Intacture usa roccia dolomitica, edge computing e fondi PNRR per ridurre suolo, energia e latenza a tutto beneficio della Val di Non

La crescita dell’economia digitale sta rendendo i data center infrastrutture sempre più strategiche, ma anche sempre più discusse. La domanda di calcolo, archiviazione, intelligenza artificiale, servizi cloud e sicurezza informatica aumenta il peso energetico dei sistemi digitali e spinge governi, università e imprese a cercare modelli meno dipendenti da grandi campus industriali in superficie. In questo scenario si colloca Intacture, progetto presentato come il primo e unico data center in Europa realizzato all’interno di una miniera attiva.
L’infrastruttura nascerà nella miniera di dolomia dell’azienda Tassullo, in Val di Non, a circa 40 chilometri a nord di Trento. La scelta non è soltanto simbolica. L’ambiente ipogeo offre condizioni naturali che possono incidere su alcuni dei fattori più critici per un data center: protezione fisica, schermatura elettromagnetica, stabilità termica, riduzione del consumo di suolo e maggiore efficienza nel raffreddamento dei server. L’avvio dell’attività è previsto nel 2026, mentre i lavori edili e infrastrutturali risultano già in corso.
Il progetto prevede un impegno finanziario complessivo di 50,2 milioni di euro, di cui 18,4 milioni provenienti da fondi PNRR e circa 31,8 milioni da risorse private. A guidarlo è Trentino DataMine, società nata da un partenariato pubblico-privato che riunisce l’Università degli Studi di Trento, soggetto attuatore e guida scientifica, e una compagine imprenditoriale selezionata tramite gara pubblica. Ne fanno parte Covi Costruzioni, Dedagroup, GPI e ISA-Istituto Atesino di Sviluppo. Il progetto del data center è curato da In-Site, società di ingegneria integrata specializzata in infrastrutture tecnologiche complesse.
La struttura societaria riflette la natura ibrida dell’operazione: Trentino DataMine Srl è partecipata al 51 per cento da TDC Srl, costituita dai partner privati, e al 49 per cento dall’Università degli Studi di Trento. È una configurazione rilevante perché colloca l’iniziativa in una zona intermedia fra infrastruttura digitale, politica industriale territoriale e ricerca applicata. Non si tratta soltanto di costruire capacità di calcolo e co-location, ma di usare un’infrastruttura fisica come piattaforma per sviluppare competenze, servizi e sperimentazioni.

Una miniera attiva diventa infrastruttura digitale
La caratteristica più evidente di Intacture è la collocazione. Il data center sarà costruito con oltre l’80 per cento della superficie in ipogeo, fino a 100 metri di profondità, dentro una miniera ancora attiva. Secondo il materiale progettuale, la protezione naturale è assicurata da 90 milioni di metri cubi di roccia dolomia, un volume che, per essere trasportato, richiederebbe circa 900mila vagoni di un treno merci. L’immagine è efficace perché traduce in termini fisici il concetto di protezione: la montagna diventa parte dell’architettura di sicurezza.
Questo aspetto ha implicazioni diverse. La roccia contribuisce alla sicurezza fisica della struttura, alla protezione da interferenze elettromagnetiche, alla resilienza rispetto a eventi esterni e alla separazione rispetto ad aree urbane o industriali più esposte. Nel mercato dei data center, dove affidabilità, continuità operativa e protezione delle informazioni sono elementi decisivi, la localizzazione può diventare una variabile competitiva. Non basta più parlare di server, rack e connettività: conta sempre di più il luogo in cui i dati vengono custoditi, elaborati e messi a disposizione.
Il Presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha collegato il progetto alla trasformazione delle gallerie di Tuenetto in spazi produttivi e tecnologici, ricordando anche le applicazioni già presenti nel sottosuolo.
