La collaborazione internazionale per il progetto Artemis si arricchisce grazie al contributo della Svizzera: eppure, in molti sembrano puntare lo sguardo altrove

“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, recita un antico proverbio cinese. Dopo la corsa allo spazio degli Anni Sessanta, che per assurdo fu abbandonata sul più bello proprio a causa del successo degli Stati Uniti, l’uomo è rimasto per decenni in “orbita bassa”. Senza voler nulla togliere ai successi scientifici e tecnologici che tale attività spaziale ha comunque portato (dalla Stazione Spaziale Internazionale al Telescopio Spaziale Hubble, passando per i sempre più precisi satelliti GPS fino ai controlli approfonditi sull’ambiente) questo cambio di prospettiva, di cui già parlammo in un precedente articolo, ha comunque ristretto molto il campo visivo dell’uomo comune sullo spazio. E ora che la corsa sta riprendendo con nuovo slancio, ne paghiamo le conseguenze.
L’immaginario collettivo, pur stimolato da innumerevoli serie più o meno fantascientifiche – come non citare “Star Trek“, “Spazio 1999“, e fra le ultime “The Expanse” e “For All Mankind” – si è apparentemente ripiegato su se stesso, continuando a coltivare l’estrema semplificazione del pensiero “prima di andare lassù dovremmo risolvere i problemi quaggiù”; ignorando volutamente tutte le tecnologie sviluppate proprio grazie alla ricerca per lo spazio e che ci permettono oggi di risolvere effettivamente molti problemi terreni (ma ci permettono altresì di scrivere sciocchezze sui social).
Per non parlare del fin troppo nutrito gruppo di coloro che sono sinceramente convinti che lo sbarco, anzi i diversi sbarchi sulla Luna non siano mai avvenuti; che possa esistere un complotto coinvolgente 400.000 persone fra scienziati e ingegneri, tecnici e operai, personale militare, fornitori e subappaltatori, amministratori e staff di supporto, ricercatori universitari e consulenti, mantenuto tale per ben 55 anni. Oltre all’allora Unione Sovietica, concorrente diretto degli Stati Uniti nella corsa alla Luna, che per oltre mezzo secolo avrebbe perso l’occasione di smascherare il grande imbroglio del suo peggior nemico.
Ma non è per analizzare le motivazioni psicologiche e sociologiche che portano alle teorie di complotto che scriviamo questo articolo: piuttosto per esaminare i diversi fattori che hanno causato tale “perdita di visione” da parte di gran parte del genere umano, e per fare il punto sullo stato attuale dell’impresa “Artemis” e della nuova corsa allo spazio che, in apparente paradossale contrappasso alla mentalità comune, sta decollando con grande velocità.

Artemis e il ritorno alla Luna, questa volta per rimanerci e andare oltre
“Artemide”, Dea greca fra l’altre cose della Luna, è il nome augurale dato alla missione NASA per il ritorno sul nostro satellite con una serie di spedizioni umane. Artemis si svolgerà in più fasi, la prima delle quali prevede la creazione del Lunar Gateway, una base orbitale intorno al nostro satellite che fungerà da “Hub” per gli allunaggi. Questa volta non sarà un’operazione puramente federale, come fu a suo tempo la missione Apollo, ma prevederà diverse collaborazioni internazionali, con altre agenzie spaziali e importanti collaborazioni commerciali, con aziende quali Lockheed Martin, SpaceX e Boeing.
La prospettiva finale del progetto è quella di installare una base permanente sul nostro satellite, un centro scientifico che potrebbe avere anche notevoli ricadute economiche (ad esempio, sulla Luna sono presenti grandi quantità di Elio3, carburante utile per i futuri reattori a fusione nucleare) e che potrebbe servirci come base di lancio per future missioni esplorative del sistema solare, se non addirittura per missioni di colonizzazione. In molti ormai hanno chiaro il concetto che una specie come quella umana debba occupare più di un pianeta per avere serie speranze di sopravvivenza nel futuro medio-remoto e stanno ragionando in modo serio su queste idee apparentemente fantascientifiche.
Il progetto farà uso di più vettori: dallo Space Launch System (SLS) della NASA, erede diretto del Saturn V, ma con i motori di lancio dello Space Shuttle, alla StarShip di SpaceX per l’allunaggio, totalmente riutilizzabile, o in alternativa le soluzioni di discesa allo studio di Boeing, Blue Origin, Dynetics, Lockheed Martin, Masten Space System, Areojet Rocketdyne, Northrop Grumman Innovation Systems. Giusto per comprendere il numero di industrie coinvolte solo per un aspetto della missione, per quanto essenziale.
Gli enti spaziali internazionali coinvolti nel progetto sono l’ESA (European Space Agency), la JAXA (Japan Aerospace eXploration Agency) e la Canadian Space Agency.

