Grazie al progetto MEET e all’impegno INGV, installati rilevatori profondi per captare maremoti: un salto tecnologico nella protezione delle coste

(Foto: INGV)
Alla fine di settembre 2025, l’Italia ha compiuto un passo decisivo verso una più solida resilienza costiera. Tra il 9 e il 17 del mese, nel Mar Ionio, sono state deposte le prime due boe di mare profondo per il monitoraggio degli tsunami nel Mediterraneo.
L’operazione, condotta dal Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) con la collaborazione della società spagnola Mediterráneo Señales Marítimas, rientra nel progetto MEET – “Monitoring Earth’s Evolution and Tectonics”, sostenuto dal PNRR.
Si tratta di una novità assoluta per il Mediterraneo: strumenti capaci di rilevare variazioni minime della colonna d’acqua e di trasmettere i dati in tempo reale, consentendo di guadagnare minuti preziosi per anticipare un’allerta e ridurre i rischi per milioni di persone che vivono lungo le coste.

Il contesto mediterraneo: rischio, storia dei sismi e limiti attuali
Il Mediterraneo è un mare semi-chiuso, collegato all’Atlantico dallo stretto di Gibilterra e al Mar Rosso dal canale di Suez, incastonato tra Europa, Africa e Asia. La sua geologia riflette la complessa convergenza tra le placche africana, araba ed euroasiatica, con una costellazione di microplacche che generano faglie attive e terremoti frequenti, spesso localizzati in mare.
La storia racconta episodi di maremoti devastanti che hanno lasciato tracce indelebili. L’evento più noto è lo tsunami del 365 d.C. che colpì Creta e le coste circostanti. Nel 1908, il terremoto nello Stretto di Messina provocò un’onda anomala che aggravò la tragedia. Più di recente, nel 2002, le frane sullo Stromboli generarono onde che raggiunsero le isole vicine.
Complessivamente, il catalogo euro-mediterraneo registra circa 220 maremoti dal 1600 a.C. a oggi, il 90 per cento dei quali di origine sismica.
La vulnerabilità attuale è accentuata dalla densità abitativa: oltre il 10 per cento della popolazione europea, circa 180 milioni di persone, vive entro 50 chilometri dalle coste del Mediterraneo. In Italia, i comuni costieri ospitano più di 20 milioni di residenti, cui si aggiungono nei mesi estivi milioni di turisti. In caso di tsunami, i tempi di propagazione dell’onda verso la riva possono variare da pochi secondi a meno di un’ora.
Per rispondere a questa minaccia, dal 2017 è attivo il Sistema Nazionale di Allertamento per i Maremoti (SiAM), coordinato dalla Protezione Civile e composto dal CAT dell’INGV e dall’ISPRA. Il centro di Roma svolge anche la funzione di Tsunami Service Provider per l’area euro-mediterranea, nell’ambito del sistema coordinato dall’UNESCO.
Tuttavia, l’attuale rete si basa principalmente su sensori sismici e mareografi costieri, strumenti che confermano la presenza di un’onda soltanto quando questa è già vicina a terra. Gli studi più recenti mostrano che i tempi di emissione degli avvisi sono spesso troppo lunghi e che l’incertezza sui parametri sismici può compromettere l’efficacia dell’allerta.
È in questo quadro che le nuove boe di mare profondo assumono un significato particolare: consentono una conferma anticipata in mare aperto e aprono una fase nuova della sorveglianza.

(Foto: INGV)
Un salto tecnologico: le boe di mare profondo nel Mar Ionio
Le due boe posizionate nel Mar Ionio rappresentano la prima esperienza operativa nel bacino mediterraneo. Una è stata collocata a circa cento chilometri dalla costa orientale della Sicilia, a una profondità di 3.200 metri, l’altra alla stessa distanza dalla Calabria, a circa 2.600 metri.
La scelta dei siti è stata guidata da modellazioni numeriche che hanno simulato oltre 200.000 scenari di tsunami, individuando i punti più efficaci per intercettare un’onda prima che raggiunga la riva.
Ogni boa è collegata a sensori di pressione assoluta capaci di misurare variazioni della colonna d’acqua anche dell’ordine di pochi centimetri. I dati vengono trasmessi via modem acustico e satellite al Centro Allerta Tsunami.
In condizioni ordinarie i sensori inviano informazioni a bassa frequenza, ma in presenza di anomalie compatibili con un’onda anomala aumentano la frequenza di trasmissione per fornire un quadro più dettagliato. In questo modo è possibile distinguere il moto ondoso naturale da quello generato da un evento sismico.
Questa tecnologia consente di ridurre i tempi di conferma dell’allerta, offrendo minuti preziosi alle autorità. Nel Mediterraneo, dove la vicinanza tra sorgente sismica e coste riduce drasticamente i margini di manovra, anche pochi minuti possono significare la differenza tra una reazione efficace e un disastro.
L’installazione si inserisce in un panorama internazionale di crescente attenzione. Progetti europei come FIRE-IN hanno già esplorato soluzioni per il monitoraggio offshore, mentre in Giappone e Cile da anni si sperimentano reti integrate di boe, mareografi e modelli probabilistici. Le boe italiane diventano così un banco di prova per il Mediterraneo, destinato a orientare le future strategie di prevenzione.

