Intervista al Presidente della Fondazione che da trent’anni persegue con successo la sostenibilità sociale d’impresa e l’innovazione responsabile

Dall’aprile 2022, Aberto Pirelli è Presidente della Fondazione Sodalitas, un’organizzazione italiana, nata in seno ad Assolombarda, dalle finalità nobilissime e dal grande portato di innovazione sotto molteplici aspetti. Nato a Milano nel 1954 e laureato nel 1980 alla Washington University di Seattle in discipline ambientali, nella sua esperienza professionale ha coniugato l’impegno per la sostenibilità d’impresa con il business aziendale e la soddisfazione degli azionisti. Dal 1985, ha ricoperto numerosi incarichi nel Gruppo Pirelli, l’azienda di famiglia, tra i quali quello di Consigliere di Amministrazione e, successivamente, di Vicepresidente di Pirelli, di Consigliere di Amministrazione di Société Internationale Pirelli SA, di Consigliere di Amministrazione e di Vice Presidente di Pirelli Tyre. È stato componente del Consiglio di Amministrazione di Olivetti, di Olimpia, di Camfin, di Gruppo Partecipazioni Industriali e di KME Group. È stato inoltre Amministratore di GIM Generale Industrie Metallurgiche. È oggi Amministratore Unico di Finanziaria Alberto Pirelli e Consigliere di Amministrazione di TP Industrial Holding. Inoltre, attualmente è Business Advisor in Pirelli, Consigliere di Amministrazione di Fondazione Pirelli e, in perfetta sintonia con le proprie origini, Presidente di Milano & Partners, l’agenzia di promozione ufficiale della città capoluogo della Regione Lombardia nel mondo.
La Fondazione Sodalitas è fortemente informata ai valori della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa. Può illustrarci gli scopi ultimi di questa importante realtà del panorama nazionale italiano?
“Fondazione Sodalitas unisce l’impegno di imprese e di manager volontari che credono nella sostenibilità sociale come leva fondamentale di sviluppo a beneficio della comunità e delle persone che ne fanno parte. Per le imprese nostre associate, la sostenibilità sociale è poi un fattore strategico anche per la loro stessa crescita. La nostra Fondazione è impegnata a realizzare, insieme alle imprese associate, partnership di sostenibilità sociale, che coinvolgono gli attori più rilevanti: terzo settore, istituzioni ed enti locali, scuola, università e centri di ricerca, network italiani e internazionali. Si tratta di programmi orientati a generare valore sociale rispetto a obiettivi centrali nell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: rafforzare le competenze per l’occupabilità dei giovani, far crescere inclusione e coesione sociale riducendo le disuguaglianze, promuovere una cultura aziendale attenta a diversità e pari opportunità. Alcuni numeri esprimono la consistenza di questo impegno: abbiamo accompagnato oltre 1.000 enti del terzo settore in percorsi di crescita manageriale, formiamo ogni anno oltre 9.000 studenti nelle scuole di 16 regioni italiane, quasi 1.000 aziende e organizzazioni hanno sottoscritto la nostra ‘Carta per le Pari Opportunità e l’Uguaglianza sul Lavoro’, e sono più di 800 i Comuni che abbiamo coinvolto negli anni per promuovere lo sviluppo sostenibile dei territori”.

Com’è nata questa istituzione e con quale ragion d’essere originaria? In sintesi, perché se ne manifestò il bisogno?
“Fondazione Sodalitas è nata nel 1995 su iniziativa di Assolombarda, che ha dato vita alla prima realtà dedicata a promuovere la sostenibilità sociale d’impresa in Italia. La Fondazione nacque dall’intuizione che, sostenere gli stakeholder della società civile più impegnati a rispondere ai bisogni delle persone, fosse necessario e fondamentale per lo sviluppo della comunità e, al tempo stesso, per dare all’impresa l’opportunità di dare concretezza a quel ruolo di ‘attore sociale’ del quale cominciava a diventare sempre più consapevole. Inizialmente, il focus era soprattutto rivolto a rafforzare la crescita del terzo settore e, poi, di altri stakeholder rilevanti come le scuole, le università, gli enti locali: tutti loro consapevoli del fatto che è importante stimolare la collaborazione tra le imprese e una pluralità di attori per contribuire in modo significativo a realizzare una prospettiva di sviluppo sostenibile e inclusivo”.
Quali sono le definizioni che lei personalmente dà di sostenibilità e di responsabilità sociale d’impresa?
