Dall’ETH a MYNERVA, il calzino Leia della founder italo-islandese collega stimolazione neurale, pazienti e accesso alle cure per la neuropatia

Italo-islandese, formatasi fra neuroscienze, neuroingegneria e ricerca applicata, Greta Preatoni ha trasformato una domanda scientifica sul tatto artificiale in una startup MedTech nata per affrontare una delle complicanze più invalidanti della neuropatia. La storia di MYNERVA non nasce da un esercizio astratto di tecnologia, ma da un incontro progressivo con il problema clinico. Durante il dottorato all’ETH di Zurigo, Greta lavora sulla stimolazione neurale e sulla possibilità di restituire una forma di sensibilità artificiale.
Da quel primo prototipo, ancora sperimentale ma già promettente, prende forma l’intuizione che una tecnologia sviluppata nel contesto della neuroingegneria possa rispondere a un bisogno molto più ampio: aiutare i pazienti colpiti da neuropatia, perdita di sensibilità e dolore cronico, condizioni che incidono non soltanto sulla salute, ma anche sull’autonomia quotidiana, sulla mobilità e sulla percezione di sicurezza del proprio corpo.
In questa traiettoria, il dato personale conta quanto quello tecnologico. Preatoni racconta infatti un passaggio non lineare: dalla curiosità scientifica alla responsabilità imprenditoriale, dal laboratorio alla costruzione di un’azienda medica, dalla fascinazione per la tecnologia alla consapevolezza che il vero centro del lavoro non è il dispositivo in sé, ma il paziente. La sua frase più significativa è forse proprio questa: non bisogna innamorarsi della tecnologia che si sviluppa, ma del problema che si vuole risolvere. È una postura rara nel deep tech, perché sposta l’innovazione dal terreno dell’invenzione a quello dell’impatto clinico, regolatorio e sociale.
MYNERVA nasce quindi come spin-off della ricerca svizzera, ma cresce dentro una dimensione più ampia: quella di una nuova generazione di fondatori europei capaci di unire rigore scientifico, attenzione al mercato, dialogo con i pazienti e comprensione dei sistemi sanitari. Il dispositivo Leia, sviluppato dalla startup, si colloca in questa frontiera: una tecnologia sensoriale e adattiva pensata per contribuire al trattamento della neuropatia e per inserirsi, nel tempo, in percorsi di cura personalizzati, basati su dati continui e su soluzioni indossabili. Non è soltanto una promessa di digital health, ma anche un banco di prova per capire quanto sia complesso portare un’innovazione medica dal prototipo alla rimborsabilità, dalla validazione clinica all’adozione su larga scala.
Nella chiacchierata con Innovando.News, Greta Preatoni parla con il linguaggio di chi ha già attraversato il cambio di paradigma fra accademia e impresa. Il prodotto deve essere sicuro, la squadra deve integrare competenze tecniche, regolatorie, commerciali e di rimborso, la strategia deve essere costruita fin dall’inizio tenendo insieme evidenza clinica, bisogni dei pagatori e accesso reale ai pazienti. È qui che il racconto personale diventa anche una lettura dell’ecosistema: la Svizzera come ambiente favorevole alle startup deep tech, l’Europa come spazio di opportunità ancora frammentato, l’Italia come Paese ricco di talento ma chiamato a costruire condizioni più solide per trattenere ricercatori, ingegneri e giovani imprenditori.
Il risultato è un dialogo che va oltre la singola tecnologia. Attraverso MYNERVA, la CEO Italo-islandese racconta infatti una questione cruciale per il futuro della salute digitale: come trasformare una scoperta scientifica in una soluzione clinica accessibile, come rendere umano un dispositivo altamente tecnologico e come fare in modo che l’innovazione non resti confinata nei laboratori, ma arrivi davvero nella vita delle persone.
Può raccontarci come è nata l’idea di MYNERVA e quale problema clinico specifico avete deciso di affrontare con il vostro dispositivo MedTech?
“L’idea è nata durante il mio dottorato di ricerca all’ETH di Zurigo. Il nostro expertise era l’utilizzo della stimolazione neurale per restituire un senso del tatto artificiale, e proprio in quel contesto abbiamo sviluppato un primo prototipo, ancora molto primordiale, che però ha dato risultati straordinari, risultati che abbiamo poi pubblicato su Nature Communications. Da lì è nata l’intuizione che quella tecnologia potesse rispondere a un bisogno clinico molto più ampio. Nel 2023 MYNERVA è diventata realtà: si è chiusa la fase puramente di ricerca ed è iniziata quella imprenditoriale. Abbiamo ricevuto il sostegno del Wyss Zurich Translational Center e abbiamo avviato lo sviluppo del dispositivo come una vera azienda medica, con l’obiettivo di affrontare il problema della neuropatia e del dolore cronico che ne deriva”.
