A tu per tu con il direttore marketing della Masi Agricola, che produce vini con uve e metodi autoctoni delle Venezie ed è membra della OIV

L’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, in sigla OIV, è l’organismo intergovernativo costituito a Parigi il 3 aprile 2001 al quale aderiscono ben 49 Paesi produttori e consumatori nel mondo, che raggruppa alcune grandi imprese del settore, tra le quali la Masi Agricola. Si tratta di un’azienda italiana che produce vini di pregio utilizzando uve e metodi autoctoni delle Venezie con particolare esperienza nella tecnica dell’appassimento, e per questo è considerata leader nella produzione dell’Amarone, il pregiato vino rosso della Valpolicella.
Il presidente Sandro Boscaini è conosciuto nel mondo come “Mister Amarone”, per aver contribuito a creare, con l’Amarone Masi, un’eccellenza italiana. Insieme a lui, alla guida dell’azienda ci sono i figli Raffaele e Alessandra, i fratelli Bruno e Mario ed i nipoti Anita e Giacomo.
La storia dell’azienda inizia nel 1772, incrociando anche la famiglia di Dante
Risale infatti a più di 250 anni fa la prima vendemmia della famiglia Boscaini nei pregiati vigneti del “Vaio dei Masi”, valle nel cuore della Valpolicella classica. Da qui prende il nome l’azienda, tuttora di proprietà della stessa famiglia, arrivata all’ottava generazione. Dal 1973 la Masi collabora con i conti Serego Alighieri, discendenti diretti del poeta Dante, nella tenuta della zona collinare che precede l’inizio delle Prealpi Veronesi, dove può vantare storia e tradizioni antiche. Nel loro château si producono prestigiosi e nobili vini, come il complesso e ricco Vaio Armaron, il raffinato Valpolicella Classico Superiore Monte Piazzo e tanti altri. Nel 2007 Masi può contare anche su di un altro château, in Trentino, grazie alla collaborazione con la nobile famiglia dei conti Bossi Fedrigotti, che da oltre 300 anni coltiva la vite con amore e professionalità. L’etichetta più prestigiosa è però sicuramente quella del Fojaneghe, primo esempio di taglio bordolese in Italia.
Esperienze e formazione in Gran Bretagna prima di rientrare in Valpolicella
Il breve racconto di questa grande tradizione è la premessa per occuparci di innovazione nel settore dei grandi vini, e lo abbiamo fatto intervistando Raffaele Boscaini della Masi Agricola. Dopo gli studi superiori, egli ha conseguito il diploma presso il prestigioso Istituto “Wine and Spirit Educational Trust” in Gran Bretagna. Prima di entrare nell’azienda di famiglia, ha maturato numerose esperienze lavorative all’estero, le più importanti delle quali presso l’importatore inglese Berkmann’s Wine Cellars e presso la Oddbins, nota catena britannica di rivendita di bevande alcoliche.
Il suo percorso all’interno dell’azienda di famiglia lo ha visto ricoprire ruoli tecnici e amministrativi di crescente responsabilità. Attualmente Raffaele Boscaini si occupa, in particolare, degli aspetti legati al marketing e da anni è Coordinatore Generale del Gruppo Tecnico, un collegio di esperti in varie discipline, dall’enologia all’agronomia, al marketing, a cui si devono i progressi tecnici e l’alta qualità dei vini dell’azienda.
Raffaele Boscaini è stato più volte chiamato a intervenire, in qualità di esperto in enologia, nella conferenza annuale della “Society of Wine Educators”. Non soltanto: all’inizio degli anni 2000 è stato membro della giuria del prestigioso International Wine Challenge di Londra.
Dottor Boscaini, nel 2023 la vostra azienda è entrata a far parte dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), l’organismo intergovernativo al quale aderiscono ben 49 Paesi produttori e consumatori nel mondo: è soddisfatto?
“Ne sono in verità onorato. È un riconoscimento importante per la nostra azienda, che in otto generazioni e più di 250 vendemmie ha sempre percorso la strada dell’innovazione, rispettando la tradizione in senso dinamico”.
Una tradizione che nasce dall’innovazione…
“Mi sta particolarmente a cuore l’idea che un nuovo metodo, introdotto oggi, tra dieci anni o vent’anni venga considerato tradizionale perché il tempo ne ha sancito il valore: è una sfida continua. Questo è un concetto che a me piace molto perché non è innovazione fine a se stessa, ma ben attaccata al terreno, ben radicata nelle tradizioni”.
Questo riconoscimento ha portato benefici per la Masi Agricola?
“Il principale beneficio. per tutti noi, è stata la consapevolezza che la qualità del nostro lavoro è stata riconosciuta dall’organismo internazionale più importante del settore. Reputazione e soddisfazione, ma soprattutto impegno a continuare così”.
Quali sono le altre aziende partecipanti?
“Sono tutte imprese vinicole molto importanti come la Viña Concha y Toro in Cile, la Moët Hennessy in Francia, la Sogrape in Portogallo, la Familia Torres in Spagna e la Yalumba Family Winemakers in Australia”.
Nessuna degli USA? Come mai?
“Non so francamente dire perché, ma posso immaginare che si tratti di una sorta di bilanciamento tra il Vecchio ed il Nuovo Mondo del vino. In questo scenario voglio fare l’esempio dell’Argentina, che considero proprio la fusione fra questi due emisferi. Bevendo un vino argentino si sente che è un prodotto del Nuovo Mondo, ma si percepiscono anche le sue origini europee”.
