Le città intelligenti sono davvero sostenibili? Il professor Marcus Foth smaschera l’illusione tecnocentrica che rischia di accelerare l’ecocidio

Oggi la crisi ecologica bussa alle porte delle nostre metropoli, e lo fa camuffata da promessa tecnologica. Così, se i primi storici appelli della comunità scientifica internazionale ci avevano avvertito sulla rotta di collisione tra l’umanità e la biosfera, i nuovi gridi d’allarme accendono i riflettori su un paradosso contemporaneo: l’illusione che un algoritmo possa salvare il pianeta. Sotto la lente della critica finisce così il modello delle Smart Cities, smascherato non come soluzione, ma come potenziale complice dell’ecocidio globale.
Gli “Avvertimenti all’umanità” degli scienziati preoccupati
Il primo, storico, World Scientists’ Warning to Humanity fu pubblicato nel 1992 con la firma di circa 1.700 scienziati, tra cui la maggioranza dei premi Nobel scientifici allora in vita. Henry Kendall, il promotore dell’iniziativa, fu a sua volta premio Nobel per la fisica nel 1990. In quel denso e drammatico documento, gli scienziati avvertivano l’umanità di un pericolo imminente: esseri umani e mondo naturale sono in rotta di collisione, e se non cambiamo radicalmente l’approccio alla vita rischiamo di compromettere seriamente il futuro del pianeta.
Allora, oltre trent’anni fa, gli scienziati individuavano alcuni punti critici, tra cui il buco dell’ozono, la contaminazione e l’esaurimento delle risorse idriche, la distruzione degli ecosistemi marini e il cambiamento climatico causato dalle emissioni di gas serra.
A 25 anni di distanza dal primo appello, l’ecologo William J. Ripple, insieme a diversi co-autori, decise di fare un bilancio. Il risultato, pubblicato sulla rivista BioScience, ebbe una risonanza colossale, raccogliendo la firma di oltre 15.000 scienziati da 184 paesi. Il contenuto di questo secondo Warning appare oggi ovvio: fatta eccezione per la questione del buco dell’ozono, i problemi indicati nel documento del 1992 sono drasticamente peggiorati. L’appello originario non è mai stato preso sul serio.
Così, la Union of Concerned Scientists ha preso a pubblicare articoli più specifici, che si concentrano su ecosistemi e fenomeni particolari, dalla scomparsa degli insetti alla perdita di biodiversità delle acque dolci. Questi Narrow-focused Scientists’ Warnings toccano anche la sociologia, l’economia e il comportamento umano, arrivando più di recente ad affrontare tematiche come le città intelligenti e le tecnologie urbane.
L’avvertimento di uno scienziato sulle città intelligenti
Il saggio critico del professor Marcus Foth della Queensland University of Technology, pubblicato quest’anno sulla rivista Journal of Urban Technology, nasce come contributo alla serie internazionale di articoli Narrow-focused, e si propone di esaminare le Smart Cities e le tecnologie urbane nel contesto della crisi ambientale che affligge il pianeta. Il punto di partenza è chiaro:
“Mentre le tecnologie digitali offrono nuovi strumenti per la gestione dei sistemi urbani, gli approcci prevalenti rimangono spesso focalizzati esclusivamente sull’efficienza e sull’ottimizzazione. Ciò rischia di trascurare le più ampie dimensioni ecologiche ed etiche dello sviluppo urbano”.
Secondo Foth, è necessario ripensare il ruolo delle città intelligenti nel promuovere futuri più desiderabili per gli esseri umani e per il pianeta, e per farlo è necessario passare per un cambiamento di paradigma radicale che superi i modelli orientati all’efficienza tanto quanto gli approcci antropocentrici, o human-centered, tanto di moda nella teoria urbanistica.
Secondo Foth, infatti,
“Le affermazioni di sostenibilità delle smart cities sono, nella migliore delle ipotesi, mero greenwashing e, nella peggiore, addirittura complici del contributo all’ecocidio planetario”.
La preoccupazione, quindi, è che l’agenda delle città intelligenti, se lasciata senza freni, ci distragga dall’attuare tre urgenti cambiamenti di paradigma necessari per città realmente sostenibili. Ma com’è possibile che le Smart Cities contribuiscano alla crisi climatica? Non è contrario a tutto quello che sappiamo sulle tecnologie urbane orientate alla sostenibilità?

