La fondatrice di Tech Princess parla di inclusione tecnologica, AI e dell’importanza di educarci a un uso consapevole dei nuovi saperi

Online e sui social la conoscono come “Tech Princess”, ma Fjona Cakalli è molto distante dallo stereotipo della classica principessa. Nata nel 1987 in Albania da due primi ballerini dell’Opera di Tirana, è arrivata in Italia da piccolissima e a soli quattro anni ha scoperto la passione per il gaming e la tecnologia. Nel 2011 ha fondato Games Princess, il primo sito italiano dedicato ai videogiochi e gestito esclusivamente da ragazze, e nel 2013 ha dato vita a Techprincess.it con l’intento di avvicinare il pubblico generalista al mondo della tecnologia, spiegandola con termini semplici.
La passione per i videogame non è però la sola a farsi strada e il tono leggero e scanzonato che la contraddistingue la accompagna anche nel settore automotive: nel 2014 Fjona Cakalli ha aperto Driving Fjona, canale Youtube in cui, ai classici test drive e prove su strada, alterna viaggi intorno al mondo a bordo dei veicoli più svariati. Oggi è reporter, content creator, divulgatrice e conduttrice TV, nello specifico della RAI, con una fan base da 500.000 persone.
Fjiona, in primavera sei stata a Taiwan, uno dei molti viaggi di “studio” e divulgazione che fai durante l’anno. Come scegli queste esperienze e cosa hai avuto modo di vedere e constatare?
“Sono stata a Taiwan per un viaggio stampa con Asus, principalmente per visitare una fiera. Quando un viaggio è così lungo, mi piace prendermi tre o quattro giorni per esplorare il luogo. Era la mia prima volta a Taipei e sono molto interessata alle questioni cinesi dal punto di vista politico e tecnologico. Nonostante si possa leggere molto su questi temi, essere lì di persona ti fa capire meglio le cose. Mi preparo sempre con letture puntuali, studiando libri di esperti in geopolitica e sulla storia locale. Una volta arrivata, mi piace parlare con la gente del posto e fare domande”.
Nel concreto, com’è stata quest’esperienza nell’isola di Formosa, nella cosiddetta “Cina Nazionale”?
“Taiwan mi ha sorpreso: è una società con una cultura principalmente cinese, ma mi aspettavo di trovare un Paese molto più simile alla Cina. Invece ho visto una realtà degli Anni 80, per così dire, con pochissimi grattacieli e per nulla modernizzata come mi aspettavo, considerando che producono i chip più avanzati del mondo. È interessante perché li fabbricano per l’esportazione, non per uso interno. Taiwan è un esempio di come un’industria possa essere completamente orientata verso l’esterno, producendo ‘il cervello’ delle nostre tecnologie. Questo viaggio mi ha permesso di vedere le differenze tra Europa, Cina, Giappone e Taiwan, e mi ha arricchito molto. Sono tornata a casa stanca ma con una fame incredibile di nuove informazioni”.

