La sede alpina dell’Università della Svizzera Italiana trasforma il territorio in laboratorio didattico e civico, fra ricerca, scuole, imprese e comunità

Ci sono progetti universitari che aggiungono metri quadrati alla didattica e altri che modificano, più profondamente, il modo in cui un ateneo si colloca dentro un territorio. La Casa della sostenibilità inaugurata dall’Università della Svizzera italiana ad Airolo appartiene con evidenza alla seconda categoria. Non è soltanto una nuova sede, né un’estensione periferica dell’offerta formativa: è un dispositivo che prova a connettere formazione, ricerca, divulgazione e sviluppo locale dentro uno scenario, quello alpino, che rende immediatamente visibili alcune delle grandi tensioni del presente, dai cambiamenti climatici alla biodiversità, dall’energia ai trasporti, fino alla trasformazione del turismo.
Il valore dell’iniziativa sta proprio nella scelta del contesto. Le Alpi, e in particolare la regione del San Gottardo, non vengono qui trattate come semplice cornice paesaggistica, ma come un ambiente di osservazione privilegiato, quasi un’infrastruttura cognitiva a cielo aperto. In un momento in cui le università sono chiamate a dimostrare impatto, capacità di dialogo con i territori e attitudine interdisciplinare, l’apertura di Airolo segnala una linea strategica precisa: portare la sostenibilità fuori dall’astrazione del dibattito accademico e dentro un’esperienza concreta, residenziale, immersiva, fondata sull’incontro tra persone, luoghi e problemi reali.
Il progetto, avviato nel 2018 e ufficialmente inaugurato il 21 marzo 2024, si inserisce in una traiettoria più ampia di ridefinizione del ruolo dell’ateneo. La sostenibilità non è presentata come tema ancillare, ma come asse organizzativo destinato a incidere su ricerca, insegnamento e terzo mandato. In questo senso, la Casa della Sostenibilità vale anche come indicatore di un cambiamento di governance: quando un’università decide di strutturare questi temi fino al livello di Prorettorato, il messaggio che invia al sistema è che la transizione non può più essere confinata a singoli corsi o progetti pilota, ma va assunta come criterio trasversale.
“La Casa della sostenibilità dell’USI è un progetto che mostra in modo tangibile l’impegno dell’Università della Svizzera italiana per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Un progetto che ha preso avvio nel 2018 e che oggi è realtà grazie all’impegno di diversi attori, accademici e no, che hanno sostenuto questa visione e hanno reso possibile il traguardo che celebriamo oggi”.
Le parole dell’allora Rettrice Luisa Lambertini aiutano a mettere a fuoco il punto decisivo: la nuova sede non è solo un presidio fisico, ma la manifestazione visibile di una strategia istituzionale. Quando la professoressa definì Airolo
“l’antenna più a Nord dell’USI”,
descrisse, infatti, una geografia universitaria distribuita, capace di estendersi sull’intero territorio cantonale. È un concetto interessante anche sul piano dei modelli di business dell’istruzione superiore: l’università non si limita più a concentrare funzioni in un campus centrale, ma articola una rete di presenze specializzate, ciascuna legata a una vocazione tematica e a un ecosistema locale specifico.
“La Casa della sostenibilità diventa l’antenna più a Nord dell’USI, che si distribuisce così sull’intero territorio cantonale, e simboleggia non solo il nostro impegno verso un futuro più sostenibile, ma funge anche da catalizzatore per l’innovazione e la collaborazione in questo cruciale settore”.

