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Nanozimi contro i tumori cerebrali, la nuova sfida dell’EMPA

A San Gallo materiali attivati da luce infrarossa mirano a colpire l’astrocitoma durante l’intervento, oltre la barriera ematoencefalica

Nanozimi: immagine di laboratorio su nanomedicine, colture cellulari e modelli sperimentali avanzati per esplorare applicazioni in oncologia, materiali biocompatibili, fototerapia mirata e controllata
Uno sferoide di glioblastoma derivato da paziente mostra il modello in vitro usato nei test sui nanozimi: in verde le cellule vitali, in rosso quelle morte e in blu i nuclei cellulari, per studiare in laboratorio l’effetto antitumorale delle nanomedicine attivate da luce infrarossa (Foto: Selina Camenisch/EMPA)

La cura dei tumori cerebrali resta uno dei campi più complessi dell’oncologia contemporanea perché riunisce, nello stesso problema clinico, tre ostacoli difficili da separare: la fragilità del tessuto nervoso, la capacità delle cellule tumorali di infiltrarsi nell’area sana circostante e la difficoltà di portare farmaci efficaci dentro il cervello. È in questo spazio ristretto, dove chirurgia, radioterapia e chemioterapia devono convivere con margini di errore molto ridotti, che EMPA e il gruppo ospedaliero HOCH Health Ostschweiz stanno sviluppando un approccio basato sui nanozimi, nanomateriali con attività simile a quella degli enzimi.

Il progetto, avviato a San Gallo sotto la guida della neurochirurga Isabel Hostettler e con il contributo del centro Nanomaterials in Health dei Laboratori Federali Svizzeri di Scienza e Tecnologia dei Materiali, punta a utilizzare una nanomedicina applicabile direttamente durante l’operazione. L’obiettivo non è sostituire in blocco le terapie esistenti, ma aggiungere un livello di intervento locale, controllabile e potenzialmente meno invasivo contro le cellule residue che possono rimanere nel tessuto cerebrale dopo la rimozione del tumore.

Secondo la fonte, il bersaglio prioritario è l’astrocitoma, una neoplasia maligna particolarmente problematica perché cresce in modo aggressivo e può invadere il tessuto sano. La stessa fonte indica che, in sette casi su dieci, la malattia ritorna dopo il trattamento e che la sopravvivenza a cinque anni è intorno al cinque per cento. Sono numeri da leggere con prudenza clinica, perché gli esiti dipendono da classificazione molecolare, grado, età, condizioni del paziente e risposta alle cure, ma spiegano perché la ricerca stia cercando strategie complementari capaci di agire dove le terapie convenzionali incontrano i loro limiti.

Il punto tecnologico più interessante è l’ibridazione fra scienza dei materiali, neurochirurgia e oncologia sperimentale. I nanozimi non vengono presentati come un farmaco tradizionale che circola nell’organismo fino al bersaglio, ma come una piattaforma materiale in grado di svolgere funzioni catalitiche nel microambiente tumorale. In termini semplici, possono contribuire ad attivare precursori inattivi di farmaci oppure generare specie reattive dell’ossigeno capaci di danneggiare le cellule maligne. La miniaturizzazione, in questo caso, non è un dettaglio tecnico: la dimensione nanometrica è ciò che dovrebbe consentire la penetrazione nel tessuto e l’azione anche a qualche millimetro dalla zona trattata.

Nanozimi: ricerca EMPA con Giacomo Reina, su nanomateriali attivabili dalla luce, modelli 3D e nuove strategie locali per studiare cellule tumorali nel tessuto cerebrale e applicazioni cliniche future
La preparazione dei campioni in ambiente controllato è un passaggio centrale nello sviluppo dei nanozimi: i nanomateriali devono essere biocompatibili, riproducibili e attivabili in modo selettivo, affinché la futura applicazione clinica possa integrare chirurgia, fototerapia e oncologia (Foto: EMPA)

La barriera ematoencefalica spinge la terapia in sala

La barriera ematoencefalica è una delle ragioni per cui i tumori del sistema nervoso centrale sono così difficili da trattare con farmaci sistemici. La sua funzione fisiologica è proteggere il cervello da sostanze potenzialmente dannose presenti nel sangue, ma lo stesso meccanismo può ostacolare l’ingresso di molecole terapeutiche. Per la medicina oncologica è un paradosso: una barriera indispensabile alla sopravvivenza dell’organo diventa anche un limite operativo quando occorre raggiungere cellule tumorali disperse nel tessuto.

