Il ricercatore e imprenditore mirandolese ragiona di lavoro, formazione, startup deep tech e nuove filiere dell’innovazione tra ricerca e industria

Matteo Stefanini si muove in uno spazio in cui ricerca avanzata, iniziativa imprenditoriale e costruzione di ecosistemi territoriali si intrecciano in modo sempre più stretto. PhD in Intelligenza Artificiale, imprenditore e divulgatore, oggi guida Ardora AI, ricopre il ruolo di Executive Director di Biomedical Valley e figura tra gli organizzatori di TEDx Mirandola e TEDx Forte dei Marmi. Il suo è dunque un profilo che tiene insieme profondità tecnica, visione strategica e capacità di attivare comunità, reti professionali e occasioni di confronto attorno ai processi di innovazione.
La sua traiettoria professionale si colloca all’incrocio tra applicazione industriale dell’intelligenza artificiale, formazione e valorizzazione di territori ad alta densità di competenze. Attorno a Biomedical Valley, per esempio, Stefanini contribuisce a rafforzare una lettura del distretto di Mirandola non soltanti come polo produttivo d’eccellenza, ma come laboratorio vivente in cui tecnologia, capitale umano, manifattura avanzata e relazioni tra imprese possono tradursi in impatto concreto. Parallelamente, attraverso Ardora AI e CertifAI Med, Matteo lavora su soluzioni verticali pensate per portare l’AI dentro processi aziendali complessi e regolati, con una particolare attenzione al settore dei dispositivi medici e alle aree in cui compliance, qualità ed efficienza devono trovare un equilibrio reale.
Ciò che rende interessante il suo punto di vista è proprio questa combinazione tra esperienza imprenditoriale, osservazione diretta dei cambiamenti in corso e attenzione costante alla dimensione organizzativa dell’innovazione. In un momento in cui l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come promessa astratta o scorciatoia tecnologica, Matteo Stefanini insiste su aspetti molto più concreti: adozione, processi, formazione, cultura manageriale, scalabilità e capacità delle imprese di integrare davvero gli strumenti nei flussi di lavoro quotidiani.
In una lunga chiacchierata sul futuro, l’imprenditore emiliano riflette sull’adozione dell’intelligenza artificiale, sui nuovi equilibri tra tecnologia e lavoro umano, sulla nascita di startup deep tech e sulle opportunità che si aprono per territori come la Biomedical Valley, in Emilia-Romagna dove salute, manifattura avanzata e trasformazione digitale stanno imparando a dialogare in modo sempre più strutturato. Ne emerge una lettura dell’AI meno ideologica e più operativa: non una tecnologia da osservare a distanza, ma una leva da comprendere, governare e inserire con metodo nei contesti produttivi e nei sistemi dell’innovazione.
Matteo Stefanini, partiamo dall’inizio: qual è stato il momento in cui ha capito che l’intelligenza artificiale sarebbe diventata il centro della sua attività professionale?
“Era il 2015, studiavo economia a Milano e andai in visita nella Silicon Valley. Avevo intuito da un po’ di tempo che l’informatica e l’AI sarebbero arrivate nella vita di tutti, anche se allora se ne parlava solo occasionalmente. Però proprio in California capii che non potevo non fare parte di questo treno che stava per passare, così iniziai a studiare machine learning in autonomia e decisi anche di proseguire gli studi con una seconda laurea magistrale in ingegneria informatica in Italia. Ricordo benissimo che mi sentivo in ritardo e, una volta conseguito anche questo ulteriore titolo di studio (la terza laurea, per l’esattezza), sentivo comunque che non fosse abbastanza: continuai così con il percorso di ricerca e il dottorato in intelligenza artificiale. Direi, quindi, che sia stato un processo, un insieme di tanti momenti che hanno contribuito a farmi appassionare al futuro. Poi, durante il mio percorso di ricerca in università, mi sono reso conto che stavamo entrando in una fase nuova: i modelli non erano più soltanto strumenti accademici, ma piattaforme capaci di cambiare concretamente il modo in cui lavoriamo e prendiamo decisioni. Un punto di svolta è stata l’introduzione dei modelli Transformer nel periodo 2017-2018, nuovi algoritmi che hanno poi permesso lo sviluppo degli odierni LLM; io fui uno dei primi a crederci, pubblicando già lavori importanti nel 2019 e dimostrandone la superiorità nella visione e nel linguaggio. Quando poi ho iniziato a vedere applicazioni reali nelle imprese, ho capito che quello sarebbe diventato il centro della mia attività imprenditoriale, unito come sempre alle altre mie passioni di divulgazione, networking ed eventi. È da questo percorso che è nata anche Ardora AI, con cui stiamo costruendo soluzioni verticali che portano davvero l’intelligenza artificiale nei processi aziendali più critici, come certifaimed.com per il regolatorio dei medical device nel settore biomedicale”.