“Un nuovo capitolo si apre oggi nel racconto innovativo che le gallerie di Tuenetto stanno scrivendo in questo territorio. Nelle sue gallerie ipogee troveranno spazio non soltanto le celle con i nostri prodotti di eccellenza come le mele, gli spumanti e il Trentingrana. Le nostre realtà produttive e i nostri centri di ricerca, infatti, hanno saputo in sinergia realizzare un progetto unico a livello nazionale, dove innovazione, sicurezza, risparmio energetico e di suolo si coniugano con prospettive di sviluppo e ricerca nel settore tecnologico, oggi sempre più strategico e dai molteplici risvolti per la qualità della vita di tutti i cittadini”.
La continuità con gli usi precedenti della miniera è uno dei punti più interessanti. Gli spazi ipogei dell’azienda Tassullo sono già associati alla conservazione di prodotti agricoli, alla fermentazione di spumante e ad altre applicazioni legate alla stabilità delle condizioni ambientali. Intacture estende questa logica a un ambito completamente diverso: non più soltanto celle per produzioni alimentari o agroindustriali, ma ambienti progettati per ospitare macchine, energia, connessioni e dati.
Suolo, energia e roccia nel modello di efficienza
La sostenibilità del progetto viene argomentata su due piani principali: consumo di suolo ed efficienza energetica. Sul primo punto, la miniera offre un vantaggio evidente. L’area potenziale indicata è di 80mila metri quadrati, ricavati dagli spazi minerari sotterranei progettati ad hoc. Se realizzato interamente in superficie, il data center avrebbe occupato l’equivalente di 21 piscine olimpioniche; la soluzione ipogea riduce invece l’occupazione esterna a poco più di una. È una differenza significativa in un Paese in cui l’uso del territorio è spesso una delle principali criticità delle nuove infrastrutture.
L’approccio trasforma i vuoti di cava in una risorsa produttiva. La miniera non viene semplicemente dismessa o riconvertita dopo l’attività estrattiva, ma integrata in un processo di utilizzo circolare degli spazi. Questa impostazione può diventare interessante anche per altri territori, purché esistano condizioni geologiche, autorizzative, impiantistiche e di connettività adeguate. Non ogni sito sotterraneo può diventare un data center, ma Intacture mostra come la pianificazione infrastrutturale possa partire da vincoli locali e trasformarli in vantaggi tecnici.
Il secondo elemento è il raffreddamento. I server funzionano senza interruzione e generano calore in modo continuo. In molti data center, una parte rilevante dell’energia è assorbita proprio dai sistemi di climatizzazione. Nel caso di Intacture, la miniera si trova a circa 600 metri di altitudine, in un contesto naturalmente fresco, e il sottosuolo mantiene una temperatura costante di circa 12 gradi. Queste condizioni possono ridurre il fabbisogno energetico legato alla dissipazione termica.
L’indicatore utilizzato è il PUE, Power Usage Effectiveness, cioè il rapporto fra l’energia totale consumata dal data center e quella effettivamente destinata alle apparecchiature informatiche. Intacture punta a un PUE inferiore a 1,25, contro una media indicata di 1,6 per i data center europei. Più il valore si avvicina a 1, più l’infrastruttura utilizza l’energia in modo efficiente. Il dato va letto come obiettivo progettuale, ma segnala la direzione tecnologica: ridurre le dispersioni, contenere il raffreddamento artificiale e alimentare l’impianto con fonti rinnovabili.
La Sindaca di Predaia, Giuliana Cova, ha insistito sul rapporto fra infrastruttura, identità della valle e sostenibilità territoriale.
“Siamo orgogliosi di ospitare nel nostro Comune una struttura unica in Europa, capace di conferire un’immagine di innovazione e modernità. Questo progetto, improntato alla sostenibilità, non consuma suolo e avrà un’elevata efficienza energetica, creando un connubio virtuoso tra Natura e Tecnologia. In una valle storicamente legata all’agricoltura, poniamo una particolare enfasi sulla valorizzazione del nostro ambiente naturale. Siamo convinti che ci siano grandi opportunità di collaborazione per sviluppare il progetto anche in chiave turistica, promuovendo un turismo specifico che rispetti e celebri il nostro patrimonio naturale e culturale”.

