Con CLIMACOOL+, il brand tedesco porta nel tennis un materiale 3D pensato per gestire calore, sudore e aderenza del capo durante il gioco

Nel tennis contemporaneo l’abbigliamento tecnico non è più soltanto una questione di leggerezza, taglio o riconoscibilità visiva. Le condizioni ambientali, soprattutto nei tornei estivi, incidono sul comfort dell’atleta e sulla continuità del gesto. È in questo punto di contatto fra fisiologia, progettazione tessile e prestazione che adidas colloca CLIMACOOL+, il nuovo tessuto per il tennis presentato a Herzogenaurach, in Germania, il 17 giugno 2026, insieme alla London Collection per la stagione su erba.
L’inedito materiale nasce per aiutare gli atleti a competere in condizioni calde e umide. Il dato industrialmente interessante non riguarda soltanto la promessa di traspirabilità, già presente da anni nel lessico dello sportswear, ma il modo in cui il capo viene costruito: la ventilazione non dipende esclusivamente dalla fibra o dalla porosità del tessuto, bensì da una struttura 3D body-mapped che modifica la relazione fisica fra pelle e indumento.
La soluzione introduce rilievi embossati, cioè elementi tridimensionali in superficie, progettati per creare un piccolo spazio fra corpo e capo. In quell’intercapedine l’aria può circolare con maggiore continuità, favorendo l’evaporazione del sudore e riducendo il fenomeno del tessuto che si incolla alla pelle. Per un tennista, soprattutto durante scambi lunghi e cambi di direzione frequenti, il problema non è marginale: l’aderenza del capo può diventare una distrazione, limitare la percezione di libertà nei movimenti e alterare il comfort nelle fasi più intense della partita.

