Annotatori, moderatori e microtasker: omaggio alla manodopera globale e precaria che alimenta l’AI nascosta nell’ombra digitale

Come nell’opera simbolo delle lotte operaie del Novecento, oggi un nuovo “quarto stato” avanza: è composto da annotatori, moderatori, micro-lavoratori digitali. Invisibili, ma indispensabili allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Ogni modello di AI, da ChatGPT ai sistemi di riconoscimento facciale, sino alla guida autonoma, nasce e si perfeziona soltanto grazie a una massiccia quantità di dati che devono essere annotati, puliti, categorizzati. In una parola: etichettati.
Questo processo, chiamato “data labeling”, è ciò che permette al modello di “imparare”. Ma a etichettare i dati non sono i computer, bensì milioni di lavoratori umani, distribuiti nei Paesi del Sud del mondo, assunti tramite piattaforme come Amazon Mechanical Turk, Appen, Sama, Scale AI.

Quando l’AI ha ancora (e parecchio…) bisogno dell’uomo
Nel 2023, Time Magazine ha rivelato che OpenAI ha incaricato lavoratori kenioti di filtrare contenuti violenti e razzisti per addestrare ChatGPT, pagandoli tra 1,32 e 2 dollari l’ora (Billy Perrigo, “Exclusive: OpenAI Used Kenyan Workers on Less Than $2 Per Hour to Make ChatGPT Less Toxic”, TIME, 18 gennaio 2023). Questo significa che, prima di parlare con noi in tono educato, il modello ha “visto” e “imparato” che cosa non deve dire grazie a esseri umani che hanno assorbito quei contenuti, spesso traumatici, al suo posto.
Il partner di outsourcing di OpenAI in Kenya era Sama, un’azienda con sede a San Francisco che impiega personale in tale Paese africano, così come in Uganda e India, per etichettare i dati per clienti della Silicon Valley come Google, Meta e Microsoft. Sama si promuove come un’azienda di
“intelligenza artificiale etica”
e afferma di aver contribuito a far uscire dalla povertà oltre 50.000 persone.

Ghost workers: i molti lavoratori fantasma dell’era digitale
Nel suo celebre studio sul “Ghost Work”, l’antropologa Mary L. Gray e l’informatico Siddharth Suri collaborano per svelare come i servizi forniti da aziende come Amazon, Google, Microsoft e Uber possano funzionare senza intoppi soltanto grazie al giudizio e all’esperienza di una vasta e invisibile forza lavoro umana.
Mary L. Gray descrive questi lavoratori come una
“nuova classe globale di operai digitali invisibili”
(Mary L. Gray, Siddharth Suri, “Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass”, Houghton Mifflin Harcourt, 2019), che eseguono micro-task dietro un’interfaccia, senza sapere per chi effettivamente lavora.
Le piattaforme (Appen, Clickworker, Lionbridge) fungono da intermediari: garantiscono l’anonimato ai committenti, ma scaricano sui lavoratori la pressione della competizione, del rating, dell’instabilità. Non c’è contratto, non c’è previdenza. Chi sbaglia viene penalizzato da un algoritmo.
Secondo l’Oxford Internet Institute, ci sono oltre 20 milioni di digital laborers impegnati in questi compiti a livello globale. Il 60 per cento lavora in Africa e Sud-Est asiatico, in Nazioni dove il salario medio locale rende anche un dollaro l’ora una remunerazione “competitiva” (Mark Graham et al., “The Fairwork Cloudwork Ratings” 2022, Oxford Internet Institute, University of Oxford).

L’ipocrisia dell’automazione frutto di annotazioni manuali
Le aziende Big Tech celebrano il potere dell’AI nel ridurre i costi del lavoro e aumentare l’efficienza. Ma non ammettono che il loro prodotto dipende tuttora dal lavoro umano sottopagato. Una forma moderna di “estrattivismo cognitivo”, nel contesto del quale i dati e il tempo degli altri diventano carburante per l’innovazione.
Lo dimostra la corsa ai modelli multimodali (capaci di elaborare testo, immagini, suono): essi richiedono milioni di annotazioni manuali. Annotazioni che nessuna AI è ancora in grado di produrre con la precisione richiesta. La promessa dell’autonomia totale rimane, per ora, retorica.
Il paradosso etico: AI e diritti del lavoro, primi timidi passi
Oggi esistono standard per misurare i bias dei modelli, la loro sicurezza, l’impatto ambientale dell’AI. Ma non esiste uno standard per calcolare l’impronta sociale dell’intelligenza artificiale.
Nello “Stanford AI Index Report” 2024, non esiste una singola sezione dedicata ai diritti dei lavoratori che producono dati . I costi umani dell’AI vengono ignorati perché si trovano a monte del ciclo di vita dell’algoritmo (Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, “AI Index Report” 2024, Stanford University, marzo 2024).
Eppure, la domanda centrale è: possiamo davvero chiamarla “intelligenza” se si fonda sullo sfruttamento?
L’Unione Europea, con l’AI Act approvato in via definitiva nel 2024, ha fatto un primo passo importante, ma parziale. La normativa si concentra prevalentemente sulla classificazione dei rischi legati all’uso dell’intelligenza artificiale, lasciando in ombra il lavoro umano nei processi di addestramento e manutenzione dei modelli.
Tuttavia, un emendamento approvato dal Parlamento Europeo nell’aprile 2023 ha inserito l’obbligo per le aziende che sviluppano sistemi ad alto rischio di documentare
“l’impiego di risorse umane nella fase di training e supervisione algoritmica”.
Una forma timida di trasparenza, ma ancora lontana da una tutela strutturale.

I tentativi regolatori dei Governi: Berlino, Brasilia e Parigi
Alcuni Paesi stanno andando comunque oltre Bruxelles:
in Germania, la Confederazione dei sindacati DGB ha lanciato iniziative per integrare i lavoratori delle piattaforme digitali nella contrattazione collettiva;
in Francia, la legge per la “transparence des plateformes numériques” del 2021 impone alle aziende digitali di fornire dati aggregati sul lavoro impiegato, anche non formalizzato;
in Brasile, un disegno di legge presentato nel 2023 mira a riconoscere i lavoratori delle piattaforme di annotazione dati come dipendenti, includendo l’obbligo di salario minimo e di previdenza sociale.
Le organizzazioni mondiali, invece, come l’ILO (International Labour Organization) ha pubblicato nel 2021 il report “The Role of Digital Labour Platforms in Transforming the World of Work”, che da Parigi denuncia apertamente le condizioni lavorative spesso abusive nel digital labor, auspicando l’introduzione di standard globali sui diritti minimi.
Anche l’UNESCO ha adottato la “Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence” nel 2021, un documento guida che invita gli Stati a garantire giustizia redistributiva e inclusione sociale nei processi legati all’AI.

Dietro ogni forma di AI c’è sempre il lavoro umano
Dietro ogni forma di AI c’è una forma di lavoro umano. Sempre.
Esso è invisibile, ma essenziale. Finché non riconosceremo questa verità, continueremo a costruire un’AI che non è né etica, né sostenibile.
Se davvero vogliamo un’intelligenza artificiale al servizio dell’umanità, dobbiamo iniziare da chi la costruisce.
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