Le quote “eque e ambiziose” dell’Accordo di Parigi sono state calcolate in maniera distorta fino a oggi (favorendo i Paesi più ricchi e inquinanti)

Secondo uno studio dell’Università di Utrecht, gli obiettivi nazionali stabiliti dai Paesi che hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi non sono né equi né ambiziosi. I Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC) si basano infatti su delle valutazioni sbagliate – o meglio, che abbiamo fino a oggi calcolato in maniera distorta.
In base all’Accordo, ogni Stato dovrebbe contribuire in maniera proporzionata, con una “quota equa”, alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Come si legge nella ricerca, però, abbiamo sempre calcolato queste quote a partire dalle emissioni attuali, premiando i Paesi più ricchi e inquinanti.
Giustizia climatica: abbiamo sempre premiato i Paesi con le più alte emissioni
Gli obiettivi stabiliti nell’Accordo di Parigi, sottoscritti da 195 Paesi del mondo, sono sempre più lontani. La recente uscita degli Stati Uniti dall’Accordo, fortemente voluta da Donald Trump, pesa come un macigno sull’azione per il clima a livello globale, ma non è l’unico motivo per cui siamo sempre più vicini a un fallimento epocale condiviso da tutta l’umanità.
Nell’ambito dell’Accordo di Parigi, i Paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra e a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici tramite strategie e piani d’azione nazionali noti come Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC), che vanno aggiornati ogni 5 anni e che devono essere “equi e ambiziosi”. Per la precisione, l’Accordo prevede esplicitamente che i NDC siano progettati per diventare sempre più ambiziosi – da qui l’esigenza di rivederli regolarmente.
Se ci stiamo allontanando dagli obiettivi fissati a Parigi è perché molti dei Paesi con le più alte emissioni al mondo hanno deliberatamente deciso di non impegnarsi troppo: i loro obiettivi di “fair share”, insomma, non sono così ambiziosi. E non sono neanche equi. Secondo uno studio guidato da Yann Robiou du Pont appena pubblicato su Nature Communications, abbiamo calcolato in maniera distorta le valutazioni di ambizione ed equità fino ad oggi:
“Precedenti studi che valutavano l’ambizione climatica dei Paesi condividevano una caratteristica che premiava i Paesi con maggiori emissioni a scapito di quelli più vulnerabili”,
spiega Robiou du Pont, che da anni si occupa di giustizia climatica all’Università di Utrecht.

L’errore nel calcolo delle “quote eque” dei Paesi maggiormente inquinanti
L’errore, secondo i ricercatori, risiede nel fatto che ai Paesi siano state assegnate delle traiettorie di emissioni “continue”, ovvero che partono dagli attuali livelli di emissioni invece di puntare a livelli equi sin da subito. Ciò ha portato a una valutazione decisamente indulgente per i Paesi con le emissioni più alte, a svantaggio di tutti gli altri. Si parla a proposito di “grandfathering”, un approccio che consente di mantenere elevati livelli di emissioni e che prevede la distribuzione delle quote in base alle emissioni passate. Come si legge nello studio,
“L’allocazione basata sul grandfathering è stata criticata per la sua mancanza di fondamento etico e ha dimostrato di penalizzare i Paesi più poveri, in quanto preserva lo status quo, comprese le attuali disuguaglianze”.
Questo approccio, spiegano i ricercatori, fa ricadere un onere maggiore sui Paesi che meno hanno contribuito alla crisi, consegnando il mondo a livelli catastrofici di riscaldamento globale. Perciò si propone un nuovo metodo di calcolo che prenda in considerazione il contributo storico di ciascun Paese al cambiamento climatico e la sua capacità di agire.
Il nuovo approccio si basa sulla responsabilità storica, e prevede che gli Stati più inquinanti forniscano immediatamente una quota equa dello sforzo di mitigazione globale, senza approfittare ulteriormente dei vantaggi di un’industrializzazione “precoce”.
La soluzione: i Paesi più ricchi finanzino le strategie di mitigazione all’estero
Il fatto che gli obiettivi nazionali siano tutt’altro che ambiziosi è stato tradizionalmente giustificato con l’esigenza di fare la propria parte all’interno dei confini nazionali, e quindi con la necessità di non sconvolgere il tessuto produttivo e i consumi locali. Ma anche questo, spiegano i ricercatori, non ha più senso.
I Paesi più ricchi del mondo possono benissimo usare le proprie risorse per contribuire agli sforzi di mitigazione al di fuori dei propri territori. La Svizzera lo sta già facendo, e gli altri Paesi inquinanti dovrebbero fare altrettanto. Anche perché nessun trattato specifica che i costi per la mitigazione a livello nazionale debbano essere sostenuti da questo o quel Paese.
In sostanza, si legge nella ricerca, i Paesi che hanno maggiori responsabilità e capacità finanziarie possono allinearsi con gli obiettivi di Parigi combinando una mitigazione domestica che sia più ambiziosa possibile con il finanziamento di strategie per la riduzione delle emissioni all’estero. Questo approccio, è chiaro, richiederebbe tagli drastici e immediati, soprattutto da parte dei Paesi a più ricchi e con più alte emissioni.
USA, Australia, Canada, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, spiegano i ricercatori, sono i Paesi che presentano il divario maggiore in termini di equità, quindi quelli che dovrebbero maggiormente impegnarsi per ristabilire un equilibrio accettabile. Ma se i governi nazionali si tirano indietro, chi può garantire l’applicazione della giustizia climatica? Secondo Robiou du Pont, i tribunali possono avere un ruolo decisivo.

La giustizia climatica arriva alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
Nel 2024, quattro donne dell’associazione Verein KlimaSeniorinnen Schweis hanno citato le autorità svizzere dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo lamentando gravi inadempienze nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico, una mancanza che ha influito negativamente sulla loro salute e sulle loro condizioni di vita.
Nella decisione, la Corte ha stabilito che un’azione insufficiente per il clima a livello nazionale costituisce una violazione dei diritti umani e che i Paesi devono giustificare come i loro impegni climatici costituiscano un contributo (ancora una volta) equo e ambizioso agli obiettivi globali. I tribunali, si legge nella ricerca, stanno emergendo come una forza chiave nel garantire la responsabilità e nel promuovere indirettamente la cooperazione quando i negoziati politici e diplomatici falliscono.
In un parere consultivo storico, datato 23 luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha affermato che i Paesi hanno l’obbligo giuridico, ai sensi del diritto internazionale, di prevenire danni significativi al sistema climatico, sottolineando il dovere di agire collettivamente e con urgenza.
“Ciò rafforza e sottolinea il ruolo crescente dei tribunali nell’applicazione della giustizia climatica”,
spiega Robiou du Pont. L’insufficienza dell’azione globale, concludono i ricercatori, è dovuta alla mancanza di sforzi equi da parte dei Paesi con le maggiori responsabilità storiche, che sono anche quelli che hanno le maggiori possibilità di intervento. Per scongiurare una catastrofe climatica sempre più vicina, però, serve proprio l’impegno di questi Paesi.
I Paesi più ricchi – a cominciare dagli USA di Trump, che hanno appena deciso di negare cinquant’anni di scienza climatica – possono e devono uscire dall’inazione: il mantenimento di una posizione privilegiata rispetto al resto del mondo, d’altronde, non li renderà immuni da inondazioni, incendi e altri eventi estremi causati dal riscaldamento globale. Quell’inazione condannerà tutti. Il diritto internazionale sta là a ricordarcelo.
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