Le Smart Cities contribuiscono all’ecocidio?
Sulla carta, una Smart City impiega reti di sensori IoT per il monitoraggio e la gestione ambientale, mira a integrare energie rinnovabili come l’eolico e il solare e a migliorare la pianificazione e la progettazione urbana attraverso l’informatica urbana e i gemelli digitali che consentono un processo decisionale basato sui dati. Eppure, questo non porterà necessariamente ad avere città sostenibili:
“La loro forte dipendenza dal tecnocentrismo, il loro radicamento nelle economie di mercato commerciali a scopo di lucro e neoliberiste, e la loro incapacità di sintonizzarsi con le complesse interconnessioni con gli ecosistemi naturali fanno sì che la maggior parte delle implementazioni di città intelligenti contribuiscano ad accelerare, anziché arrestare e prevenire, l’ecocidio planetario”,
si legge nell’articolo.
Per dimostrare la sua tesi, l’autore affronta le relazioni tra le Smart Cities e tre aspetti cruciali della loro attuale definizione: l’efficienza, la scienza urbana e il concetto di progettazione human-centered. L’idea di efficienza è un esempio lampante del rischio profilato da Foth: oltre al fatto che potrebbe avere conseguenze indesiderate, come la riduzione delle opportunità di incontri fortuiti e una generale mancanza d’innovazione, l’efficienza propugnata dai venditori di tecnologia non può sottrarsi alle aspettative di crescita neoliberale che guidano i modelli di consumo umano nelle città. In sostanza, non può tradursi in una riduzione dell’impatto umano sul pianeta.
Oltre la scienza urbana e la centralità dell’uomo
Altri concetti da mettere in discussione, secondo Foth, sono quelli di Urban Science e design incentrato sull’uomo (human-centered). L’idea di applicare metodi computazionali, basati sui dati e scientifici per comprendere, modellare e migliorare i sistemi urbani ha senz’altro radici positive, ma si scontra con limitazioni sistemiche, “come la discutibile convinzione che la razionalità strumentale, i metodi quantitativi e l’automazione tecnologica possano risolvere tutti i problemi delle città”.
L’uso di Digital Twins per il monitoraggio ambientale, per esempio, potrebbe indurre i decisori a fare eccessivo affidamento su soluzioni tecnologiche, come le dashboard cittadine, senza comprendere appieno le complesse dinamiche degli habitat urbani e degli ecosistemi naturali, e mettendo da parte forme di conoscenza fondamentali come la ricerca qualitativa.
Quanto al design incentrato sull’umano, Foth indica due aree particolarmente problematiche: la prima è il rischio di una mera rappresentazione teatrale e simbolica del coinvolgimento della comunità nell’applicazione di metodi partecipativi e di co-progettazione; la seconda è la necessità di affrontare lo stesso concetto di “human-centered”, che spesso presuppone che gli interessi e i bisogni umani abbiano la precedenza su tutte le altre specie e sull’ambiente, trascurando l’interconnessione degli ecosistemi urbani e sminuendo l’importanza della coesistenza con gli esseri non umani. Un approccio “More-than-Human”, capace di riconoscere le diverse entità che contribuiscono agli ecosistemi urbani, “ha il potenziale per promuovere una vera sostenibilità, favorire la giustizia ambientale e creare ambienti urbani che diano priorità al benessere sia degli esseri umani che degli altri organismi”.

I tre paradigmi da superare per città intelligenti realmente sostenibili
Oggi le città si trovano a un bivio, e gli interessi di molti attori del settore industriale e governativo, spiega Foth, “li spingono a mantenere lo status quo per poter proseguire con le proprie aspirazioni di crescita e profitto neoliberiste”. Perciò spesso le soluzioni di sostenibilità proposte sono puramente simboliche, o scaricano le responsabilità sui cittadini e sulle loro scelte di consumo.
L’autore propone quindi tre cambiamenti cruciali che richiedono tutta la nostra attenzione e un impegno deciso:
- Superare i modelli orientati all’efficienza per esplorare approcci positivi per la natura e il clima, che richiedono riforme sistemiche nei quadri normativi, economici e di governance. A guidare questa transizione, l’etica relazionale e i principi dell’etica della custodia tipici dei sistemi di governo delle società indigene australiane, che ci spingono a “contemplare lo sviluppo delle città nei prossimi 10.000 anni, con l’obiettivo che gli esseri umani progettino e abitino le città come buoni antenati per le future generazioni, sia umane che non umane”;
- Conciliare la scienza urbana positivista con le epistemologie costruttiviste negli studi urbani, con l’obiettivo di rafforzare il valore delle conoscenze locali e indigene nella creazione di una governance urbana più inclusiva, giusta e sensibile al contesto;
- Passare da una progettazione antropocentrica a una progettazione che consideri fondamentale tutto ciò che è “più che umano” (more-than-human) per una sostenibilità urbana olistica. Un paradigma postumano, sottolinea l’autore, ci spinge a contribuire attivamente alla cura, alla gestione e al benessere degli ecosistemi, della biodiversità e del pianeta.
“Il percorso verso città realmente intelligenti e sostenibili richiede non solo abilità tecnologiche, ma anche un profondo cambiamento di mentalità, che riconosca l’interconnessione di tutti gli elementi dell’ecosistema urbano e aspiri a creare città che prosperino per le generazioni a venire”,
conclude Foth.
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