“Credo che il concetto di ‘sostenibilità’ sia strettamente legato alla persona, all’essere umano. ‘Sostenibilità’ ambientale, sociale, economica significa impegnarci tutti, con sincerità intellettuale, per costruire un presente e un futuro di benessere che sia il più possibile diffuso e rispettoso”.
Può farci un esempio perfetto di crasi o di confluenza fra questi due valori, che sia allo stesso tempo calata nella realtà quotidiana oppure in quella di un’azienda “in carne e ossa”?
“Un esempio molto concreto: zero sprechi alimentari. In Italia il cibo sprecato ha un valore di 13 miliardi di euro l’anno. Prendiamo il modello milanese, riconosciuto il più avanzato al mondo, grazie al lavoro di Comune, università, aziende, all’impegno di Banco Alimentare e Caritas, con il quale si ottiene il recupero di masse enormi di alimenti, poi dati a 27 mila persone fragili attraverso organizzazioni di volontari. C’è poi il rispetto di ambiente e sostegno sociale. Un esempio di confluenza in azienda lo possiamo trovare in Pirelli, nello sviluppo degli pneumatici nuovi. Qualche anno fa lo sviluppo di uno pneumatico partiva da un basket di circa trecento ipotesi, avveniva poi un processo di selezione attraverso test fisici di laboratorio, prove al coperto o esterne e finalmente dopo tre, quattro anni arrivavano i prototipi da collaudare in pista e su strada e da deliberare. Pensate a quanto spreco di materiale, quanto tempo uomo, quanto consumo di energia e di carburanti. Oggi il processo avviene praticamente tutto in un centro di calcolo e simulazione, così che, partendo dallo stesso numero di ipotetiche soluzioni, arriviamo al prototipo, lo testiamo in condizioni e su vetture diverse, tutto virtualmente. I test fisici si riducono a pochissime alternative. Risultato: riduzione dei tempi e dell’inquinamento, minor spreco di materiali, di energia e di acqua, grande lavoro sulla competenza dei tecnici le cui skill sono oggi incomparabilmente più digitali, con un maggiore bilanciamento tra la loro vita personale e il lavoro”.
Chi è Alberto Pirelli “veramente”? Come descriverebbe se stesso a chi in generale non lo conoscesse nonché in rapporto alle sue molteplici attività e plurimi interessi? Da laureato in ittiologia e acquacoltura presso un ateneo collocato in un ecosistema naturale complesso e selvaggio come la Washington University di Seattle del Nord-Ovest statunitense, non può non avere a cuore il destino del pianeta e dei nostri mari. Saremo in grado di salvarli, e in quale modo?
“Penso di essere una persona molto appassionata di quello che ha fatto e che fa: chi non ha passioni, vive da morto. Sono un sognatore, mi piace immaginare, stimolare gli altri, ma ho anche imparato che il sogno deve poi trasferirsi in ‘fare’. Penso di avere ereditato dalla mia famiglia un convinto senso etico e civico, la convinzione che il bene e il benessere non possono essere soltanto il proprio, ma devono essere della comunità; soffro di intolleranza per la demagogia ovunque applicata, sono in forte disagio con chi critica e non fa, con chi manipola l’informazione e non è trasparente. Ho vissuto il privilegio di far parte di un’azienda meravigliosa, che, da sempre, ha avuto un fortissimo senso di responsabilità verso le proprie persone e la comunità; una società con valori profondi e con la capacità di guardare avanti, di mettere tecnologia e uomini e donne al centro delle proprie strategie. Sono un padre impegnato e un marito innamorato nonostante i quasi cinquanta anni di matrimonio. Amo la natura, immensamente, e disprezzo chi la ignora o, peggio, se ne serve per scopi egoistici o di puro potere. Amo lo sport, mi fa sentire vivo, mi permette di misurarmi e di parlare con me stesso. Se saremo in grado di salvare il mondo? Non è la domanda giusta. Dobbiamo chiederci se saremo in grado di salvare la nostra specie. Il mondo è molto più vecchio della specie umana, e ha superato crisi di ogni genere; noi genere umano siamo quelli a rischio. Riusciremo a salvare il genere umano? Due considerazioni. La prima: potremo sperare di farlo se la sostenibilità passerà dall’essere percepita da molti come un dovere ad essere una caratteristica distintiva che faccia sentire l’uomo orgoglioso di vivere la quotidianità secondo criteri di sostenibilità; la seconda: le tecnologie permetterebbero di proiettare un futuro in cui sopravviveremo e vivremo bene. Nei prossimi anni troveremo risposte a un numero infinito di problemi grazie alle nuove tecnologie, sempre che si tenga l’uomo al centro. Il vero tema è se quelle tecnologie saranno architettate per produrre risultati mirati al bene comune o se saranno gestite per creare ancor più concentrazione di potere e ricchezza, rendendo le masse sempre meno colte, preparate e più marginali. È l’eterna lotta tra il bene e il male”.