Lei è imprenditore, ricercatore e divulgatore. In che modo queste tre dimensioni si influenzano reciprocamente nel suo lavoro quotidiano?
“Queste tre dimensioni sono inseparabili. La ricerca permette di comprendere le tecnologie in profondità, l’imprenditoria permette di trasformarle in strumenti utili per le persone e il mercato, e la divulgazione serve per costruire una cultura diffusa dell’innovazione. Ogni giorno passo continuamente da una dimensione all’altra: tra studio e sperimentazione, sviluppo di progetti reali per me o per le aziende e momenti di confronto pubblico per diffondere queste conoscenze e creare momenti di incontro tra persone che l’AI non potrà mai sostituire. Ecco perché eventi come i TEDx che organizzo, il TEDx Forte dei Marmi e il TEDx Mirandola, o conferenze come la Biomedical Valley sono momenti insostituibili di relazioni umane ed esempi concreti di divulgazione. Devo dire poi che, negli ultimi quattro o cinque mesi, il mondo dell’AI è completamente cambiato: tra gli addetti ai lavori si sta assistendo a un’euforia generale e a una nuova corsa allo sviluppo. L’intelligenza artificiale ha reso oggi possibili cose impensabili soltanto sei mesi fa: ad esempio, strumenti di Vibe Coding come Claude Code, Lovable e OpenCode hanno cambiato radicalmente il modo in cui costruiamo prodotti, e questo si è riflesso già in un aumento delle performance e della qualità nei nostri prodotti, primo tra tutti CertifAI Med”.
L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui lavoriamo e prendiamo decisioni. Qual è, secondo lei, l’errore più comune che aziende e manager fanno oggi quando si avvicinano all’AI?
“L’errore più comune è pensare all’intelligenza artificiale come a uno strumento magico da installare e lasciare agire in autonomia, anziché come a una trasformazione organizzativa. Molti partono dalla tecnologia invece che dai problemi reali. L’approccio corretto è l’opposto: individuare casi d’uso concreti ad alto impatto, ripensare e modernizzare i processi e allora integrare l’AI come leva di automazione e produttività. Mi è capitato di vedere aziende richiedere un Agente AI, ma senza aver prima risolto problemi più urgenti ed elementari, come l’organizzazione interna dei dati o delle procedure, magari usando ancora sistemi e strumenti di decenni fa che non si parlano tra loro. Soprattutto manca ancora tanta formazione: la formazione sugli strumenti AI e sul panorama attuale è un quick win per le aziende. Un recente studio di The Wharton School mostra che il 75 per cento delle aziende vede un ROI positivo dall’utilizzo dell’AI generalista, al contrario di uno studio del MIT, che parlava soltanto del 5 per cento, ma che si riferiva a progetti di AI custom, ben più complessi. Quindi iniziare a usare la tecnologia AI di oggi, con i tool già disponibili, è il primo passo per capirne le infinite potenzialità e trovare i propri casi d’uso o prodotti da innovare, ed è quello che facciamo con Ardora AI: partiamo dalla formazione per poi sviluppare soluzioni di intelligenza artificiale verticali cucite sull’azienda. Lo spazio è davvero infinito, poiché è cominciata una rivoluzione che ancora pochi hanno capito veramente”.
Con Ardora AI e altre iniziative ha lavorato sull’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale. Quali sono i settori dove vede oggi il maggiore potenziale di trasformazione?
