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Quanta plastica c’è all’interno del corpo umano?

Ogni anno assumiamo tra i 15 e i 287 grammi di microplastiche, che si accumulano soprattutto nel cervello: da dove arrivano e i rischi per la salute

L’esposizione alle MNP è globale e capillare: le creme e altri prodotti cosmetici, insieme agli indumenti sintetici, sono tra le principali fonti (Foto: Envato)

L’idea che piccolissimi frammenti di PET e PVC possano insinuarsi nelle pieghe più recondite del nostro organismo può essere inquietante, eppure sembra che dovremo abituarci a convivere con questa prospettiva – se non ci decidiamo a rinunciare alle meraviglie della plastica.

Indumenti sintetici, contenitori per alimenti e bevande, tettarelle in gomma e bustine da tè sono soltanto alcuni degli oggetti di uso quotidiano da cui provengono le migliaia di schegge di plastica disperse nell’ambiente che poi finiscono per accumularsi negli organi umani. Gli studi che certificano la presenza di micro e nanoplastiche nel nostro corpo sono sempre più numerosi e preoccupanti, ed è giunto il momento di tirare le somme.

Il dettagliato rapporto “Tutta la plastica che non vediamo. Rapporto sulla presenza delle micro e nanoplastiche nel corpo umano” mette insieme i dati di decine di studi in materia di microplastiche in organi e tessuti umani e fornisce uno sguardo d’insieme su un fenomeno capillare e preoccupante, che appare particolarmente insidioso in quanto strettamente legato ad abitudini e gesti quotidiani di cui sarà difficile fare a meno.

Tutta la plastica che non vediamo: il report

Quando si pensa all’impatto della plastica sul pianeta, le prime immagini ad affacciarsi alla mente sono quelle legate all’inquinamento ambientale. Gli animali marini soffocati dai nostri rifiuti e le isole invisibili di microplastiche galleggianti che infestano gli oceani, però, non sono l’unico effetto collaterale dell’amore smodato degli esseri umani per i polimeri sintetici.

Diversi studi hanno certificato la presenza di micro e nanoplastiche nel sangue e nei tessuti umani, e una recente ricerca dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli ha dimostrato per la prima volta la diretta correlazione tra la presenza di plastica nell’organismo e le malattie cardiovascolari.

Viste queste premesse, è sempre più difficile non farsi domande su quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine di questa massiccia esposizione globale a micro e nanoplastiche. Prima, però, bisogna capire quanta plastica può accumularsi nel corpo umano, da dove arriva e in quali organi tende a concentrarsi maggiormente.

È quello che hanno deciso di fare gli autori del report di Vera StudioTutta la plastica che non vediamo. Rapporto sulla presenza delle micro e nanoplastiche nel corpo umano”, presentato in occasione del Planetary Health Festival di Verona (3-5 ottobre 2024). Il rapporto, a cura di Raffaele Marfella e Pasquale Iovino dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e Francesco Prattichizzo di IRCCS MultiMedica, costituisce la più completa ricognizione sugli studi scientifici sinora effettuati, a livello mondiale, circa la presenza di plastica nel corpo umano. E le conclusioni non sono delle migliori.

MNP nel corpo umano: dove si accumulano e i rischi
Le microplastiche possono essere assunte tramite cibi e bevande, ma anche per via aerea e attraverso il contatto diretto con la pelle (Foto: Envato)

Microplastiche: i rischi per la salute

Apparentemente più forte delle voci di scienziati e ricercatori, la produzione globale di plastica continua ad aumentare: si stima che potrebbe salire fino a 25 miliardi di tonnellate, e continuerà ad aumentare fino al 2050. Eppure sappiamo ormai benissimo che la plastica si accumula nell’ambiente con effetti devastanti e che la contaminazione ha raggiunto anche gli angoli più remoti del pianeta.

La maggior parte della plastica dispersa è quella che finisce negli oceani, si legge nel rapporto, mentre le correnti e il vento ne favoriscono la distribuzione. Questi materiali poi, si degradano in microplastiche (<5mm) e nanoplastiche (<1000 nm) in grado di insinuarsi nel corpo di esseri umani e altri animali non soltanto tramite ingestione, ma anche per inalazione e a seguito del contatto diretto con la pelle.

Recentemente, in uno studio pubblicato su “The New England Journal of Medicine”, i ricercatori del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università Luigi Vanvitelli hanno dimostrato per la prima volta la presenza di micro e nanoplastiche (MNP) in campioni di placche carotidee prelevate da pazienti sottoposti a procedura chirurgica per la rimozione della stessa.

Il polietilene era presente in oltre la metà dei campioni analizzati, e una piccola parte di pazienti presentava anche tracce di polivinilcloruro, o PVC. Lo stesso studio, poi, ha anche dimostrato per la prima volta la diretta correlazione tra la presenza di MNP e l’incidenza di infarto miocardico e ictus.

Il team di ricercatori ha quindi deciso di analizzare tutti gli studi più recenti in cui si dimostra la presenza di MNP negli organi umani, aggiornando così l’unica rassegna sistematica disponibile sull’argomento, risalente al 2023, che non include importanti nuove scoperte.

Da dove arrivano le microplastiche?