Quali sono i risultati più importanti conseguiti dall’Osservatorio Sodalitas sulla Sostenibilità Sociale d’Impresa dalla sua creazione ad oggi? Quali le “scoperte” o linee di tendenza impensabili da esso individuate nel contesto economico italiano?
“L’Osservatorio Sodalitas sulla Sostenibilità Sociale d’Impresa è nato due anni or sono, sulla spinta della riflessione che la pandemia avesse segnato il passaggio da un ‘prima’ a un ‘dopo’ nella percezione delle imprese. L’Osservatorio ha, in effetti, confermato, forse per primo, che in poco tempo si è radicata nelle imprese la consapevolezza dell’importanza di gestire proattivamente gli impatti generati sulla società e sulle persone dalle grandi transizioni in corso, quella ambientale, quella digitale e quella demografica. Il campione di aziende coinvolte nell’Osservatorio Sodalitas riconosce pari rilevanza alle tre dimensioni della sostenibilità, cioè economica, sociale e ambientale, ed esprime al tempo stesso insoddisfazione per i risultati raggiunti perché sono cresciute la complessità e l’urgenza delle sfide da affrontare. Siamo ora in una fase di ulteriore approfondimento dell’Osservatorio, nella quale verificheremo se i consumatori comprendono, condividono e sono pronti a premiare le priorità scelte dalle aziende in termini di strategie e di programmi di sostenibilità”.
Tre domande ad Alberto Pirelli sulla sostenibilità sociale d’impresa e l’innovazione responsabile
“Benessere dei dipendenti”, “inclusione lavorativa dei giovani” e “supporto alla comunità locale”? Che cosa ci dice il barometro della nostra società dal lato di questi tre aspetti di stringente attualità? È la strada maestra per aziende non soltanto più mature e consapevoli, ma anche più competitive e produttive?
“Stiamo vivendo un tempo di cambiamenti dirompenti e sempre più veloci, che portano con sé opportunità enormi, ma anche rischi che sarebbe pericoloso ignorare. Basti pensare a come le persone, a partire dai più giovani, ma non soltanto, stanno ridefinendo in modo sostanziale il loro rapporto con la dimensione del lavoro. O a come la tendenza all’invecchiamento demografico riduca gradualmente la popolazione occupabile e faccia crescere il numero di lavoratori e lavoratrici senior nelle popolazioni aziendali. Per non parlare della rivoluzione digitale, una grande opportunità che però minaccia di cancellare vecchi lavori. Ebbene, questi esempi fanno capire che migliorare il benessere delle persone è, per le imprese, un fattore di sviluppo competitivo, anzi, vorrei dire ‘di sopravvivenza’. Di esempi ce ne sono un’infinità: le aziende italiane hanno speso 3,3 miliardi di euro, nel 2023, nel welfare occupandosi della gestione famigliare dei neogenitori, del trattamento salariale e di permesso di ambo i genitori durante la genitorialità, di assumere parte dei costi dei bimbi nei primi anni di vita; alcune hanno istituito asili, altre si occupano di affittare, come impresa, gli appartamenti per i neoassunti, poi c’è tutto il lavoro di sostegno ai caregivers. Se inoltre entriamo nel well-being, gli esempi sono infiniti: mense e spazi di lavoro progettati da lavoratori dell’azienda coadiuvati da psicologi architetti e arredatori, corsi individualizzati erogati da esperti a favore dei lavoratori su dieta, sonno e sport; micro-mobilità attraverso bici elettriche messe a disposizione dei prestatori d’opera dalle aziende… e mi fermo qui, ma si potrebbe scrivere un volume di buone pratiche. La sintesi è che le aziende sono molto impegnate per attrarre, formare, trattenere i propri lavoratori occupandosi di fornire strumenti ai singoli, alle famiglie, ai territori”.