Un laboratorio montano dove la didattica diventa esperienza
Il cuore innovativo del progetto è nell’idea di apprendimento esperienziale. Invece di limitarsi a trasferire contenuti in aula, la Casa della Sostenibilità propone un ambiente in cui studentesse e studenti possano misurarsi con fenomeni complessi attraverso osservazione diretta, lavori di gruppo, sperimentazione e vita comunitaria. In termini pedagogici, è un passaggio rilevante: la sostenibilità viene trattata come competenza sistemica, non come sommatoria di nozioni settoriali. Per comprenderla servono strumenti economici, ambientali, sociali e culturali insieme, ma serve anche un contatto con la materialità dei processi.
Questa impostazione risponde a una tendenza ormai consolidata nel settore formativo internazionale. I grandi temi della transizione ecologica premiano approcci interdisciplinari, percorsi situati e capacità di leggere i conflitti tra obiettivi diversi: tutela degli ecosistemi, accessibilità della mobilità, fabbisogno energetico, tenuta economica delle comunità locali, gestione dei flussi turistici. La montagna, da questo punto di vista, funziona come un acceleratore di comprensione, perché rende visibili in scala ridotta tensioni che altrove rimangono più astratte.
“La Casa della sostenibilità è un luogo di formazione e promozione dello sviluppo sostenibile che si basa sull’apprendimento esperienziale. Nella regione alpina è possibile osservare e studiare da vicino i grandi temi della sostenibilità”.
L’intervento di Massimo Filippini, vicepresidente della Commissione scientifica e didattica della Casa, chiarisce inoltre che la struttura non nasce per una sola facoltà né per una disciplina isolata. L’obiettivo è coinvolgere studenti provenienti da percorsi diversi, mettendoli in relazione con esperti, attori economici e realtà sociali del territorio. Qui si riconosce un altro elemento di innovazione organizzativa: la sostenibilità come piattaforma di convergenza tra saperi che in un’università tradizionale rischiano di restare separati. Economia, scienze ambientali, comunicazione, politiche pubbliche e attività sportive trovano un terreno comune non in un principio teorico, ma in un luogo operativo.

Da periferia a nodo attivo nelle reti della conoscenza
Dal punto di vista territoriale, l’apertura di Airolo ha un significato che va oltre l’università. Il progetto propone una rilettura delle cosiddette aree periferiche non come margini da compensare, ma come asset strategici capaci di offrire risorse distintive. La dichiarazione del Presidente del Consiglio di Stato dell’epoca Raffaele De Rosa insiste proprio su questo punto: l’Alto Ticino viene descritto come una regione che, accanto alla sua storica vocazione turistica, può rafforzare una funzione scientifica e formativa.
“Una volta ancora, abbiamo conferma dell’alto potenziale delle zone periferiche del nostro Cantone, che seppure discoste sanno offrire risorse uniche. Lo dimostra questa regione, che sta ampliando la sua vocazione: originariamente quasi esclusivamente turistica, oggi l’Alto Ticino si profila sempre più anche per quanto può offrire come polo scientifico”.
È una prospettiva tutt’altro che secondaria in una fase in cui molte politiche europee e svizzere cercano di riequilibrare il rapporto tra centri urbani e territori marginali. La decentralizzazione qualificata di attività accademiche e culturali può generare effetti multipli: rafforza la reputazione del luogo, aumenta la circolazione di competenze, alimenta servizi connessi e introduce una nuova domanda di relazioni tra enti pubblici, imprese e istituzioni della conoscenza. In altre parole, l’università diventa anche motore di attivazione territoriale.
Su questa linea si colloca pure l’intervento del Sindaco Oscar Wolfisberg, che legge la Casa della sostenibilità come occasione per l’intera Alta Leventina. Non soltanto immagine e prestigio, dunque, ma anche possibili ricadute per ristorazione, commercio e servizi. È un aspetto spesso trascurato nelle narrazioni sui progetti educativi, ma centrale dal punto di vista dei modelli di sviluppo locale: le infrastrutture della conoscenza possono produrre indotto non solo perché attraggono studenti e visitatori, ma perché cambiano il posizionamento simbolico ed economico di un’area.
“La presenza della Casa della sostenibilità è un’opportunità non solo per Airolo, ma per l’intera regione dell’Alta Leventina che potrà essere riconosciuta non più solo come luogo periferico, ma come luogo che contribuisce alla formazione dei giovani e alla ricerca internazionale”.