In che modo la sua esperienza di ricerca in neuroingegneria ha influenzato la visione e lo sviluppo tecnologico della startup?
“La mia formazione in neuroingegneria mi ha dato basi scientifiche solide per lo sviluppo del prodotto, ma soprattutto mi ha permesso di entrare in contatto diretto con i pazienti, di ascoltare i loro problemi e di capire cosa significhi davvero convivere con una neuropatia. Credo che questa sia la lezione più importante che ho portato con me in azienda: non bisogna innamorarsi della tecnologia che si sviluppa, ma del problema che si sta cercando di risolvere. La tecnologia in sé non è un prodotto, e ascoltare l’end user – il paziente, il clinico – è fondamentale. È quello che ci guida nelle scelte di sviluppo ogni giorno”.
Quali sono state le principali sfide incontrate nel passaggio dall’ambito accademico a quello imprenditoriale e come le avete affrontate come squadra?
“Il termine ‘squadra’ è esattamente quello giusto. Una delle sfide maggiori, nel passaggio dall’accademia all’impresa, è cambiare mentalità: in ricerca si tende a voler perfezionare all’infinito la tecnologia che si è sviluppata durante il dottorato, ma in un’azienda quella tecnologia è solo un granello di sabbia rispetto a tutto il resto. Il gruppo, la strategia commerciale, quella regolatoria, quella di rimborso: sono queste le cose che, se azzeccate, determinano il successo. Il prodotto deve essere safe, in primo luogo, poi può continuare a migliorare e arricchirsi di nuove funzionalità nel tempo. Per affrontare questo cambio di prospettiva abbiamo da subito inserito nella squadra persone con esperienze al di fuori dell’accademia, con competenze più commerciali e industriali. È questo mix che ci ha permesso di costruire un’azienda, e non solo un laboratorio esteso”.
Essere stata inserita tra i giovani leader dell’innovazione a livello internazionale ha avuto un impatto concreto sul percorso di crescita di MYNERVA?
“Sì, l’impatto è stato concreto su più piani. Sicuramente ha portato visibilità, ma soprattutto ci ha aperto porte importanti: nuove conoscenze, opportunità di confronto con altri imprenditori e investitori, e una credibilità che per una startup deep tech, soprattutto nelle fasi iniziali, è oro. Quando ti presenti a un partner clinico, a un investitore o a un’autorità regolatoria, il riconoscimento internazionale aiuta a far cadere quella naturale diffidenza che esiste verso una giovane azienda che propone una tecnologia nuova. È un acceleratore di fiducia, e in un settore lungo e complesso come il MedTech la fiducia è una valuta preziosa”.
Come si bilancia l’innovazione tecnologica con le esigenze cliniche, etiche e regolatorie in un settore delicato come quello del MedTech?
“È una delle parti più difficili del nostro lavoro. Essendo in un mercato fortemente regolamentato ci sono davvero tante variabili da considerare, e anche una modifica apparentemente piccola al prodotto può richiedere mesi, se non anni, prima di essere approvata. Per una startup che brucia cassa senza ancora generare ricavi questo è un ostacolo enorme. La soluzione, per quanto complessa, è imparare a collegare i punti tra tutte le aree fin da subito. Non si può definire prima la strategia regolatoria, poi quella di rimborso e poi quella clinica come se fossero compartimenti stagni: sono tutte profondamente interconnesse e vanno disegnate insieme, fin dall’inizio. Altrimenti si rischia di investire tempo ed energie su un’area che poi risulta completamente disallineata con un’altra, e in una startup questo è un lusso che non ci si può permettere”.

Quali competenze ritiene oggi fondamentali per trasformare una ricerca scientifica avanzata in un prodotto realmente utilizzabile sul mercato?
“Nel mondo dei dispositivi medici è indispensabile avere nella squadra competenze di commercializzazione, di rimborso e di qualità e regolatorio. Il gruppo tecnico resta ovviamente centrale, ma una startup deve porsi una domanda chiara sin dall’inizio: qual è l’essenza della nostra azienda? Quali sono le competenze che ci distinguono davvero dagli altri? Una volta data una risposta onesta a questa domanda, si assume il talento necessario su quelle competenze core e si esternalizza tutto il resto. È una scelta che richiede disciplina, ma è ciò che permette a una startup deep tech di restare focalizzata, snella e veloce: tre caratteristiche che, in questo settore, sono spesso la differenza tra arrivare sul mercato e fermarsi a metà strada”.