PMI e start-up responsabili, innovative e sostenibili, possibilmente sin dall’origine: i tre consigli di Alberto Pirelli? Chi crea una start-up ha spirito imprenditoriale e innovatore. Ha consigli?
“Credo che i ragazzi start-upper di oggi siano già molto avanti. Certo non mi permetto di dare consigli sulle tecnologie, ma potrei dire loro alcune cose. Il primo consiglio è quello di immergersi negli ecosistemi delle start-up. Ad esempio, Milano offre una vasta gamma di ecosistemi estremamente dinamici e in crescita per la fintech, per il biotech e le life sciences nonché opportunità di networking e finanziamento per start-up innovative. Le start-up devono muoversi con intelligenza in questi ambienti; il secondo suggerimento è quello di mettere come primo obiettivo il rispetto e la valorizzazione tecnica e umana dei collaboratori. Costruite la capacità di condividere, e accettate che si sbagli perché ogni sbaglio porta ad una soluzione innovativa. Occorre estendere questa mentalità alla più ampia platea di stakeholders, perché il confronto costruttivo è fondamentale; terza questione, non meno fondamentale, non farsi mai prendere dalla logica del greenwashing: le bugie hanno le gambe corte. Chi fa greenwashing, oltre che imbrogliare, ha rinunciato al sogno. Per evitare questo problema è utile adottare statuti ‘Benefit’ e strumenti idonei: la creatività vive bene anche in ambienti normati. Soprattutto bisogna darsi un codice valoriale ben preciso”.
In tale contesto, quale può essere il ruolo dell’innovazione? È lecito immaginare più definizioni, per così dire “più forme”, di innovazione in funzione dell’ambito in cui questa predisposizione alla trasformazione e alla modernizzazione è calata? In caso affermativo, può farci qualche esempio tangibile di diversificazione?
“Il ruolo dell’innovazione è fondamentale. Pensiamo a quanta capacità innovativa abbiamo introdotto nei secoli: quella artistica, con l’Italia che detiene il 70 per cento del patrimonio mondiale e occupa il primo posto globale fra i siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO, l’innovazione scientifica, quella architettonica, oggi le biotecnologie, la fintech e via di seguito. L’innovazione muove l’economia, i rapporti tra persone, i fenomeni ambientali e sociali e ha permesso all’Italia di essere un punto di riferimento nel mondo. Quanto Made in Italy, quanti marchi di cui andiamo orgogliosi, dalla moda alla meccatronica, dal design all’automotive, dall’alberghiero alla cultura. L’Italia vive di diverse forme di innovazione, perché gli italiani sono fantastici inventori e innovatori. I primi trovano l’idea e la realizzano, i secondi innovano partendo da un prodotto, aggiornandolo, rendendolo sempre più ‘unique proposition’. Non credo vi siano più forme di innovazione, nel senso che partono tutte da un importantissimo fattore comune: le caratteristiche intellettive del soggetto e del gruppo di soggetti innovatori, guidati dalla sensibilità delle necessità del mercato e da quelle di rispondervi con originalità e qualità. Ci sono certamente mezzi, metodologie e strumenti che variano, ma per fortuna chi innova è l’uomo e la sua capacità di creare. Questo almeno per i prossimi anni, dopodiché vedremo”.
Quale è stata la più grande innovazione riuscita nella lunga storia della sua azienda di famiglia, la Pirelli, e quale la scelta di sostenibilità che giudica a posteriori più felice o premiante?
“Domanda difficile, perché in centocinquant’anni Pirelli ha sempre rappresentato un punto di riferimento nell’innovazione tecnica e sociale. Dagli inizi la strategia Pirelli fu quella di eccellere nelle tecnologie centrali al proprio business. In realtà diverrebbe lunghissimo l’elenco dei primati tecnologici aziendali. Sono tutti passaggi di una chiara strategia che ci ha portati ad essere leader mondiali per qualità e performance, al punto che siamo montati, in molti casi in esclusiva, sulla grande maggioranza delle auto premium e super cars nel mondo. Cito la Formula 1 come esempio estremo di tecnologia. Mi soffermo invece un attimo sull’innovazione sociale: pensate che Pirelli, nei primi anni del Novecento, aveva gli asili e le scuole elementari per i figli dei dipendenti, ai quali metteva a disposizione anche appartamenti; le spese mediche e assicurative erano sostenute dall’impresa, organizzava le colonie estive per i figli dei dipendenti. Addirittura, intorno al 1911 si arrivò a un accordo, durato qualche anno, di profit sharing con i dipendenti. Quelle innovazioni sociali, quei rapporti interpersonali crearono una cultura Pirelli che ha vissuto nel tempo e che ha fatto la differenza”.
