Estendere la valutazione dell’impronta di carbonio alla progettazione dei giardini: lo studio polacco di Margot Dudkiewicz-Pietrzyk

Parchi e giardini fanno bene all’ambiente. È naturale pensare che sia così. Eppure, il verde cittadino non è climaticamente neutro: costruire un giardino e mantenerlo implica l’emissione di gas serra; perciò, esattamente come avviene per gli edifici, dovremmo iniziare a prendere in considerazione la loro impronta di carbonio e integrarla nei processi decisionali. Anche perché, come emerge da uno studio di Margot Dudkiewicz-Pietrzyk del Dipartimento di Architettura del Paesaggio dell’Università di Scienze della Vita di Lublino, la costruzione di un giardino tradizionale può generare tonnellate di CO2 equivalente.
Analisi del ciclo intero di vita di un giardino
Quando si analizza il ciclo di vita degli edifici, si distinguono due componenti fondamentali dell’impronta di carbonio: quella operativa e quella incorporata, nota anche come embodied footprint. L’impronta operativa comprende le emissioni associate all’uso di un edificio, per esempio il riscaldamento e l’illuminazione, e storicamente ha costituito la quota dominante delle emissioni totali. Con il progressivo miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici e il sempre più frequente ricorso a fonti di energia rinnovabili, però, il peso specifico dell’impronta operativa sta diminuendo in favore di quella incorporata, che riguarda le emissioni derivanti dall’estrazione delle materie prime, dalla produzione dei materiali (a cominciare dal cemento), dal trasporto e dai processi di costruzione.
Come si legge nello studio di Margot Dudkiewicz-Pietrzyk recentemente pubblicato sulla rivista Sustainability, anche le emissioni dei giardini possono essere divise in operative e incorporate. Anche se giardini e spazi verdi sono percepiti come positivi per l’ambiente, infatti, la loro realizzazione e manutenzione comportano l’emissione di gas serra. Come spiega Dudkiewicz-Pietrzyk,
“Il carbonio incorporato di un giardino comprende le emissioni associate alla preparazione del sito, alla produzione e al trasporto di materiali (come superfici, piccoli elementi architettonici o substrati), nonché alla produzione di materiale vegetale. Un fattore importante è anche il disturbo del suolo e la rimozione della vegetazione esistente, che può portare al rilascio di carbonio organico precedentemente immagazzinato. Il carbonio operativo di un giardino è associato alla sua manutenzione e comprende, tra le altre, lo sfalcio, l’irrigazione, la fertilizzazione e altre attività di manutenzione”.
C’è però una differenza sostanziale tra l’ambiente costruito e i giardini: questi ultimi, infatti, possono sequestrare il carbonio attraverso l’accumulo di biomassa e materia organica nel suolo, cosa che va tenuta in debita considerazione nell’analisi del ciclo di vita e nel bilancio netto di carbonio.