L’edge computing avvicina i dati ai territori
Intacture viene progettato come Edge Data Center, quindi come infrastruttura decentrata orientata all’elaborazione di prossimità. È un punto decisivo, perché il mercato non si muove soltanto verso grandi poli hyperscale. Accanto ai grandi hub internazionali cresce la domanda di nodi locali, capaci di ridurre la latenza, alleggerire i costi di banda e mantenere i dati vicino ai luoghi in cui vengono prodotti e utilizzati. In settori come sanità, manifattura, agricoltura, mobilità e pubblica amministrazione, pochi millisecondi o una gestione più controllata della residenza dei dati possono avere effetti concreti sui servizi.
La potenza nominale massima prevista è di 5 MW. La dimensione non rimanda quindi a un grande campus globale, ma a un’infrastruttura specializzata e adattabile alle esigenze locali. Questo posizionamento è coerente con il principio della Data Residency, secondo cui i dati vengono trattati vicino all’area di produzione e utilizzo, e con il tema più ampio della Cloud Sovereignty, sempre più rilevante per imprese e istituzioni europee. La prossimità non è soltanto una scelta tecnica: può diventare una leva normativa, strategica e industriale.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, richiamato nel materiale di progetto, lo scenario europeo sta attraversando una fase di decentramento. Il baricentro del mercato non riguarda più soltanto i poli tradizionali di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, ma anche infrastrutture locali capaci di rispondere a vincoli nazionali, esigenze di latenza e strategie di sovranità digitale. In questa prospettiva, l’Italia può rafforzare il proprio ruolo se riesce a combinare connettività, disponibilità energetica, competenze ingegneristiche e attrattività per gli investimenti.
L’Assessore allo Sviluppo Economico, Lavoro, Università e Ricerca della Provincia autonoma di Trento, Achille Spinelli, ha presentato il progetto come un’occasione per connettere ricerca, impresa e politiche territoriali.
“La Provincia ha creduto ancor prima che venisse approvato nel progetto Trentino DataMine, per la sua unicità e per la possibilità di unire mondi diversi con un linguaggio comune, quello dell’innovazione e della sostenibilità. L’Università degli Studi di Trento e FBK sono punte di diamante nei settori della trasformazione digitale e dell’ICT, leve essenziali per la competitività e lo sviluppo economico, in grado di attrarre investimenti internazionali sul nostro territorio. Con il loro coinvolgimento e con quello delle imprese che hanno voluto investire in questo progetto è possibile dare avvio a sperimentazioni innovative, per fare del Trentino e di questo territorio la Valle dell’innovazione, proseguendo con successo il cammino che ci ha portato qui”.
Il collegamento con gli investimenti in fibra ottica realizzati dalla Provincia autonoma di Trento è rilevante. Un data center di prossimità è efficace soltanto se inserito in una rete territoriale capace di garantire connettività affidabile, ridondanza e continuità del servizio. In assenza di questa infrastruttura, la sola collocazione fisica non basterebbe. Intacture, invece, viene presentato come parte di un ecosistema più ampio, in cui la montagna, la rete, l’università e le imprese concorrono alla costruzione di un nodo digitale locale ma potenzialmente connesso a progetti nazionali e internazionali.
Ricerca, startup e sanità dentro la data economy
Il progetto non si limita alla co-location per aziende pubbliche e private. Intacture punta a sviluppare un polo di innovazione nei campi della salute, dell’intelligenza artificiale, della transizione energetica e della cybersecurity. Qui il ruolo dell’Università degli Studi di Trento diventa centrale, non soltanto come socio pubblico, ma come guida scientifica dell’iniziativa. La presenza di attori come Dedagroup e GPI rafforza inoltre il legame con applicazioni industriali e sanitarie, due ambiti nei quali la gestione sicura, efficiente e conforme dei dati è ormai parte integrante dei modelli di servizio.