Gli scienziati hanno selezionato tutti gli studi che riportavano evidenze di MNP nei tessuti umani e hanno messo insieme dati provenienti da tutto il mondo allo scopo di “generare una visione collettiva dello stato dell’arte nel campo e a identificare le lacune di conoscenza ancora presenti”.

La plastica è stata individuata nell’acqua in bottiglia e in quella di rubinetto, nei frutti di mare, nella birra, nel latte, nel sale da cucina, nello zucchero, nel miele, nel vino bianco e nella carne di pollo. L’esposizione umana alle microplastiche, è sempre più chiaro, comincia proprio attraverso l’assunzione alimentare quotidiana.

Un interessante studio del 2023, per esempio, ha esaminato 14 campioni di latte confezionato di varie marche venduto sul mercato turco, rinvenendo tracce di fibre e frammenti di plastica di 5 polimeri differenti, tra cui il nylon-6. La ricerca ha poi caratterizzato le plastiche al microscopio, scoprendo che per oltre il 70% si trattava di plastiche di colore nero. Ciò lascia supporre che la fonte della contaminazione non sia nel packaging, generalmente bianco o trasparente, ma nei macchinari utilizzati in fase di produzione e imballaggio.

Altri studi dimostrano che imballaggi, bicchieri e contenitori in plastica e tettarelle in gomma rilasciano micro e nanoplastiche, soprattutto se vengono riscaldati in microonde. E la lista delle fonti è ancora lunga: una singola bustina di tè può rilasciare nell’acqua 11,6 miliardi di microplastiche e 3,1 miliardi di nanoplastiche, mentre l’acqua delle bottiglie in plastica può contenere tra le 110.000 e le 370.000 particelle per litro (soprattutto PET). Per non parlare dell’impatto del lavaggio in lavatrice dei capi sintetici, una delle fonti primarie di inquinamento da microplastiche, e delle particelle aeree che possono insinuarsi nel nostro sistema respiratorio.

La plastica si accumula nel cervello

Ma quanta plastica c’è nel nostro corpo, e dove finisce? La risposta fornita dal report è tutt’altro che confortante: dopo una revisione sistematica di tutti gli articoli scientifici che hanno valutato la possibile esposizione a MNP da fonti multiple, i ricercatori italiani forniscono una stima sull’assunzione annuale di micro e nanoplastiche che va da 15 a 287 grammi per persona.

Le MNP sono state individuate in praticamente tutti gli organi umani, con concentrazioni molto elevate nel cervello, nella placenta e nel sistema cardiovascolare.

“Per dare un’idea, nel cervello la concentrazione rilevata dei livelli di MNP era corrispondente all’equivalente circa di un terzo di una bottiglia d’acqua di plastica da 1,5 Lt presenti in un cervello di medio peso di un adulto”.

Secondo un altro studio, le donne sembrerebbero presentare concentrazioni maggiori rispetto agli uomini, per lo meno in alcuni organi.

Come si legge nel report, le prove disponibili sono insufficienti per ipotizzare un ruolo patogeno chiaro e generale per le MNP. Una recente indagine ha però dimostrato che la presenza di plastiche placentari è correlata con una ridotta crescita fetale nelle gravidanze con restrizione della crescita, e gli scienziati non mancano di manifestare una certa preoccupazione per quello che potremmo scoprire nei prossimi anni.

Da dove vengono le microplastiche?
Le principali sorgenti di microplastiche secondo uno studio del 2021 (Anik, A. H., Hossain, S., Alam, M., Sultan, M. B., Hasnine, M. T., & Rahman, M. M.) analizzato nel report (Foto: Vera Studio)

È possibile limitare l’esposizione alle microplastiche?

Micro e nanoplastiche che stanno contaminando il nostro organismo, si legge nel rapporto, provengono essenzialmente da cibo e oggetti d’uso quotidiano. I polimeri più frequenti, tra quelli individuati in organi e tessuti umani, sono il polietilene, il PVC, il PET, il polipropilene, il polimetilmetacrilato (PMMA), il poliuretano, il policarbonato e il polistirene. Ciò potrebbe essere dovuto proprio alla loro capillare diffusione: queste plastiche, infatti, si trovano nella maggior parte dei contenitori per alimenti, liquidi e cosmetici e anche nelle tubature dell’acqua.

Come si legge nel report,

“In assenza di un intervento urgente ed efficace su scala globale sulla produzione di plastica e sullo stile di vita delle persone, questo impatto è destinato ad aumentare di gravità. Quindi, è necessario porre un freno all’aumento sconsiderato della produzione di plastica e, in particolare, alla produzione di una gamma sempre più ampia di prodotti di plastica non necessari”.

Nel frattempo, per mitigare l’esposizione alle MNP, spiegano i ricercatori, possiamo soltanto agire su base individuale. Come? Limitando l’uso di contenitori in plastica ed evitando di riscaldare gli alimenti in contenitori di plastica al microonde, ma anche cercando di evitare l’uso di indumenti sintetici, da lavare rigorosamente senza prelavaggio.

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In assenza di un intervento urgente e globale, per limitare la nostra esposizione alle microplastiche non possiamo far altro che agire preventivamente su base individuale (Foto: Envato)

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