Su che cosa si concentra l’attività di ricerca e sviluppo di questo gruppo internazionale?
“È vastissima. Si spazia dalle normative di produzione e consumo alla cultura del vino, dal tema dell’alcool e della salute alle statistiche, dall’ innovazione nella genetica fino all’evoluzione della vite in un’ottica di sostenibilità. Tutti i dati provenienti dalle varie ricerche confluiscono in una banca dati unica e condivisa, di grandissima importanza”.
Come vede l’andamento del vostro mercato nel 2025?
“Come succede spesso, ci sono all’orizzonte un po’ di nuvole, ma non bisogna spaventarsi. In questi giorni, stiamo analizzando le previsioni per l’anno appena iniziato e, come sempre accade, ci sono ottimisti e pessimisti. Probabilmente ci sarà un ridimensionamento, ma noi ci saremo sempre. Diciamo che il nostro è un ottimismo realista, le prospettive sono abbastanza prudenti, però non saremmo imprenditori se non fossimo ottimisti”.
Quali sono le maggiori opportunità e le principali criticità, secondo lei?
“Parto dalle criticità, che spesso generano opportunità. La principale riguarda il calo dei consumi. I limiti per chi guida l’automobile sono giustissimi, ma manca il modo di sapere se li sto rispettando. Quando sono al volante posso verificare se sto superando il limite di velocità, ma non posso fare altrettanto con il tasso alcolico e questo induce a non gustare un buon vino, neppure nelle quantità consentite. Tuttavia, vedo che i giovani sono molto consapevoli, bevono in modo responsabile e sono sensibili alle mode dettate più dagli influencer che dai grandi marchi. Nessun problema, avviciniamoli, adeguandoci alle loro abitudini come facciamo con i consumatori in giro per il mondo. A questo proposito faccio sempre l’esempio della Cina: vent’anni importavano prevalentemente champagne e lo bevevano con il ghiaccio, scandalizzando i nostri colleghi francesi. Tutti a parte uno che ha sviluppato e venduto uno Champagne da bere con il ghiaccio e ha avuto un grande successo. Ora lo bevono con la cannuccia e va bene così! Perché no? Le altre grandi criticità sono il cambiamento climatico e la sostenibilità della coltivazione di vitigni resistenti. Al cambiamento climatico dobbiamo adeguarci, perché indietro non si torna, e quindi dobbiamo collaborare con la scienza per trovare soluzioni, come per esempio quella di rendere geneticamente più resistenti le piante di vite e di stimolarne le difese naturali. Le aziende possono fare la loro parte, limitando lo sfruttamento delle vigne e quindi non pretendendo più produzioni di 200 quintali per ettaro, ma tornando ai livelli di 90-110, che è un valore più equilibrato e consente alle piante di rafforzarsi, riducendo l’impiego di prodotti chimici”.
Sono in numero sufficiente i giovani che si avvicinano al vostro settore?
“Sì, per fortuna. C’è molta passione e molta aspettativa, anche se hanno fretta di arrivare, come è sempre stato per tutte le nuove generazioni. Rispetto al passato però il nostro lavoro si è ampliato tantissimo. È diventato multidisciplinare e sono tante le professionalità coinvolte”.

Avete collaborazioni in corso con la scuola e con l’università?
“Abbiamo rapporti strutturati e continui da molti anni con diversi atenei. La multidisciplinarietà di cui parlavamo prima sta ampliando queste collaborazioni, in modo molto positivo”.
Come sono i rapporti istituzionali in ambito nazionale e comunitario?
“Essi vengono curati dalla nostra associazione, Federvini di Confindustria, che si occupa non soltanto del vino, ma anche di spiriti ed aceti. Le relazioni con i ministri e l’Unione Europea sono buone, e la nostra voce è ascoltata. Con la burocrazia italiana siamo però arrivati ad un livello veramente difficile di gestione (racconta episodi di difficoltà che ha subìto direttamente e che richiederebbero un’intervista a parte, ndr). In questo periodo, ci stiamo occupando del tema alcol e salute e, con particolare attenzione, al vino de-alcolizzato. È una questione importante sotto molti aspetti ma, al di là della questione se esso possa essere considerato vino senza la presenza di alcool, se il mondo lo fa perché avremmo dovuto precluderci da soli questa possibilità, lasciando campo libero ai produttori di altre bevande (Coca Cola & co, ndr)?”.
Quale altra innovazione vorrebbe venisse attuata?
“Sono molto affezionato ai nostri valori e alla nostra tradizione, ma credo che sia arrivato il momento di rinnovare il nostro stile di comunicazione. Dobbiamo renderlo più accessibile, meno elitario e più semplice. Con il vino non dobbiamo comportarci come i grandi chef, che nei loro ristoranti stellati ci spiegano che cosa dobbiamo mangiare e quali gusti dobbiamo sentire. Quando vado a cena con gli amici e mi chiedono di un determinato vino quali sapori debbano sentire, io rispondo in tutta sincerità: ‘Se ti piace è buono. Se non ti piace è cattivo. Non sta a me dirti che cosa dovresti apprezzare’…”.
Queste parole di Raffaele Boscaini ci confortano moltissimo, perché anche chi scrive fa parte della categoria di quelli che dei vari vini non sanno nulla, ma che un bicchiere lo bevono volentieri, se piace.
Il vigneto Vaio dei Masi coltivato dalla famiglia Boscaini dal 1772
La 250esima vendemmia nella storia del vigneto Vaio dei Masi
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