Parliamo del tuo linguaggio. Come riesci a rendere accessibili questi temi complessi al pubblico?
“Cerco di tradurre in modo comprensibile concetti che possono essere molto tecnici. Il pubblico è appassionato, ma più ti addentri in certi temi, più ti rendi conto che poche persone hanno accesso a determinate informazioni, soprattutto chi ha competenze tecniche. Voglio che tutti possano capire, anche chi non ha quelle conoscenze. Sono consapevole del privilegio che ho, di poter viaggiare e conoscere culture diverse, e cerco di raccontare ciò che vedo in modo semplice. Ad esempio, ho scoperto che nella cultura cinese è radicato il visitare una cartomante una volta l’anno, ed è una cosa che mi ha colpito. Racconto queste curiosità attraverso la lente della tecnologia e dell’automobile, ma alla fine è la cultura che mi interessa far emergere. Voglio offrire autenticità, senza giudicare: cerco di mostrare le strade, i suoni, i mercati come sono. Non mi interessa l’effetto ‘wow’ che si cerca spesso online, voglio che chi mi segue viva l’esperienza in modo autentico, anche se non ha la possibilità di viaggiare”.
NVIDIA sostiene che entro pochi anni il 40 per cento degli sviluppatori di codice non esisterà più, sostituiti dall’intelligenza artificiale. Quale è la tua opinione su questa prospettiva?
“Non possiamo prevedere tutto, ma possiamo notare delle tendenze. Quando Jen-Hsun Huang di NVIDIA ha parlato di questa rivoluzione, l’ha paragonata alle grandi trasformazioni industriali del passato. Il problema di oggi è la velocità con cui tutto sta cambiando: è come andare a 200 all’ora, e non tutti riescono a stare al passo. Ciò che mi preoccupa è che molti potrebbero essere lasciati indietro, specialmente chi non ha competenze digitali. Anche gli scienziati non comprendono pienamente come funzioni l’AI, sappiamo solo che funziona. Mi ricorda la fisica di inizio 900, quando si facevano scoperte incredibili senza capirne ancora le implicazioni”.
Un gradiente fra esperti e profani destinato a spalancarsi ancora di più?
“C’è il rischio di creare un divario crescente tra chi ha competenze iper-specializzate e chi, per vari motivi, non può studiare o formarsi. Se guardiamo alla storia, molte professioni sono scomparse con l’avvento di nuove tecnologie. Pensiamo al lampionaio, che accendeva le lanterne in città: quando è arrivata l’elettricità, quel lavoro è scomparso. Oggi, l’AI potrebbe fare lo stesso con tanti lavori semplici, e non è chiaro come chi non ha accesso all’istruzione potrà adattarsi”.
Si parla molto anche dell’impatto ambientale dell’AI, diffusa in modo sempre più massiccio.
“L’AI ha un impatto ambientale significativo. I data center consumano una quantità enorme di energia, e più persone usano ChatGPT o altri strumenti, maggiore è l’impatto. Questi sistemi richiedono non solo energia, ma anche infrastrutture per raffreddare le macchine e materiali per costruire i componenti. Se da un lato l’intelligenza artificiale ci aiuta a migliorare previsioni meteo o costruire edifici migliori, dall’altro il suo impatto ambientale è molto alto e spesso sottovalutato”.
Tornando alle tue origini, sei arrivata in Italia dall’Albania con i tuoi genitori, ballerini professionisti. Che ricordi hai di quel periodo?
“All’epoca non si parlava molto di integrazione, ed eravamo in pochi stranieri in Italia. Io ero una bambina e ricordo che dovevo aiutare i miei genitori con la lingua, traducendo le bollette e i volantini. Avevo solo 7 o 8 anni, ma ho dovuto crescere in fretta. Non potevo chiedere a mia madre aiuto con i compiti di italiano, dovevo cavarmela da sola. Molti bambini di seconda generazione vivono questa esperienza: a scuola si sentono uguali agli altri, ma a casa vivono in un mondo parallelo, spesso con un forte senso di smarrimento”.
La scintilla per la tecnologia è nata con una console. Che ricordo hai di quel momento?
“In Albania, all’epoca, non c’erano giochi o altre distrazioni tecnologiche. Quando mio padre portò a casa una console, fu una gioia incredibile. Noi ci inventavamo i giochi, e poter giocare con la TV era qualcosa di straordinario. Quel momento rappresenta un ricordo indelebile e, da allora, i videogiochi hanno avuto un ruolo importante nella mia vita, perché mi hanno dato la possibilità di creare mondi soltanto miei”.

Come è nata l’idea di Tech Princess?
“Da piccola pensavo che sarei diventata una ballerina, ma crescendo mi sono resa conto che non avevo le caratteristiche fisiche necessarie. Così, ho unito due passioni: i videogiochi e il racconto, creando il blog ‘Game Princess’. Il nome era un modo per ribellarmi all’idea della principessa che deve essere salvata, volevo salvarmi da sola. Non avevo idea di che cosa stessi facendo, lo facevo perché mi piaceva. Ho anche lavorato per sei anni in un’azienda, dove mi occupavo di assistenza sanitaria ai turisti all’estero. Quel lavoro mi ha insegnato molto sulla vita d’impresa e su come relazionarmi con le persone”.
Hai incontrato pregiudizi e stereotipi nel tuo percorso?
“Sì, soprattutto all’inizio. Nel mondo della tecnologia e dei videogiochi, le donne spesso devono dimostrare di essere all’altezza. Ho sempre sentito questa pressione: dovevo dimostrare di valere tanto quanto gli italiani, di meritare il mio spazio. È una battaglia che continua, anche se oggi, dopo dieci anni di lavoro, ho imparato a gestire meglio questa pressione. La mia missione è ispirare altre donne e categorie marginalizzate, dimostrando che possono fare ciò che amano, proprio come ho fatto io”.
Oggi si parla moltissimo di trasformazione digitale e di innovazione tecnologica. Pensiamo di rivolgerci a una platea completamente digiuna di questi argomenti: come descriverebbero la prima e come la seconda? E cosa ci aspetta in futuro da questo punto di vista, a livello pratico e concreto, nella vita di tutti i giorni?
“Parlerei di un mondo fatto di strumenti che dobbiamo imparare a usare e guidare. Molto spesso facciamo affidamento sulla tecnologia come se fosse una divinità, ma la tecnologia è uno strumento, come è stata la ruota, la corrente elettrica e tutto il resto. Il problema vero è che non viene insegnata come dovrebbe. Come nella danza classica, dove ti appoggi alla sbarra ma non devi aggrapparti, così dobbiamo usare la tecnologia: come un supporto, non una dipendenza. Non esistono ”nativi digitali’, esistono persone che usano il telefono, ma saperlo usare bene, e saper usare la tecnologia, è un’altra cosa…”.
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