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Sudafrica

Dove iniziano le smart cities: la lezione di Johannesburg

Futuri partecipativi e progettazione condivisa di spazi e tecnologie: la smart city (tutt’altro che ideale) immaginata dagli abitanti di Westbury

Come progettare una smart city in Africa?
Una vista di Johannesburg che ricorda vagamente le atmosfere di Blade Runner: le smart cities del futuro, però, dovranno guardare soprattutto alle esigenze delle persone (Foto: Andrew Moore / CC BY-SA 2.0)

Grattacieli di vetro, taxi volanti, sensori invisibili e algoritmi capaci di ottimizzare ogni flusso urbano in tempo reale: questa è, più o meno, l’immagine collettiva della “smart city”. Ma cosa accade quando questa visione, nata nei laboratori della Silicon Valley o nelle capitali europee, viene calata a forza in contesti segnati da profonde ferite storiche e strutturali? In Africa, la sfida dell’urbanizzazione non è solo una questione di efficienza digitale, ma di dignità e autodeterminazione.

Per evitare che la transizione globale verso una civiltà tecnologica si trasformi in una nuova forma di imposizione culturale, serve un cambio di paradigma: non più cittadini al servizio della tecnologia, ma tecnologie progettate dai cittadini per rispondere a bisogni reali. È la conclusione di una ricerca sudafricana che ha chiesto agli abitanti di Westbury, un quartiere particolarmente difficile di Johannesburg, di immaginare la città del futuro.

Smart Cities in Africa: un problema di “metodo”

Entro il 2050, oltre il 70% della popolazione mondiale vivrà in città – questo è un dato ormai noto e molto citato. Il dettaglio che spesso viene taciuto, è che il 90% di questo afflusso di nuovi cittadini coinvolgerà le aree urbane di Africa e Asia, e che dovrà confrontarsi con contesti dominati dalla scarsità di risorse e caratterizzati da un passato coloniale che ha legato il concetto stesso di vita urbana all’applicazione di modelli culturali esotici spesso lontani dal senso comune.

Diversi studi hanno già previsto che l’aumento della popolazione globale, in uno scenario segnato da economie stagnanti e dall’impatto dei cambiamenti climatici, potrà comportare un deciso abbassamento degli standard di vita – soprattutto in contesti poveri e caratterizzati dalla scarsità di servizi come sono quelli di molte città africane.

Pensare alle smart cities del futuro, in quest’ottica, richiede un nuovo approccio, “dal basso verso l’alto”, che tenga conto delle esigenze, delle culture e delle comunità che le abitano, ma che passi anche dal riconoscimento del fatto che la tecnologia non è mai neutrale, in termini di valori. Come si legge in un recente articolo dei ricercatori sudafricani Terence Fenn (University of Johannesburg) e Rennie Naidoo (University of Witwatersrand),

“Per le società africane, che sono tipicamente importatrici di tecnologie digitali e strategie di implementazione, la smart city rimane un costrutto, situato in un tempo futuro, che ha il potenziale di introdurre nuove forme di colonizzazione tecnologica e sfruttamento economico”.

Una prospettiva che può essere estesa a tutto il Sud globale, dove si possono già osservare “dinamiche simili di imposizione tecnologica e disallineamento culturale” – soprattutto nel settore dell’informatica, che tende in generale a sottovalutare le prospettive non occidentali.

Come coinvolgere i cittadini nella progettazione delle smart cities
L’esperimento di co-progettazione ha coinvolto 30 residenti del quartiere di Westbury, che hanno immaginato il futuro dei loro spazi da qui al 2072 (Foto: T. Fenn, R. Naidoo, The participatory futures method: An approach to co-projecting smart urban neighbourhood places in resource-scarce communities, 2024)

Lo studio a Westbury, quartiere difficile di Johannesburg

Come possiamo costruire città che non ignorino i cittadini? Che non siano soltanto intelligenti, ma anche eque, inclusive e resilienti? È la domanda da cui prende avvio la ricerca di Fenn e Naidoo.

Per esplorare le potenzialità di un approccio davvero partecipativo alla progettazione, i ricercatori hanno invitato un gruppo di cittadini di Westbury, un quartiere operaio densamente popolato a ovest del centro di Johannesburg, a immaginare la città del futuro. Westbury è un quartiere particolare, abitato prevalentemente da residenti di colore di lingua afrikaans e caratterizzato da povertà diffusa, elevata disoccupazione e una lunga storia di criminalità, spesso legata al traffico di droga, che inevitabilmente si accompagna a una forte sfiducia nelle iniziative governative. I ricercatori descrivono così il quartiere:

“Westbury comprende piccole case indipendenti, appartamenti densamente popolati in cattive condizioni, numerosi parchi, campi sportivi, una biblioteca, una grande sala comune e un centro ricreativo per i giovani. Gli spazi pubblici sono caratterizzati da degrado urbano e rifiuti non raccolti”.