Ricerca, scuole e divulgazione nello stesso spazio operativo
Un altro elemento che distingue l’iniziativa è la sua natura ibrida. La Casa della Sostenibilità non si rivolge esclusivamente alla comunità accademica USI, ma anche alle scuole, ai gruppi, agli enti e alle aziende interessati ad approfondire questi temi. È qui che il progetto mostra una logica contemporanea di terza missione: la produzione di sapere non resta confinata tra specialisti, ma si apre a un lavoro di trasferimento, coinvolgimento e alfabetizzazione pubblica.
La collaborazione con L’ideatorio USI, antenna regionale della Fondazione Science et Cité, rafforza questa impostazione. La scelta di ospitare nell’edificio anche un planetario astronomico e di programmare eventi e spettacoli destinati al pubblico allarga infatti la funzione della sede oltre il perimetro universitario tradizionale. Non si tratta di un’aggiunta ornamentale. In un mercato della conoscenza sempre più competitivo, la capacità di costruire linguaggi accessibili, esperienze immersive e occasioni di divulgazione è parte integrante del valore di un’istituzione. La sostenibilità, del resto, è un campo che richiede non solo ricerca avanzata, ma anche mediazione culturale e partecipazione.
Durante l’inaugurazione, Giovanni Pellegri e Cristina Gianella hanno ribadito proprio il valore educativo del paesaggio alpino e illustrato le attività che animeranno la sede. È una dimensione che conta anche per il posizionamento futuro dell’USI: costruire un luogo dove seminari, percorsi residenziali, divulgazione scientifica e iniziative aperte al territorio convivano significa rafforzare un’offerta distintiva, difficilmente replicabile in contesti più standardizzati.

La sostenibilità come piattaforma istituzionale e industriale
Osservata più da vicino, la Casa della Sostenibilità è anche il risultato di una partnership pubblico-istituzionale costruita con una certa coerenza. Alla sinergia tra Comune di Airolo e Università della Svizzera Italiana si affiancano infatti il sostegno dell’Ufficio Cantonale per lo Sviluppo Economico, la collaborazione con l’Ente Regionale per lo Sviluppo Bellinzonese e Valli e il contributo di sponsor come BancaStato, AIL e FFS. La composizione di questa rete è significativa: segnala che la sostenibilità viene letta non soltanto come questione ambientale, ma come area di investimento reputazionale, educativo e infrastrutturale.
Per il settore universitario e per quello della formazione avanzata, il caso Airolo suggerisce almeno tre implicazioni. La prima è che i progetti credibili di sostenibilità richiedono alleanze multilivello, capaci di tenere insieme enti locali, istituzioni formative e attori economici. La seconda è che i luoghi periferici possono diventare spazi ad alta intensità di innovazione quando possiedono una forte coerenza tra contesto, missione e contenuti. La terza è che la qualità dell’offerta non dipende solo dalle infrastrutture fisiche, ma dalla capacità di trasformare un territorio in esperienza formativa e in racconto pubblico condiviso.
In questo quadro, la Casa della Sostenibilità non va letta come un episodio isolato o come una semplice inaugurazione di sede. È piuttosto il segnale di come un’università possa usare il territorio per ridefinire il proprio ruolo: meno chiusa nella trasmissione verticale del sapere, più coinvolta nella costruzione di ambienti di apprendimento, di confronto e di innovazione sociale. In una stagione in cui la sostenibilità rischia spesso di ridursi a parola d’ordine, Airolo prova a darle una forma concreta, abitabile e misurabile nelle pratiche. Ed è probabilmente questo il dato più interessante: non la retorica del tema, ma la scelta di farne un’infrastruttura educativa, civica e territoriale capace di durare nel tempo.
La sostenibilità trova casa ad Airolo grazie all’Università della Svizzera Italiana
La storia della galleria di base del San Gottardo dagli Anni Novanta a oggi
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
A Bellinzona super polo d’eccellenza nelle scienze della vita
Fra Nord e Sud l’innovazione accelera nel “San Bernardino Lab”
Quanto vale il settore Life Science nella Svizzera Italiana?