La proposta EMPA cerca di aggirare questo collo di bottiglia spostando il momento di somministrazione nel contesto chirurgico. Applicare materiali biocompatibili direttamente sul sito operatorio significa ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso il circolo sanguigno e concentrare l’azione là dove il chirurgo ha già identificato l’area critica. Non è una scorciatoia rispetto alla complessità della malattia, ma una scelta di ingegneria clinica: portare la tecnologia nel punto in cui la biologia tumorale lascia il maggiore rischio di recidiva.

Giacomo Reina, ricercatore EMPA coinvolto nello sviluppo dei nanozimi, sintetizza così il razionale biologico dell’accumulo selettivo nel tessuto tumorale:

“Poiché le cellule tumorali hanno un metabolismo particolarmente attivo, i farmaci si accumulano specificamente nel tessuto tumorale”.

Questa affermazione indica uno dei passaggi più delicati dell’intero progetto: sfruttare le differenze metaboliche fra cellule tumorali e cellule sane per aumentare la selettività dell’intervento. In un organo come il cervello, la selettività è una condizione industriale prima ancora che clinica, perché qualsiasi tecnologia destinata alla sala operatoria deve dimostrare non soltanto efficacia, ma anche riproducibilità, controllo della dose, compatibilità con i protocolli chirurgici e riduzione del danno collaterale.

Le linee guida europee sui gliomi diffusi ricordano che la gestione clinica combina diagnosi molecolare, chirurgia, radioterapia e farmacoterapia sistemica, con decisioni che devono passare da valutazioni multidisciplinari. In questo quadro, la nanomedicina locale non elimina la necessità di classificare il tumore o di integrare più trattamenti, ma può inserirsi come terapia add-on, cioè come intervento aggiuntivo progettato per rafforzare il controllo locale della malattia.

Nanozimi: studio su tumori cerebrali, chirurgia e luce nel vicino infrarosso per valutare nanomedicine capaci di agire localmente sulle cellule maligne residue dopo l’intervento e nella terapia locale
La luce nel vicino infrarosso consente di attivare i principi attivi della nanomedicina in modo localizzato, con l’obiettivo di colpire le cellule tumorali nel tessuto interessato e ridurre il dosaggio necessario, aprendo una possibile via complementare a chirurgia, radioterapia e chemioterapia (Foto: EMPA)

Luce infrarossa e catalisi per dosi più controllabili

Il secondo elemento distintivo riguarda l’attivazione con luce nel vicino infrarosso. La logica è quella delle piattaforme responsivi agli stimoli: il materiale rimane funzionale, ma il suo effetto terapeutico viene modulato da un segnale esterno. Nel caso dei nanozimi dell’EMPA, l’irraggiamento dovrebbe consentire di attivare la risposta in modo più preciso, con una relazione più stretta fra area trattata, tempo di esposizione e intensità dell’azione biologica.

Per un lettore non specialista, il passaggio cruciale è che la luce non è usata come semplice accessorio, ma come strumento di controllo. Nei sistemi fototermici o fotodinamici, l’energia luminosa può contribuire alla produzione locale di calore o di specie chimiche reattive. Nei nanozimi, questa impostazione si combina con la catalisi, cioè con la capacità del materiale di facilitare reazioni utili al danneggiamento delle cellule tumorali. La promessa tecnologica consiste nel far convergere nanomateriali, fototerapia e metabolismo tumorale in un’unica piattaforma.

Secondo il comunicato, i nanozimi potrebbero attivare precursori inattivi di farmaci oppure generare composti reattivi dell’ossigeno. La loro piccola dimensione dovrebbe permettere una penetrazione nel tessuto sufficiente a raggiungere cellule maligne non immediatamente esposte nel campo operatorio. La possibilità di attivarli con luce infrarossa aggiunge un livello di regolazione che, almeno in prospettiva, potrebbe contribuire a mantenere basso il dosaggio e quindi a ridurre gli effetti indesiderati.