Che cosa si intende per “transizione sociale” nella sua personale visione e in quella della Fondazione Sodalitas?
“La transizione sociale deve essere una ‘just transition’, ovvero una transizione giusta. Con ‘giusta’ si intende una trasformazione bilanciata e realistica, che tenga conto di tutte le istanze, con particolare attenzione a quelle sociali. Tuttavia, il sociale, il tecnologico e l’ambiente non sono elementi separati: rappresentano i protagonisti di una stessa opera. Lo vediamo chiaramente nel dibattito di questi mesi sul Green Deal e il comparto automobilistico. Prendiamo, ad esempio, l’intelligenza artificiale: un formidabile alleato per moltissimi ambiti applicativi e una leva cruciale per il recupero della competitività di cui l’Europa ha bisogno. Tuttavia, l’AI è altamente energivora, una maggiore produzione di chip e l’apertura di nuove miniere per le materie prime necessarie in Paesi spesso carenti di tutele sociali. Inoltre, solleva la necessità di acquisire nuove competenze lavorative, senza però dimenticare la tutela dei mestieri tradizionali o la loro conversione nell’ambito di una nuova economia. Molto si sta facendo per affrontare queste sfide, ma è essenziale continuare, lavorando insieme in modo responsabile e consapevole. Il successo risiede nella capacità di considerare tutte le istanze e, per quanto possibile, di minimizzare le difficoltà legate alla transizione, massimizzandone le opportunità. In questo contesto, la collaborazione tra settore pubblico, privato e terzo settore è fondamentale per armonizzare i cambiamenti socio-tecnologici. Realizzare una transizione sociale giusta significa non lasciare indietro nessuno e aprire le porte a un futuro ricco di opportunità per tutti. Fondazione Sodalitas è una comunità di imprese e persone unite da questo impegno, dove si mettono a sistema forze e competenze per costruire insieme un domani più equo e sostenibile”.

Dulcis in fundo, si fa per dire, il settore automotive in generale. A suo personalissimo avviso, da esponente di una genia di imprenditori che ha accompagnato a lungo la storia della motorizzazione di massa, che cosa ha indotto la crisi in cui esso versa attualmente in Italia e in Europa? E quale è l’eventuale ricetta, rigorosamente sostenibile e responsabile, di Alberto Pirelli affinché provi a risollevarsi?
“Vorrei fare una premessa: un cambio di paradigma tecnologico prima di tutto dovrebbe nascere dal mercato e non dalla legislazione. Se l’auto elettrica avesse dimostrato di avere un mercato spontaneo di significativa importanza allora il progetto, trainato dal consumatore, avrebbe avuto molta maggiore rapidità di successo. Non soltanto: i costi dell’auto elettrica sono molto alti, le elettrificazioni per ricarica poche e non ancora ben distribuite. Al di là di qualsiasi altro ragionamento, questo è il dato del mercato. Guardando avanti, credo che non si debba rinunciare ai target ambientali, ma si debba rivedere l’obbligo di eliminare le tecnologie correnti. Quello che interessa è che i parametri ambientali siano colti anche dalle attuali tecnologie. Parliamo di innovazione anche in questo caso e credo che ciò abbia molto senso. Lo ha socialmente perché riduce, pur non eliminandolo, l’impatto sugli impianti esistenti e sull’indotto, preservando maggiormente i posti di lavoro; lo ha dal punto di vista ambientale perché non cambia i target finali; lo ha dal punto di vista di una maggiore indipendenza europea per l’approvvigionamento di materie prime e a favore della competitività. Lo ha, infine, perché, se volessimo passare tutto all’energia solare o a quella eolica, dovremmo investire e realizzare multipli di capacità energetica, difficilmente realizzabili. A me pare che il ‘Position Paper’ che si sta discutendo a Bruxelles, grazie all’importante presa di posizione italiana, contenga, tra gli altri, questi elementi e possa essere una base di ripartenza valida. Sono convinto che così facendo, ovvero dando al consumatore la possibilità di scegliere tecnologie di motorizzazione diverse, ma tutte allineate in termini di parametri ambientali, ci sarà maggiore entusiasmo nel contribuire al progetto di un ambiente migliore e la volontà di esserne parte del progetto, facendo tra l’altro ripartire il mercato”.
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