(Foto: INGV)
Dall’innovazione tecnologica a una catena operativa efficiente
Le boe sono strumenti sofisticati, ma da sole non bastano. La loro efficacia dipende dalla catena operativa che trasforma un dato grezzo in un messaggio di allerta utile.
Uno dei punti deboli dei sistemi esistenti è l’accuratezza dei parametri sismici iniziali: magnitudo, profondità ed epicentro sono spesso stimati con ampi margini di incertezza, causando allerte tardive o contraddittorie.
La ricerca si sta orientando verso modelli probabilistici dinamici, capaci di aggiornare progressivamente le stime man mano che nuovi dati arrivano, inclusi quelli delle boe.
Nel 2025, uno studio internazionale ha dimostrato che l’integrazione di osservazioni in tempo reale può ridurre sensibilmente l’incertezza iniziale e migliorare la tempestività delle previsioni.
Resta però cruciale la fase di comunicazione del rischio. L’Italia ha fatto passi avanti con campagne come “Io non rischio”, ma la percezione del rischio tsunami resta bassa. Senza esercitazioni regolari, sistemi di allerta locale rapidi e un linguaggio chiaro, anche il miglior sistema tecnologico rischia di essere inefficace.

(Foto: INGV)
Rischi, opportunità e priorità per Roberto Tonini e Irene Molinari
Gli esperti concordano che l’installazione delle boe sia un passo fondamentale, ma non sufficiente a garantire un sistema pienamente efficiente.
Roberto Tonini, ricercatore dell’INGV, sottolinea:
“La deposizione delle boe nel Mar Ionio è un passo fondamentale, ma non potrà da sola risolvere il problema dell’allerta tempestiva. Serve che i dati vengano integrati con modelli probabilistici aggiornabili in tempo reale e che siano disponibili alle autorità in pochi minuti”.
Dal mondo accademico svizzero arriva un altro punto di vista. Irene Molinari, geofisica con incarico congiunto tra INGV ed ETH Zurich, ricorda:
“L’uso delle boe è cruciale per ridurre l’incertezza iniziale. Ma occorre rafforzare la cooperazione internazionale, perché il Mediterraneo è un sistema condiviso e nessun Paese può affrontare da solo la sfida”.
Le parole degli studiosi riflettono una consapevolezza crescente: l’innovazione deve andare di pari passo con la governance e con la collaborazione regionale.
L’UNESCO, attraverso il sistema NEAMTWS, coordina la rete euro-mediterranea dei centri di allerta. L’Italia, insieme a Grecia, Turchia e Francia, svolge un ruolo di primo piano, e l’integrazione dei dati provenienti dalle boe potrà rafforzare questa cooperazione.

(Foto: INGV)
Innovazione e futuro: scenari e priorità per la sorveglianza
L’installazione delle prime due boe è solo un punto di partenza. Nei prossimi anni sarà necessario ampliare la rete, posizionando nuovi dispositivi in aree strategiche del Mediterraneo, così da ridurre le zone d’ombra.
Parallelamente, i modelli di previsione dovranno diventare più dinamici, capaci di incorporare simultaneamente dati sismici, oceanografici e satellitari.
Un fronte promettente riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale. Recenti ricerche hanno dimostrato che le perturbazioni ionosferiche causate da tsunami possono essere rilevate tramite reti GNSS e interpretate con algoritmi di deep learning, aprendo la strada a metodi complementari di rilevamento.
Un altro nodo riguarda l’educazione delle comunità locali. Senza esercitazioni, simulazioni e programmi formativi, la catena di allerta rischia di interrompersi all’ultimo miglio.
È qui che tecnologia e cultura devono incontrarsi: le boe forniscono i dati, ma sono i cittadini a dover sapere come reagire.
La cooperazione internazionale rimane infine decisiva: il Mediterraneo non è uno spazio nazionale, ma un mare condiviso. La gestione del rischio richiede standard comuni e risorse finanziarie stabili per garantire manutenzione e aggiornamento degli strumenti.
Innovazione come responsabilità condivisa delle popolazioni
Le boe installate nel Mar Ionio incarnano un principio chiaro: l’innovazione tecnologica non è un lusso, ma un atto di responsabilità collettiva.
Il loro valore non sta soltanto nella capacità di rilevare un’onda in mare aperto, ma nella possibilità di rafforzare un sistema che unisce ricerca scientifica, istituzioni e comunità.
Il Mediterraneo ci ricorda che il rischio tsunami non può essere annullato, ma può essere gestito.
Se l’Italia e i suoi partner sapranno trasformare questa innovazione in una rete diffusa, sostenibile e condivisa, le coste europee potranno affrontare il futuro con maggiore sicurezza.
In questo senso, le boe del Mar Ionio non sono soltanto strumenti oceanografici, ma simboli concreti di una cultura della prevenzione che guarda avanti.
Le prime boe di mare profondo per il monitoraggio mediterraneo degli tsunami
Etna in eruzione: la spettacolare colata lavica notturna del novembre 2013
Ecco tre approfondimenti che potrebbero interessarti:
Studio zurighese sul Vesuvio: ancora secoli per un’eruzione?
Il terremoto in Turchia e la solidarietà al tempo delle crypto
Sarà l’Etna il primo vulcano al mondo con un gemello digitale

(Foto: INGV)