Una costruzione 3D per separare pelle, aria e stoffa
Il principio alla base di CLIMACOOL+ è diverso da quello di un normale capo piatto ad asciugatura rapida. Invece di affidarsi soltanto alla gestione dell’umidità attraverso la composizione del filato, adidas lavora sulla geometria del materiale. Le aree rialzate creano una distanza controllata fra superficie cutanea e capo, con l’obiettivo di limitare il contatto diretto nei punti più critici. È un approccio vicino alla ricerca e sviluppo applicata al prodotto, perché collega dati fisiologici, prove in ambiente controllato e design industriale.
La mappatura non è uniforme. La fonte indica come zone prioritarie il petto, la parte alta dell’addome, le spalle e la parte superiore della schiena: aree in cui, durante il gioco, si concentrano calore e sudorazione. L’individuazione di questi punti deriva, secondo adidas, da acquisizione di dati fisiologici e da test nella climate chamber dell’azienda, cioè un ambiente di prova dove temperatura e umidità possono essere controllate per osservare la risposta dell’atleta e del capo.
Gli indicatori monitorati comprendono temperatura cutanea, umidità fra pelle e indumento, percezione del flusso d’aria e grado di adesione del capo durante il movimento. Non vengono forniti nel materiale disponibile valori numerici comparativi, né percentuali di miglioramento. Questo impone una lettura prudente: la notizia non consente di misurare in modo indipendente l’efficacia del tessuto, ma chiarisce l’impostazione progettuale. Il beneficio dichiarato riguarda maggiore circolazione dell’aria, minore cling, cioè minore sensazione di tessuto bagnato aderente, e più libertà nei gesti di gara.
“CLIMACOOL+ è un’innovazione per il raffreddamento che si può vedere e sentire”,
ha dichiarato Margherita Raccuglia, Director of Athlete Performance di adidas.
“La maggior parte delle tecnologie basate sulla ventilazione si concentra soltanto sul tessuto. CLIMACOOL+ modifica la struttura stessa del capo, creando flusso d’aria esattamente nei punti in cui gli atleti ne hanno più bisogno. Questo offre benefici prestazionali nati direttamente dagli insight degli atleti, incluso Sebastian Sawe, che ha corso la sua maratona sotto le due ore da record con una canotta dotata di questa tecnologia”.
La considerazione è utile per leggere la scelta tecnica. L’elemento visibile, nel caso del nuovo tessuto, non è soltanto estetico. I rilievi 3D diventano parte funzionale del capo, con una ventilazione localizzata dove la raccolta di calore e sudore è più marcata. È un modo per rendere esplicito un passaggio sempre più frequente nello sport professionistico: la prestazione del materiale viene progettata a partire da problemi corporei misurabili, non solo da tendenze di design o da esigenze di immagine.
Dal campo da tennis alla climate chamber aziendale
Il ricorso alla camera climatica segnala una direzione precisa nel settore dell’abbigliamento sportivo: le collezioni ad alte prestazioni vengono validate in ambienti che simulano condizioni d’uso più severe rispetto a quelle di un normale fitting. Nel caso del tennis, la variabile termica è particolarmente rilevante perché il gioco alterna accelerazioni brevi, fasi di recupero, esposizione al sole e ripetuti cambi di postura. Un tessuto che resta umido o aderisce troppo può non compromettere da solo una partita, ma contribuisce al carico complessivo percepito dall’atleta.
La scelta di adidas è anche una risposta alla crescente segmentazione dello sportswear. Le aziende non progettano più un solo capo tecnico valido per tutte le discipline, ma soluzioni tarate sulle condizioni meccaniche e ambientali di ogni sport. Nel tennis questo significa considerare rotazioni del busto, servizio, estensioni laterali, accelerazioni verso rete e movimenti sopra la testa. Per questo la London Collection combina CLIMACOOL+ con altri elementi costruttivi: pannelli in mesh collocati in modo selettivo, perforazioni laser nelle aree ad alta sudorazione e costruzione FreeLift sotto le braccia per sostenere l’ampiezza del movimento.
La nuova linea sarà indossata in selezionati capi da Felix Auger-Aliassime, Karolina Muchova, Maria Sakkari, Elina Svitolina e Alexander Zverev. Per ciascuno sono previsti modelli dedicati, fra cui tank, dress, FreeLift Tee e polo. Anche questo aspetto indica una tendenza industriale consolidata: il prodotto per l’élite agonistica diventa un banco di prova visibile, mentre alcune soluzioni vengono trasferite in quantità limitate alla proposta destinata ai consumatori.
Il collegamento con la corsa, citato dalla stessa adidas, amplia il perimetro della soluzione. Nel materiale tennis si richiama l’impiego della stessa famiglia tecnologica in un singlet indossato da Sawe nella maratona sotto le due ore. Un comunicato adidas dedicato alla corsa identifica l’atleta come Sabastian Sawe e cita il tempo di 1:59.30. Il riferimento mostra come CLIMACOOL+ non venga presentato come una soluzione isolata per il tennis, ma come parte di un sistema più ampio di sperimentazione sui capi da gara.
La London Collection tra codici rétro e funzione tecnica
La London Collection in Gran Bretagna mette insieme due piani: la memoria visiva del tennis Anni Ottanta e Novanta e una costruzione più vicina al performance engineering. Il comunicato parla di linee body-contouring, scolli a V, tre strisce adidas e accenti argento metallizzato. Sono elementi di linguaggio formale, ma vengono integrati con finiture bonded senza cuciture, pensate per ridurre spessori e punti di attrito. La componente estetica resta evidente, soprattutto per una collezione legata ai campi londinesi su erba, ma non esaurisce il contenuto del progetto.
Dal punto di vista industriale, la combinazione fra design riconoscibile e funzione termica risponde a un’esigenza del mercato: rendere vendibile al pubblico una soluzione nata per la prestazione senza ridurla a racconto tecnico per pochi specialisti. I consumatori interessati al tennis non acquistano necessariamente un capo perché testato in camera climatica, ma possono riconoscere valore in un indumento che promette comfort, mobilità e gestione del sudore con un linguaggio coerente con la tradizione del gioco.
La disponibilità globale attraverso adidas.com e l’app adidas, prevista più avanti per l’estate 2026, indica una distribuzione controllata e direttamente collegata ai canali proprietari del marchio. Il materiale parla di quantità limitate, ma non fornisce prezzi, calendario puntuale di rilascio o volumi. Anche qui la cautela è necessaria: la notizia permette di leggere l’intenzione strategica, non di valutare l’impatto commerciale della collezione.
Per il comparto, il caso è rilevante perché conferma l’importanza dei materiali adattivi e delle strutture tessili tridimensionali nello sport ad alta esposizione mediatica. Non si tratta di una semplice variazione stilistica, ma di un tentativo di rendere il capo più attivo nella gestione del microclima corporeo. In prospettiva, soluzioni di questo tipo possono interessare non solo atleti professionisti, ma anche giocatori amatoriali evoluti, club, retailer specializzati e brand che lavorano sull’incrocio fra lifestyle e prestazione.

Oggi i materiali sportivi sono più vicini ai dati del corpo
La traiettoria indicata da CLIMACOOL+ è quella di un abbigliamento sportivo sempre più informato dai dati. Non dati digitali in senso stretto, ma misure fisiche raccolte sul corpo dell’atleta: calore, umidità, percezione dell’aria, adesione del tessuto. La progettazione del capo diventa quindi il risultato di una sequenza che parte dall’osservazione fisiologica, passa per la costruzione del materiale e arriva alla traduzione estetica in una collezione.
Per adidas, la sfida sarà dimostrare nel tempo quanto questa soluzione possa uscire dai capi selezionati e diventare una grammatica stabile in più discipline. Il comunicato suggerisce che il linguaggio tecnico e visivo inaugurato nel tennis potrà influenzare altre linee sportive dall’estate 2026 in avanti. È una prospettiva plausibile, ma da verificare con prodotti, test comparativi e adozione reale da parte degli utenti.
Il punto più interessante resta il cambiamento di scala: la ventilazione non viene trattata solo come proprietà del tessuto, ma come effetto di una microarchitettura del capo. Se l’abbigliamento tecnico continuerà a muoversi in questa direzione, la differenza competitiva passerà sempre più dalla capacità di collegare scienza dei materiali, osservazione atletica e produzione industriale. Nel tennis, dove il comfort durante lo scambio può incidere sulla continuità della prestazione, anche pochi millimetri d’aria fra pelle e tessuto diventano un tema progettuale concreto.
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