La prospettiva riguarda anche programmi futuri di Open Innovation e Integration, con l’obiettivo di coinvolgere startup e collegare ricerca, mercato e sviluppo d’impresa. In questo senso, Intacture può essere interpretato come un’infrastruttura abilitante: non produce innovazione soltanto perché ospita server, ma perché offre un ambiente in cui sperimentare soluzioni ad alta intensità di dati. La differenza è sostanziale. Un data center tradizionale conserva ed elabora informazioni; un polo integrato può generare relazioni fra competenze scientifiche, imprese tecnologiche, pubbliche amministrazioni e comunità.
Il Rettore dell’Università di Trento, Flavio Deflorian, ha collegato il progetto alla responsabilità delle nuove generazioni e all’idea di innovazione sostenibile.
“Con questo progetto diventiamo oggi un punto di riferimento europeo nella ricerca e sviluppo, contribuendo alla creazione di uno dei pochi poli di innovazione digitale green a livello globale. Come Ateneo, alla base del nostro lavoro c’è sempre una filosofia orientata al futuro, che pone i giovani e le nuove generazioni al centro del cambiamento. Credo che l’innovazione sostenibile sia una delle chiavi per costruire un domani migliore, e ciò che realizzeremo insieme e gestiremo nel partenariato pubblico-privato è rivolto a creare soluzioni che abbiano un impatto positivo sull’ambiente e sulla società, oggi e per il futuro”.
Una fondamentale dimensione comunitaria
La dimensione comunitaria è un altro elemento non secondario. Pur essendo collocata in un ambiente per definizione protetto e impenetrabile, l’infrastruttura prevede spazi dedicati a eventi e progetti rivolti a persone e studenti. Il materiale progettuale parla di una sorta di agorà moderna, cioè di un luogo capace di rendere visibile un’infrastruttura che di solito resta nascosta. È una scelta comunicativa e culturale importante: i data center sono spesso percepiti come edifici opachi, energivori e distanti dalla vita quotidiana; qui si tenta di inserirli in una narrazione territoriale, formativa e collaborativa.
Anche la compagine privata di Trentino DataMine sottolinea la doppia natura del progetto, tecnica e organizzativa. La sfida riguarda infatti l’ingegneria dell’ambiente sotterraneo, la sicurezza dei dati, l’efficienza energetica e un quadro normativo nuovo e articolato. In questo perimetro, i dati vengono definiti come materia prima del futuro: un’espressione ormai diffusa, ma che nel caso di Intacture assume un significato concreto, perché lega archiviazione, elaborazione e protezione a una specifica infrastruttura fisica.
La particolarità del progetto sta proprio nella sua capacità di far convergere mondi tradizionalmente separati: estrazione mineraria, edilizia, ricerca universitaria, sanità digitale, cybersecurity, finanza territoriale e servizi cloud. Il risultato non è soltanto un data center nascosto nella montagna, ma un tentativo di costruire una filiera locale della data center economy. Se il progetto rispetterà gli obiettivi dichiarati su efficienza, sicurezza e apertura all’ecosistema, potrà diventare un caso di studio per quei territori che cercano infrastrutture digitali meno invasive, più integrate e più vicine ai bisogni produttivi reali.
Resta il nodo dell’esecuzione. La complessità tecnica di un data center in miniera attiva richiede coordinamento fra progettazione, lavori civili, impianti, energia, connettività, autorizzazioni e gestione operativa. La promessa ambientale dovrà essere misurata sui dati effettivi di funzionamento, a partire dal PUE reale, dalla quota di energia rinnovabile utilizzata e dalla capacità di attrarre clienti, startup e programmi di ricerca. La traiettoria, tuttavia, è chiara: mentre l’Europa discute di sovranità digitale e infrastrutture distribuite, una valle agricola del Trentino prova a trasformare la roccia in un alleato della tecnologia.
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