Guardando al medio-lungo periodo, quali opportunità strategiche intravede per MYNERVA e quali ostacoli considera più complessi da superare?
“Guardando al medio-lungo periodo, credo che la sfida – ma anche l’opportunità più grande – sia la fase di commercializzazione, e in particolare riuscire a rendere fluido il processo di rimborso da parte delle assicurazioni sanitarie. È un passaggio difficile, perché ogni sistema sanitario ha logiche, tempistiche e criteri di evidenza diversi, ma è anche estremamente stimolante: quando un dispositivo entra a far parte dei percorsi di cura rimborsati, raggiunge davvero i pazienti su larga scala, e questo è ciò che dà senso a tutto il lavoro. L’ostacolo più complesso sarà proprio quello di tradurre la nostra evidenza clinica in un linguaggio che i pagatori riconoscano come solido, country by country, costruendo una strategia che sia globale nella visione ma chirurgica nell’esecuzione per ciascun mercato. Fortunatamente abbiamo già fatto moltissimi sviluppi su questo fronte, quindi non vediamo l’ora di implementare tutta la nostra strategia”.
Quanto conta l’ecosistema dell’innovazione nel sostenere una startup deep tech e quali differenze ha riscontrato tra contesti nazionali ed europei?
“Conta moltissimo. MYNERVA è basata in Svizzera e devo dire che qui c’è un ecosistema davvero straordinario, soprattutto per le early stage start-up: supporto strutturato, accesso a competenze, capitale paziente e una vicinanza concreta tra mondo accademico e industriale. Anche a livello europeo ci sono molti strumenti e programmi di sostegno, e si percepisce una crescente consapevolezza di quanto il deep tech sia strategico. Sull’Italia, sto cominciando a vedere un cambiamento netto, e me lo auguro davvero, perché continuare a vedere menti brillanti – ricercatori, giovani fondatori, ingegneri – andare all’estero per trovare un ecosistema più favorevole è un peccato. Il talento c’è, e in abbondanza; quello che serve è continuare a costruire intorno a quel talento le condizioni per restare e per crescere”.
Che ruolo giocano oggi intelligenza artificiale e tecnologie sensoriali nello sviluppo di soluzioni efficaci per il trattamento della neuropatia?
“Come in tutti i settori, anche nel nostro l’intelligenza artificiale è ormai imprescindibile. È diventata parte della vita quotidiana e chi non si adatta resta indietro, molto rapidamente. In azienda la utilizziamo trasversalmente e stiamo costruendo un’infrastruttura interna per ottimizzare i processi, dall’analisi dei dati alla gestione operativa”.
Qual è la visione di lungo periodo che guida MYNERVA e come immagina l’evoluzione delle tecnologie per la salute digitale nei prossimi anni?
“MYNERVA è un’azienda con un potenziale immenso, e questo per diversi motivi: il talento che abbiamo costruito al nostro interno, una tecnologia che nella sua complessa semplicità risponde a un problema oggi ancora del tutto irrisolto, e il mercato enorme in cui ci muoviamo. Si stima che la neuropatia colpisca circa il 7 per cento della popolazione mondiale, con conseguenze gravissime: ulcere, amputazioni, dolore cronico invalidante. La nostra missione è aiutare centinaia di milioni di pazienti nel mondo grazie a Leia, la tecnologia che abbiamo sviluppato. È al tempo stesso il nostro più grande motivo di orgoglio e il nostro sogno. Guardando al futuro più ampio della salute digitale, credo che andremo sempre più verso terapie personalizzate, basate su dati continui e su dispositivi capaci di adattarsi in tempo reale al singolo paziente: un modello molto diverso dal farmaco tradizionale, in cui il dispositivo non è solo uno strumento ma diventa parte integrante del percorso di cura”.
I calzini intelligenti che alleviano il dolore nel racconto dell’ETH
Greta Preatoni intervistata dall’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
Protesi sensoriali ETH: la tecnologia che ridà sensibilità ai diabetici
Così la ricerca svizzera prepara il proprio assetto del futuro
Solette stampate in 3D per rilevare le forze esercitate nelle scarpe