Il tema non è soltanto medico. È anche industriale, perché una tecnologia di questo tipo deve poter essere prodotta con caratteristiche costanti, sterilizzata, conservata, applicata in condizioni operative reali e validata con metodi preclinici robusti. La scalabilità dei nanomateriali biomedicali è una delle questioni decisive per passare dall’idea di laboratorio a un dispositivo terapeutico credibile. Composizione, dimensione, attività catalitica, stabilità superficiale e comportamento biologico devono rientrare in finestre controllabili, altrimenti la variabilità diventa un rischio.

Giacomo Reina, nella seconda stringata riflessione sul tema, collega esplicitamente il progetto al problema delle recidive e della resistenza alle cure convenzionali:

“I nanozimi potrebbero forse persino prevenire le recidive nell’astrocitoma se il tumore è già diventato resistente alla chemioterapia convenzionale”

La parola “forse” è importante e va mantenuta. Indica che il lavoro è ancora in una fase di sviluppo e che il potenziale clinico dovrà essere dimostrato. Proprio per questo l’innovazione va letta come una traiettoria sperimentale, non come una cura già disponibile. Il valore della ricerca sta nella direzione: intervenire sul residuo tumorale locale, usare un’attivazione controllabile e combinare più meccanismi d’azione senza aumentare in modo indiscriminato la tossicità sistemica.

Nanozimi: immagine di laboratorio su nanomedicine, colture cellulari e modelli sperimentali avanzati per esplorare applicazioni in oncologia, materiali biocompatibili, fototerapia mirata e controllata
Il campus EMPA di San Gallo ospita il laboratorio Nanomaterials in Health, dove la ricerca sui nanozimi collega materiali biocompatibili, oncologia sperimentale e modelli cellulari avanzati per immaginare terapie locali contro tumori cerebrali difficili da raggiungere con farmaci sistemici (Foto: EMPA)

Organoidi e chip come ponte verso la sperimentazione

La fase preclinica del progetto non si limita a colture cellulari tradizionali. Nel laboratorio dell’EMPA a San Gallo, l’effetto antitumorale dei nanozimi viene studiato con organoidi 3D e sistemi organ-on-a-chip, modelli avanzati che cercano di riprodurre alcuni comportamenti del tessuto umano in condizioni controllate. La fonte cita, fra le immagini del progetto, uno sferoide derivato da paziente con glioblastoma, usato come modello in vitro del tumore.

Questi modelli non sostituiscono la sperimentazione clinica, ma possono ridurre la distanza fra piastra di laboratorio e organismo umano. Gli organoidi, aggregati tridimensionali di cellule, permettono di osservare fenomeni che nelle colture bidimensionali possono risultare semplificati: penetrazione del materiale, distribuzione della morte cellulare, risposta differenziata fra aree vitali e aree più danneggiate. I dispositivi organ-on-a-chip aggiungono microambienti più controllati, utili per studiare flussi, interazioni e risposte in condizioni più vicine alla fisiologia.

Dal punto di vista dell’innovazione, questa scelta metodologica segnala una tendenza più ampia della ricerca biomedicale: usare piattaforme sperimentali più predittive per selezionare prima, e meglio, le tecnologie da portare verso il paziente. In oncologia, dove il fallimento tardivo di una terapia comporta costi elevati e ritardi clinici, modelli in vitro avanzati e simulazioni possono contribuire a filtrare le ipotesi più promettenti. Non garantiscono il successo, ma aiutano a costruire un dossier più solido prima della sperimentazione sull’uomo.

La prospettiva si inserisce nell’iniziativa Oncology dell’EMPA, che riunisce cinque laboratori su materiali, sensori, imaging e modelli in vitro e in silico. Secondo EMPA, in Svizzera il cancro provoca circa 45 mila nuovi casi e 17 mila decessi ogni anno; l’iniziativa intende affrontare questa pressione sanitaria con approcci basati sui materiali e attenti al profilo genetico e metabolico dei pazienti. La prima fase è prevista dal 2025 al 2035, un orizzonte coerente con i tempi lunghi della traslazione biomedicale.