Il nuovo concorrente dell’Occidente: la Repubblica Popolare Cinese
Essendo la Russia degli ultimi anni impegnata in attività più terrene – e avendo ormai perso il treno tecnologico – è la Cina a essersi rivelata il più temibile concorrente nella nuova corsa allo spazio. La CNSA (China National Space Administration) ha infatti sviluppato il Programma Cinese di Esplorazione della Luna, che prevede una serie di missioni automatiche sul nostro satellite cui seguiranno missioni con astronauti. Le missioni Chang’e dal 2007 ad oggi hanno inserito con successo alcune sonde in orbita lunare, fino ad allunare nella faccia nascosta e riportare indietro 2 chilogrammui di campioni del suolo. Le future missioni nel 2026 e 2028 eseguiranno degli studi sulle regioni polari della Luna, proprio quelle che sono l’obbiettivo per gli allunaggi Artemis.
Il 30 settembre 2024 la Cina ha presentato una nuova tuta spaziale prevista per le missioni astronautiche sulla superficie del nostro satellite. Lo scopo dichiarato è quello di diventare il secondo Paese ad avere mai effettuato un allunaggio con astronauti, entro il 2030. Non occorre molta immaginazione per capire che un Governo come quello cinese abbia degli scopi molto concreti nel concorrere a un’impresa tuttora molto difficile, nonostante gli sviluppi scientifici e tecnologici degli ultimi decenni, e che il nostro satellite potrebbe rivelarsi il luogo di una prossima corsa all’oro, con tutto ciò che ne consegue.
Berna ha firmato gli “Artemis Accords” di cooperazione internazionale
Lo scorso 15 aprile il Consigliere Federale Guy Parmelin ha firmato a Washington gli “Accordi di Artemide” (“Artemis Accords”) a nome della Svizzera. Questi accordi sono una dichiarazione d’intenti politica e riflettono la visione condivisa degli Stati firmatari di quelli che sono i principi per l’esplorazione e lo sfruttamento della Luna, di Marte e degli altri corpi celesti. Le Nazioni aderenti riaffermano il loro impegno a rispettare le norme e i regolamenti internazionali nello spirito del Trattato delle Nazioni Unite sullo spazio extra-atmosferico. Promuovono inoltre l’ulteriore sviluppo di questo quadro normativo nell’ambito di forum multilaterali, come la Commissione delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico. Tali Stati si impegnano anche a contribuire all’esplorazione e all’uso sostenibile e responsabile dello spazio. Gli “Artemis Accords” (in sigla “AA”) sottolineano in particolare l’importanza del multilateralismo.
Insieme alla Svizzera sono ora 48 i Paesi che hanno aderito agli “AA”. Tra i firmatari – di tutti i continenti – figurano anche altri membri dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), come la Germania, la Francia, l’Italia e il Regno Unito. Firmando gli “Accordi di Artemide”, la Confederazione Elvetica riafferma il proprio interesse per una più stretta cooperazione con gli USA e gli altri Stati membri. Berna manifesta così l’intenzione di creare le migliori condizioni quadro possibili per la ricerca e l’industria spaziale rossocrociata in vista della partecipazione a future missioni della NASA.
In occasione della firma, il Consigliere Federale Guy Parmelin ha dichiarato che
“la Svizzera e la NASA vantano un partenariato di lunga data nel campo dell’esplorazione spaziale con equipaggio e delle scienze spaziali e terrestri. La firma degli accordi Artemis da parte della Svizzera è l’espressione della nostra convinzione secondo cui la cooperazione è il fattore chiave per un’esplorazione spaziale pacifica, sicura, equa e sostenibile”.
L’Amministratore Delegato della NASA Bill Nelson, dal canto suo, ha dato il benvenuto alla Svizzera nella famiglia degli “Accordi Artemis” e ha affermato che
“alla luce del fatto che sempre più Paesi si spingono verso lo spazio ignoto, è più importante che mai impegnarsi per un’esplorazione del cosmo aperta e pacifica, anche perché le scoperte rafforzano la buona volontà sul nostro pianeta. Siamo contenti di estendere al cosmo i valori e i principi condivisi dai nostri Paesi”.

Innovazione e visione: dove nasce il problema del nuovo aerospazio
Anche la Svizzera, Stato europeo fra i più avanzati per la ricerca e l’innovazione, ha quindi aderito al progetto Artemis.
Mentre sui social ogni post generico sulla conquiste spaziali vede numerosi commenti di disfattisti e complottisti, per fortuna sembra che molti enti e governi abbiano la vista più lunga. Ma il problema rimane: una gran parte della popolazione vede lo spazio non come una nuova opportunità, ma come uno spreco. E nonostante il fatto, più volte comprovato, che le spese per lo spazio siano di diversi ordini di grandezza inferiori alle spese per gli armamenti, e che i ritorni scientifici ed economici siano numerosi e spesso rapidi, la querelle continua imperterrita.
Questo fa pensare che le cause siano più profonde della semplice percezione generale delle imprese spaziali. In un certo senso, il problema nacque proprio nel 1972, quando l’allora presidente Richard Nixon decise di chiudere i rubinetti alla NASA per dirottare più fondi nella guerra del Vietnam. Dal punto di vista sociologico e psicologico, fu la violenta uccisione di un sogno, un sogno che il presidente John Fitzgerald Kennedy aveva coltivato per anni e che aveva influenzato anche l’Europa. Fu un brusco risveglio che portò all’attuale cieco cinismo, cui dobbiamo ora in qualche modo ovviare: e le serie TV e i film, per quanto belli, non sono sufficienti.
Chi scrive è esso stesso un sognatore, ma se bene quanto tali imprese spaziali, pur se ufficialmente presentate con uno “spirito di frontiera” e con principi etici elevati, nascondano invece delle strategie a medio e lungo termine ben precise, e che l’attuale “guerra tiepida, ma non tanto” fra superpotenze si sposterà in un futuro non lontano anche nello spazio. Anzi, è già lì.
Ma questo non toglie che anche il nostro futuro, volenti o nolenti, è già lì. Quantomeno per sviluppare le tecnologie che probabilmente potranno salvare anche il nostro pianeta; anzi, no, che potranno salvare noi. Il pianeta potrebbe tranquillamente sopravvivere e svilupparsi anche se noi togliessimo il disturbo.
Non dimentichiamolo, e impariamo nuovamente a guardare oltre l’orizzonte.
Accadde l’11 dicembre 1972 l’ultima scarpinata dell’uomo sulla Luna
La prima passeggiata di un uomo nello spazio avvenne il 7 febbraio 1984
Tutta la storia dell’incredibile esperimento lunare dell’Università di Berna
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