche anno, gli scienziati hanno preso a investigare la composizione di diversi oggetti di uso quotidiano e i possibili effetti derivanti dall’esposizione prolungata alle sostanze che contengono.
Il caso delle pentole agli PFAS, utilizzate per decenni da milioni di persone che non potevano neanche sospettare della loro tossicità, è tutt’altro che isolato: un paio d’anni fa, un’indagine del programma canadese CBC Marketplace ha rivelato la presenza di sostanze chimiche tossiche in indumenti e accessori di largo consumo, costringendo alcuni dei retailer più importanti del fast fashion a livello globale a giustificarsi con delle dichiarazioni pubbliche. Ma la questione è inevitabilmente più vasta di così: soltanto quest’anno, grazie a due studi pubblicati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, abbiamo scoperto che anche gli assorbenti interni e i cinturini degli smartwatch contengono sostanze tossiche o potenzialmente pericolose.
Fast fashion: moda per tutti a base di piombo e ftalati
Quello del fast fashion è un fenomeno dalle proporzioni spaventose: parliamo di un settore che da solo è responsabile del 10% delle emissioni a livello globale (superiori a quelle di tutti i voli internazionali e dei trasporti marittimi), e che consuma ogni anno una quantità d’acqua sufficiente a soddisfare i bisogni di 5 milioni di persone, oltre a produrre circa il 35% delle microplastiche che soffocano gli oceani del mondo.
Ma il fast fashion ha anche un altro lato oscuro, emerso più di recente: nel 2021, un’indagine del programma televisivo canadese CBC Marketplace ha rivelato la presenza di sostanze tossiche all’interno degli indumenti prodotti da alcuni dei più grandi retailer a livello globale.
In quell’occasione, la chimica ambientale Miriam Diamond e il suo team hanno analizzato 38 campioni prelevati da abiti e accessori per adulti e bambini, scoprendo che 1 capo su 5 conteneva livelli preoccupanti di sostanze pericolose come piombo, PFAS e ftalati. Una giacca per bambini è risultata contenere una quantità di piombo 20 volte superiore a quella che il dipartimento della salute canadese ritiene sicura per i bambini, mentre una borsa trasparente molto di moda conteneva diversi ftalati, tra cui il DEHP, che il Canada ha già proposto di bandire da tutti i prodotti in commercio nel Paese.
Nello stesso anno, Diamond è stata co-autrice di uno studio sulla presenza di forever chemicals nei prodotti cosmetici, che ha condotto ad esiti altrettanto preoccupanti: il 52% dei prodotti testati conteneva un alto livello di fluoro, elemento chiave dei PFAS. Il fenomeno, spiegano i ricercatori, riguarda in particolare i prodotti resistenti all’acqua e quelli “a lunga tenuta”, come il mascara waterproof e i fondotinta.

PFAS nei cinturini degli smartwatch: il nuovo studio
Utilizzati sin dagli anni Cinquanta per rendere tessuti e rivestimenti resistenti ai grassi e all’acqua, i PFAS (anche noti come forever chemicals) si trovano oggi ovunque: negli indumenti impermeabili, negli utensili per la cucina, nei detergenti, negli imballaggi, in letti e cuscini e addirittura nell’acqua di rubinetto.
In base a un nuovo studio pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology Letters, i PFAS si trovano anche nei cinturini degli smartwatch di marchi molto diffusi: in particolare, si legge nella ricerca, contengono una concentrazione molto elevata di acido perfluoroesanoico (PFHxA), una sostanza di cui l’Unione Europea ha recentemente vietato l’uso in schiume antincendio, prodotti tessili, calzature, cosmetici e carta per alimenti.
I ricercatori hanno analizzato 22 cinturini, di diverse marche e fasce di prezzo, rilevando che 15 contenevano PFAS, e 9 mostravano livelli molto elevati di PFHxA. La maggior parte dei cinturini contenenti PFAS, notano i ricercatori, erano pubblicizzati per “sport e fitness”, il che suggerisce che l’utente potrebbe fare attività fisica mentre li indossa, “il che significa un ulteriore contatto con il sudore e pori della pelle aperti”. I livelli elevati di PFHxA, inoltre, erano più diffusi nei cinturini di prezzo più elevato, ovvero quelli che costavano più di 15 dollari.
“La cosa più rilevante che abbiamo scoperto è l’altissima concentrazione di un solo PFAS: alcuni campioni superavano le 1.000 parti per miliardo di PFHxA, un valore molto più alto della maggior parte dei PFAS che abbiamo riscontrato nei prodotti di consumo”,
ha spiegato Graham Peaslee, co-autore dello studio e professore emerito del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Notre Dame.

La chimica invisibile: piombo e arsenico nei tamponi
PFAS e ftalati non sono le uniche sostanze chimiche con cui veniamo quotidianamente a contatto senza saperlo. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Environment International ha infatti rivelato che gli assorbenti interni, o tamponi, possono contenere diversi metalli tossici, tra cui il piombo, il cadmio e l’arsenico.
I ricercatori hanno testato 30 tamponi di 14 marche diverse: le concentrazioni dei metalli, si legge nella ricerca, variano in base al luogo di acquisto (Stati Uniti o Unione Europea), al brand e anche alla composizione organica o non organica del prodotto. In ogni caso, i 16 metalli testati (arsenico, bario, calcio, cadmio, cobalto, cromo, rame, ferro, manganese, mercurio, nichel, piombo, selenio, stronzio, vanadio e zinco) sono stati rilevati in tutti gli oggetti analizzati.
Come spiegano gli scienziati, nessuna categoria di prodotto presenta concentrazioni decisamente inferiori rispetto all’altra. Gli assorbenti biologici, per esempio, presentano concentrazioni più basse di piombo ma contengono più arsenico. Esistono infatti diverse strade che possono condurre i metalli all’interno dei tamponi: possono provenire dai macchinari utilizzati in fase di produzione, possono essere aggiunti intenzionalmente ai prodotti come agenti antimicrobici e possono anche essere assorbiti dalle piante utilizzate per la produzione del cotone che poi finisce nei tamponi.
Al momento, spiegano gli scienziati, non è chiaro se questi metalli possano provocare effetti negativi sulla salute: le prossime ricerche chiariranno se e come queste sostanze possano fuoriuscire dai tamponi e in che misura possano essere assorbite dall’organismo. È perfettamente chiaro, però, che sappiamo ancora troppo poco dei prodotti che utilizziamo quotidianamente da anni.
“Spero davvero che i produttori siano obbligati a testare i loro prodotti per i metalli, soprattutto per i metalli tossici. Sarebbe bello vedere il pubblico chiederlo a gran voce, o chiedere una migliore etichettatura degli assorbenti”,
spiega Jenni A. Shearston, prima autrice dello studio. A quanto pare, siamo soltanto all’inizio.
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