È qui che il progetto sui nanozimi assume un significato più ampio. Non riguarda soltanto un materiale contro un tumore, ma un modello di ricerca in cui clinica, ingegneria dei materiali e diagnostica avanzata vengono progettate insieme. Per l’industria medtech e per la farmaceutica specializzata, questa convergenza è sempre più rilevante: le nuove terapie non sono solo molecole, ma combinazioni di materiale, dispositivo, attivatore fisico, procedura medica e modello di validazione.

Nanozimi: studio su tumori cerebrali, chirurgia e luce nel vicino infrarosso per valutare nanomedicine capaci di agire localmente sulle cellule maligne residue dopo l’intervento e nella terapia locale
Nei laboratori EMPA in Svizzera ricercatori come Giacomo Reina studiano nanozimi pensati per agire direttamente nel tessuto cerebrale durante l’intervento chirurgico, aggirando la barriera ematoencefalica e concentrando l’azione terapeutica sulle cellule tumorali residue dopo la resezione (Foto: EMPA)

Dal laboratorio al letto del paziente, senza scorciatoie

Secondo il programma indicato, al termine del progetto quadriennale la nanomedicina dovrebbe essere pronta per la sperimentazione clinica come trattamento minimamente invasivo e a basso impatto, aggiuntivo rispetto alle terapie esistenti. La formulazione è prudente e corretta: essere pronti per test clinici non significa essere disponibili per l’uso ospedaliero, ma aver raggiunto un livello di evidenza e di standardizzazione sufficiente per chiedere verifiche sull’uomo secondo procedure regolatorie e comitati etici.

Il sostegno della Hedy Glor-Meyer Foundation, della Swiss Cancer Foundation e di altre quattro fondazioni conferma un altro tratto dell’innovazione oncologica: molti progetti ad alto rischio scientifico richiedono un finanziamento ponte, capace di sostenere la fase in cui il potenziale è significativo ma l’interesse industriale non è ancora pienamente maturo. In settori come la nanomedicina, questo passaggio è particolarmente critico, perché la validazione richiede competenze costose e tempi non sempre compatibili con logiche di ritorno rapido.

Le possibili ricadute non si esauriscono nell’astrocitoma. L’EMPA indica un potenziale anche per altri tumori del cervello e del midollo spinale. Anche in questo caso è opportuno evitare letture estensive: ogni tumore ha biologia, localizzazione, risposta immunitaria e profilo molecolare propri. Tuttavia, una piattaforma locale, attivabile e modulabile potrebbe offrire un paradigma replicabile, a condizione che la sicurezza nel tessuto nervoso venga dimostrata con particolare rigore.

Per il settore, la lezione è duplice. Da un lato, la frontiera della terapia oncologica non passa soltanto da nuovi principi attivi, ma anche da materiali funzionali capaci di intervenire sul microambiente tumorale. Dall’altro, la sala operatoria diventa sempre più un luogo di integrazione tecnologica, dove imaging, navigazione, dispositivi, farmaci e materiali intelligenti possono convergere in protocolli più personalizzati.

La sfida dei nanozimi contro i tumori cerebrali resta quindi aperta. La promessa è concreta perché nasce da un bisogno clinico chiaro: colpire cellule maligne residue, difficili da raggiungere e spesso responsabili della recidiva. Ma la verifica dovrà essere altrettanto concreta: riproducibilità dei materiali, efficacia nei modelli preclinici, sicurezza neurologica, compatibilità chirurgica e beneficio misurabile per i pazienti. In questa distanza fra laboratorio e clinica si gioca il vero valore dell’innovazione: non nella dichiarazione di un risultato definitivo, ma nella costruzione rigorosa di una tecnologia capace di arrivare, un passo alla volta, dove le terapie attuali non bastano ancora.

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Le attività sperimentali di Giacomo Reina su nanozimi e tumori cerebrali combinano microscopia, colture cellulari e protocolli di laboratorio per valutare penetrazione nei tessuti, selettività e risposta delle cellule maligne, prima di un possibile passaggio verso verifiche cliniche più strutturate (Foto: EMPA)

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