“Il potenziale più grande lo vedo nei settori altamente complessi e regolati: software, sanità, medicina, industria, manifattura avanzata, farmaceutico e servizi professionali. In questi ambiti esistono enormi quantità di dati, conoscenza tecnica e processi decisionali complessi, e l’AI può diventare un vero ‘assistente cognitivo’ che aiuta esperti e ingegneri nel lavoro quotidiano. Non a caso il nostro primo prodotto verticale di Ardora AI è proprio CertifAI Med, una piattaforma SaaS con agenti AI specializzati per assistere le aziende biomedicali nella compliance regolatoria MDR, un processo che oggi costa centinaia di ore di lavoro manuale per ogni dispositivo. Siamo in fase di beta testing con le prime aziende e ci stiamo preparando per un round di investimento seed. Ma non soltanto: molte aziende nei prossimi anni avranno una forza lavoro nascosta di ‘dipendenti non assunti’, che agirà instancabilmente 24/7 svolgendo i compiti più standard e noiosi, dalla reportistica al customer care, dalle analisi alle operations. A noi umani rimarrà più tempo per fare le cose che contano di più per noi: relazioni umane, vendite, strategie, incontri di persona, e via dicendo. Credo anche che in futuro avremo tutti un nostro assistente personale che ci conoscerà e farà per noi cose al nostro posto, come le faremmo noi, guidato dalle nostre decisioni”.

Spesso si parla di AI come tecnologia dirompente, ma anche di rischi e regolamentazione. Come si può trovare un equilibrio tra innovazione, etica e governance tecnologica?
“L’equilibrio si trova partendo da un principio semplice: l’innovazione deve essere responsabile, ma non paralizzata. Servono regole chiare su trasparenza, sicurezza dei dati e responsabilità degli algoritmi, ma allo stesso tempo bisogna evitare di bloccare la sperimentazione. La governance tecnologica deve accompagnare l’innovazione, non rincorrerla. Nel settore dei dispositivi medici vivo questa tensione ogni giorno: il regolamento MDR è necessario per la sicurezza dei pazienti, ma la sua complessità rischia di soffocare l’innovazione delle PMI. L’AI può essere proprio lo strumento che rende la compliance più accessibile e meno paralizzante. Se l’Europa vuole avere uno spazio e non dipendere solamente dagli altri, come accade ora, deve iniziare a vedere le nuove tecnologie e l’iniziativa imprenditoriale come le uniche soluzioni per non essere tagliati fuori”.
Lei è anche molto attivo nella formazione e nella divulgazione. Quanto è importante oggi alfabetizzare all’intelligenza artificiale imprenditori, manager e studenti?
“Come dicevo prima, la formazione è fondamentale, forse la prima cosa in ordine di priorità. L’intelligenza artificiale non è più una competenza per soli tecnologi; oggi è uno strumento davvero alla portata di tutti. Nei prossimi anni chiunque prenda decisioni, cioè imprenditori, manager, amministratori pubblici, dovrà capire almeno le logiche di base di questi sistemi. L’alfabetizzazione all’AI è una nuova forma di cultura economica e tecnologica, ma anche un’immensa opportunità come ascensore sociale: negli ultimi mesi il mondo è cambiato e si sono aperte infinite possibilità per chiunque abbia idee imprenditoriali. Oggi è possibile creare cose che un tempo richiedevano anni di lavoro con team super specializzati, e siamo forse vicini ad avere il primo esempio di unicorno (un’azienda da un miliardo di dollari) composto da una sola persona. Lo vedo anche nel nostro lavoro: con gli ultimi strumenti AI di coding, riusciamo a prototipare elementi in pochi giorni e a testare funzionalità che prima avrebbero richiesto un team di sviluppo dedicato e diversi mesi di sviluppo”.
In molti suoi interventi sottolinea come l’AI possa liberare tempo dalle attività ripetitive per lasciare spazio a creatività e problem solving. Che tipo di competenze umane diventeranno davvero centrali nei prossimi anni?
“Le competenze che cresceranno di valore sono quelle più profondamente umane: capacità di formulare i problemi, visione strategica, capacità di collaborare, capacità di vendere e conoscere a fondo le persone e le loro peculiarità. L’AI eccelle nell’elaborazione dell’informazione, ma resta uno strumento da guidare. Il valore nasce dall’interazione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Passata questa transizione, non ancora chiara a nessuno nei modi e nei tempi, avremo sicuramente più tempo per le cose che ci piacciono davvero, ma nel frattempo bisogna imparare a ‘fare le domande giuste’ all’AI (parlo di prompt engineering e di astrazione dei problemi), avendo il pensiero critico utile per validare gli output, e la capacità di orchestrare più strumenti AI e tradizionali insieme”.
L’Italia ha grandi competenze scientifiche ma spesso fatica a trasformarle in imprese globali. Che cosa serve davvero per creare più startup tecnologiche competitive?