Come si calcola l’impronta di carbonio di un giardino privato?
Lo studio prende in considerazione diversi tipi di verde urbano: giardini privati, parchi urbani, verde stradale e roof garden. Particolarmente interessante è l’analisi dell’impronta di carbonio dei giardini privati, che permette di calare formule e calcoli in una dimensione pratica e semplice da visualizzare. L’autrice prende in considerazione un giardino abbastanza tipico, con una superficie di 500 m² così divisa: 200 m² di prato, 150 di aiuole perenni e arbustive, 100 di superficie minerale, 30 m² di terrazza in legno e 20 di vialetto in lastre prefabbricate in cemento. A livello di piantumazione, si considerano 5 alberi decidui, 25 arbusti e 200 piante perenni e graminacee ornamentali.
Per calcolare l’impronta di carbonio, però, andranno considerati anche altri fattori: i materiali necessari per la costruzione (inclusi terriccio e pacciame) e il modello operativo ipotizzato per la gestione del giardino, che in questo caso prevede lo sfalcio del prato con un tosaerba a benzina, un’irrigazione moderata, nessun utilizzo di fertilizzanti minerali e un parziale compostaggio in loco della biomassa. A partire da questi dati,
“La metodologia di calcolo si basa su quattro componenti: le emissioni iniziali associate alla costruzione, le emissioni annuali derivanti dall’uso, il potenziale di sequestro di CO2 da parte della vegetazione e del suolo e il bilancio totale analizzato nel primo anno di esercizio e su un orizzonte di 20 anni”.
Le (sorprendenti) emissioni di un giardino tradizionale
Il calcolo delle emissioni di un giardino inizia da quelle associate alla sua costruzione, su cui pesano ovviamente i materiali utilizzati: nel caso analizzato, il percorso con solette in cemento implica l’emissione di 700 kg CO2e, mentre la superficie minerale di 100 m² genera circa 1200 kg CO2e e la piccola terrazza in legno circa 450 (senza tenere conto dello stoccaggio di carbonio nel materiale).
Il trasporto e l’applicazione di terriccio, inerti e pacciame generano un totale di 444 chili di CO2 equivalente. La produzione e il trasporto di piante, inoltre, pesano per circa 350 kg di CO2e. In totale le emissioni iniziali per la costruzione di un giardino del genere ammontano a circa 3,4 tonnellate di CO2 equivalente.
Nella fase operativa, spiega Dudkiewicz-Pietrzyk, le emissioni sono molto inferiori ma di natura ricorrente:
“Tagliare un prato di 200 m² con un rasaerba a benzina (circa 20 cicli all’anno) genera circa 40 kg di CO2e all’anno. L’irrigazione, compresi i consumi di acqua ed energia, rappresenta circa 25 kg di CO2e all’anno, mentre le attività di manutenzione ordinaria e l’utilizzo di piccole attrezzature contribuiscono a circa 20 kg di CO2e. Le emissioni aggiuntive associate al rifornimento di materiale e al reimpianto minore ammontano a circa 30 kg CO2e all’anno. Allo stesso tempo, il compostaggio parziale in loco della biomassa riduce le emissioni di circa 15 kg di CO2 all’anno. Di conseguenza, le emissioni totali legate alla gestione del giardino ammontano a circa 100 kg di CO2 e all’anno”.
Va infine analizzata la capacità della vegetazione di assorbire carbonio: in questo caso, 5 giovani alberi decidui assorbono complessivamente circa 90 kg di CO2 all’anno, le aiuole ne legano circa 53 chili e il prato circa 20 chili, per un totale di 163 chili l’anno. Questo specifico giardino, quindi, impiega 54 anni per compensare le emissioni legate alla sua costruzione.

Giardino tradizionale Vs. approccio naturalistico
Come sottolinea l’autrice, un giardino così pensato mostra un’impronta iniziale piuttosto elevata, ma bastano poche sostanziali modifiche per abbassare sensibilmente il suo impatto: riducendo l’area dei percorsi in lastre di cemento da 20 a 8 m², limitando il prato a 100 m², estendendo l’area delle aiuole e delle piantagioni, utilizzando superfici permeabili con costruzione più leggera e riducendo le emissioni operative sostituendo il tosaerba a benzina con un dispositivo elettrico, si possono ridurre le emissioni iniziali a 2,5 t di CO2e, mentre il bilancio netto annuo di sequestro potrebbe aumentare a circa 180-250 kg di CO2. Questo ridurrebbe il tempo di compensazione a circa 10-15 anni o, in ipotesi più prudenti, a vent’anni.
Un altro aspetto che può contribuire alla sostenibilità di un giardino è legato all’approccio. Gli stessi 500 m² possono essere progettati in maniera tradizionale, come il giardino analizzato sopra, oppure seguire un’impostazione più naturalistica:
“La variante naturalistica, presupponendo una riduzione della superficie erbosa (100 m²), una riduzione delle superfici, un aumento della superficie aiuole (230 m²) e un numero maggiore di alberi (8), ottiene emissioni iniziali inferiori (circa 2,56 t CO2e), dimostrando allo stesso tempo un potenziale di sequestro significativamente più elevato (circa 277 kg CO2 /anno) ed emissioni operative inferiori (circa 53 kg CO2 e/anno). Di conseguenza, il bilancio positivo annuo ammonta a circa 224 kg di CO2 e il tempo di compensazione si riduce a circa 11–12 anni; inoltre, nell’arco di 20 anni, il giardino raggiunge un bilancio totale negativo (circa −1,92 t CO2 e), diventando un pozzo di assorbimento netto”.
I fattori chiave per ridurre l’impronta dei giardini, quindi, sono: limitare i materiali ad alte emissioni (in particolare cemento e strutture), ridurre l’area del prato gestito in modo intensivo a favore, ad esempio, della vegetazione di copertura del suolo, aumentare la quota di vegetazione perenne durevole e ridurre al minimo gli input operativi progettando giardini con minori requisiti di manutenzione. Ma questo è solo il primo capitolo di un nuovo modo di guardare al verde urbano. La ricerca futura, conclude l’autrice, dovrebbe concentrarsi sulla valutazione quantitativa degli indicatori proposti, sulla loro sperimentazione su diverse tipologie di giardini e sulla loro integrazione con strumenti di valutazione ambientale esistenti come l’LCA.
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