Un degrado che deriva dalla storia: fino alle prime elezioni democratiche del 1994, in questo quartiere – creato come township segregata all’inizio degli anni Sessanta – gran parte della resistenza allo stato di apartheid trovò espressione nell’insoddisfazione della comunità per il proprio ambiente, che arrivò ad avere l’aspetto di una quasi baraccopoli. Oggi, nonostante povertà e violenza continuino a limitare l’accesso a opportunità e servizi di base, Westbury è anche “un luogo di resilienza, orgoglio culturale e forti legami comunitari”, caratterizzato da famiglie unite e laboriose e da una popolazione piuttosto istruita e notoriamente creativa.

Perciò Westbury era il quartiere ideale in cui testare il Participatory Futures Method (PFM), un nuovo metodo di progettazione partecipativa messo a punto dai ricercatori sudafricani che invita le persone a immaginare e plasmare il futuro delle proprie comunità.

Invitare i cittadini a immaginare il proprio futuro

I ricercatori hanno coinvolto 30 residenti del quartiere, selezionati per riflettere un mix di età, genere ed esperienze di vita. Come si legge nella ricerca, l’età era compresa tra i 18 e i 72 anni. Il gruppo era composto al 70% da uomini e circa la metà dei partecipanti non aveva un impiego formale. Il metodo dei Futuri Partecipativi si è articolato in diverse fasi: prima ci si è concentrati sul “rigore concettuale” della pianificazione, poi si è passati alla fase di progettazione vera e propria, che ha previsto una serie di workshop di co-progettazione. In una fase successiva, poi, i partecipanti hanno analizzato l’efficacia del progetto confrontandola con desideri e aspirazioni che avevano guidato le loro scelte.

Come spiega l’autore Rennie Naidoo in un articolo pubblicato su The Conversation, il punto di partenza era invitare i residenti a immaginare il loro quartiere futuro. Che tipo di cambiamenti avrebbero voluto vedere? In che modo la tecnologia avrebbe potuto supportare tali cambiamenti senza prevalere sui valori e sulle priorità locali? Come spiega Naidoo,

“È emerso chiaramente che le comunità volevano avere voce in capitolo su come la tecnologia plasma il loro mondo. Hanno identificato sicurezza, cultura e sostenibilità come priorità, ma desideravano una tecnologia che supportasse, non sostituisse, i loro valori e la realtà quotidiana. I workshop hanno rivelato che quando le persone immaginano i loro quartieri futuri, la tecnologia non riguarda gadget o parole d’ordine; si tratta di risolvere problemi reali in modi che si adattino alle loro vite”.

Nel 2038, l’energia solare alimenterà tutta la città, soppiantando il fossile. Entro il 2050, tutti i principali asset del Paese saranno assicurati su blockchain. Nel 2056, sorgeranno 30mila nuove abitazioni stampate in 3D usando bioplastiche derivate dalle alghe. Queste sono alcune delle immagini emerse dalla progettazione condivisa del futuro.

Smart cities in Africa: da dove iniziare?
Word cloud delle attività maggiormente desiderate dai cittadini (Foto: T. Fenn, R. Naidoo, The participatory futures method: An approach to co-projecting smart urban neighbourhood places in resource-scarce communities, 2024)

La smart city “umana” secondo i residenti di Westbury

Come spiega Naidoo, la sicurezza resta una delle principali preoccupazioni degli abitanti di Westbury. I residenti, però, non vogliono sistemi di sorveglianza intelligenti controllati da autorità remote: telecamere e sensori devono essere gestiti all’interno della comunità, da persone che godono della fiducia del quartiere. In un contesto problematico come quello di Westbury, “il desiderio di tecnologie di sicurezza intelligenti non riguarda la sorveglianza, ma il recupero di un senso di controllo e protezione”.

L’energia è un altro tema centrale: le interruzioni di corrente sono un problema costante in questa zona:

“La gente ha chiesto i pannelli solari. Non come un lusso ecologico, ma come infrastruttura di base. Immaginavano centrali solari che alimentassero case, scuole e attività commerciali locali anche durante i blackout. La sostenibilità non era un obiettivo astratto; riguardava l’autosufficienza e la dignità”.

Ma c’è anche bisogno di bellezza e di nuovi strumenti – per la formazione dei giovani, per il recupero della storia locale e di ricordi personali legati ai punti di riferimento del quartiere e per l’espressione di una creatività esuberante. Insomma, nessun paesaggio urbano futuristico, ma tecnologie capaci di alimentare e sostenere opportunità di crescita e autodeterminazione.

I modelli top-down, insomma, dovrebbero essere trasformati in processi partecipativi che non perdano di vista la quotidianità delle persone per aderire a “mondi ideali” incapaci di risuonare con la vita vivente:

“La tecnologia non è neutrale. Porta con sé i presupposti di chi la progetta. Ecco perché è importante chi è presente quando si prendono decisioni. Le città più intelligenti sono quelle costruite con le persone che le abitano”,

conclude Naidoo.

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Il contrasto tra il centro città e i sobborghi di Johannesburg (Foto: Nick Jackson / CC BY-SA 3.0)

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