“Servono almeno questi tre elementi: tanto capitale paziente, ecosistemi di innovazione reali e una cultura del rischio più diffusa e accettata. In Italia abbiamo eccellenti università e centri di ricerca, ma spesso manca il passaggio tra laboratorio e impresa, dal momento che gli obiettivi sono spesso troppo diversi. Quando università, imprenditori e investitori lavorano insieme in modo strutturato, nascono startup realmente competitive, e non è un processo immediato: occorrono anche decenni per creare questa sinergia. Lo vivo anche sulla mia pelle con Ardora AI: trovare capitale in Italia per una startup deep tech richiede ancora troppa fatica rispetto ad altri ecosistemi, e la burocrazia è ancora un fardello completamente inutile e, alle volte, tragicomico. È ancora un sistema che sembra appositamente complesso per potersi autosostenere. Ecco, un altro elemento che sarebbe fondamentale è una digitalizzazione e una semplificazione di tutte le procedure societarie: non vedo l’ora che arrivi l’EU Incorporated con il 28esimo regime europeo per imprese, tutto digitale e al passo coi tempi, con regole comuni e chiare”.
Guardando all’ecosistema dell’innovazione in Emilia-Romagna e nella cosiddetta Biomedical Valley, quali opportunità vede per l’integrazione tra AI, ricerca e industria?
“La Biomedical Valley è un esempio interessante di integrazione tra industria, ricerca e innovazione. Qui esiste una forte concentrazione di competenze biomedicali e manifatturiere, difficili da replicare. L’AI può diventare il livello tecnologico che connette questi mondi: dalla ricerca clinica alla progettazione dei dispositivi medici fino alla gestione dei dati sanitari. La Biomedical Valley deve diventare un’infrastruttura permanente: ecco perché soltanto pochi giorni fa abbiamo lanciato anche il nuovo portale biomedicalvalley.com interamente basato sull’AI, dove le imprese possono accedere a tantissime risorse e connettersi con altre imprese, startup e talenti. Il tutto deve essere il più facile e fluido possibile, senza ostruzioni mentali o tecnologiche, per creare flussi il più naturali possibile anche grazie all’intelligenza artificiale, che funge da facilitatore e connettore. In qualità di Executive Director, il mio obiettivo è proprio quello di trasformare il distretto di Mirandola in un ecosistema di innovazione permanente che unisca l’AI e le nuove tecnologie agli eventi e alle conferenze dove trovarsi di persona”.
Se dovesse immaginare il mondo tra dieci anni, quale ruolo avrà l’intelligenza artificiale nella vita quotidiana delle persone e nel sistema economico?
“Nessuno sa come sarà il mondo tra cinque, figuriamoci fra dieci anni. Chi si immaginava l’AI di oggi nel 2016? Forse soltanto qualche film fantascientifico. Oggi ci sono scenari sia apocalittici che super rosei. Io la vedo però più dal lato ottimistico: secondo me, avremo liberato sempre più tempo dalle cose di basso livello e ci concentreremo su altro, più astratto, più piacevole, più umano, con il 70 per cento dei lavori che oggi ancora non esistono. Mi piace immaginare un futuro dove ci si troverà insieme più per piacere che per obbligo, dove saremo impegnati di più nel capire come migliorare la nostra vita e creare cose nuove. Come ogni rivoluzione, anche questa porterà a un’espansione dell’economia: nonostante la scomparsa di molti posti di lavoro, il valore creato complessivamente sarà maggiore, e la vera sfida sarà evitare che si concentri nelle mani di pochi. Ma l’AI può anche essere un potente mezzo di democratizzazione, aprendo la strada a tante startup e idee che possono essere testate più velocemente: rimarrà soltanto chi offre vero valore e lo saprà comunicare meglio. Poi in dieci anni la tecnologia avrà fatto dei passi così importanti che è plausibile immaginare cure mediche per ogni patologia, forse anche per l’invecchiamento stesso, potendolo bloccare. Questo è il futuro che voglio immaginare, dove sicuramente l’AI sarà un’infrastruttura cognitiva diffusa: nei sistemi sanitari, nell’educazione, nelle imprese e nella vita quotidiana. La vera sfida non sarà tanto la potenza dell’intelligenza artificiale, quanto la nostra capacità di usarla per aumentare il potenziale umano e il benessere generale”.
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