Oltre l’estetica: l’architettura del paesaggio come strumento per ricucire la trama della vita e proteggere le specie attraverso il design

Da esteta del paesaggio a custode dei processi ecologici: in un’epoca segnata da una crisi ambientale senza precedenti, l’architetto paesaggista è chiamato a progettare per la biodiversità, a ricucire la trama della vita disegnando non semplici spazi verdi, ma habitat resilienti capaci di rigenerare gli ecosistemi al confine tra natura e comunità umane.
Non possiamo però pretendere che gli architetti del paesaggio diventino esperti di ecologia. Perciò l’American Society of Landscape Architects (ASLA) ha da poco pubblicato un breve manuale operativo che condensa indicazioni e passaggi concreti di una progettazione consapevole mirata alla conservazione e al miglioramento degli habitat naturali.
Progettare per la biodiversità, il nuovo paradigma del paesaggio
Le statistiche del Living Planet Report 2024 del WWF sono impressionanti: dal 1970 al 2020 le popolazioni di fauna selvatica sono diminuite in media del 73%, due terzi delle piante terrestri sono a rischio di estinzione e il numero degli animali allevati supera di 11 volte quello di mammiferi e uccelli selvatici. Le principali cause di questo declino, responsabili da sole per oltre il 50% della perdita di biodiversità a livello globale, sono la perdita/degradazione degli habitat naturali e il sovrasfruttamento (soprattutto per quanto riguarda le specie marine).
L’architettura del paesaggio, in questo contesto, può assumere un ruolo centrale. Come si legge nel manuale “Biodiversity Primer for Landscape Architects: Essential Knowledge to Inform Meaningful Action”,
“Ogni volta che diamo forma al territorio, influenziamo la biodiversità. (…) Gli architetti paesaggisti hanno il compito di proteggere, conservare, valorizzare, ripristinare e gestire i paesaggi a tutte le scale per ottenere un effetto positivo sulla biodiversità”.
Come ha spiegato Aida Curtis, Presidente del Comitato d’Azione per il Clima e la Biodiversità dell’ASLA e Presidente dello Studio di Design Curtis + Rogers di Miami,
“La perdita di biodiversità in tutto il mondo continua ad accelerare. Dobbiamo adottare rapidamente metodi migliori per progettare e gestire i paesaggi e fare la nostra parte per raggiungere gli obiettivi globali del 2030”.
Il manuale, che offre indicazioni pratiche applicabili a qualunque progetto, nasce da quest’urgenza. E guida gli architetti verso una risposta alla domanda fondamentale: “Come posso avere un impatto positivo sulla biodiversità attraverso il mio lavoro?”.

Il ruolo degli architetti: agevolare al meglio l’incontro tra uomo e natura
Progettare per la biodiversità significa, innanzitutto, acquisire la consapevolezza derivante da alcune informazioni di base che non sempre rientrano nella formazione tecnica degli architetti paesaggisti. Il concetto di biodiversità va molto al di là della presenza di piante e fiori nei progetti. La biodiversità, si legge nel manuale, è un sistema complesso di condizioni e organismi viventi interconnessi. Perciò una progettazione responsabile non può limitarsi a tetti verdi e micro-parchi urbani.
Quando si progetta per la biodiversità, è necessario ridurre al minimo la frammentazione degli habitat, ma anche proteggere e ripristinare la salute e la funzione del suolo, sostenere le comunità vegetali autoctone e l’habitat di fauna e funghi autoctoni, migliorare le reti trofiche delle specie.
La tavolozza a disposizione dei paesaggisti è terribilmente potente: piante, suolo e acqua – esattamente gli elementi costitutivi di habitat ed ecosistemi. Gli architetti, inoltre, hanno sempre più spesso il ruolo di creare connessioni tra la comunità umana e la natura:
“Le persone sperimentano sempre di più la natura attraverso incontri nell’ambiente urbano. Come architetti paesaggisti, abbiamo l’opportunità e la responsabilità di aumentare la consapevolezza e il dialogo attraverso il nostro lavoro”,
si legge nel manuale. Ciò significa, tra le altre cose, prendere decisioni consapevoli, supportare i processi ecologici (per esempio la percolazione dell’acqua, la fissazione del carbonio e il ciclo dei nutrienti nei suoli) tramite la progettazione e cambiare sensibilmente atteggiamento nei confronti delle piante, che vanno considerate non più come elementi di una composizione estetica, ma come habitat. Perciò bisogna dare priorità alle specie autoctone, e comprendere che il “danno” causato da insetti e animali che si nutrono della vegetazione è segno di un ecosistema funzionale.
Conservare, migliorare, ripristinare: la triade alla base dell’azione climatica
Il manuale dell’ASLA, dicevamo, ha un’impostazione decisamente pragmatica. E introduce tre obiettivi fondamentali da considerare in fase di progettazione. Il primo di questi capisaldi è conservare, ovvero prevenire lo sfruttamento degli ecosistemi in questione evitando di interferire con gli habitat esistenti e dando la giusta attenzione alla gestione del rischio, che va dalle minacce delle specie invasive all’aumento di eventi meteorologici estremi.
Bisogna poi migliorare le condizioni degli ecosistemi degradati e ripristinare, cioè contribuire al recupero di questi ecosistemi, abbracciando un “imperativo di progettazione” votato alla mitigazione dell’impronta ecologica del progetto e alla ricerca di soluzioni capaci di rispondere agli impatti dei cambiamenti climatici. Il lavoro degli architetti del paesaggio, in sostanza, dovrebbe allinearsi agli obiettivi globali che collegano l’azione per il clima e la protezione della biodiversità. Come si legge nel documento,
“Gli architetti paesaggisti non devono essere esperti in ecologia, ma dovrebbero avere una conoscenza sufficiente a coinvolgere il giusto gruppo di esperti per informare la progettazione. I collaboratori potrebbero includere ecologi, scienziati delle risorse naturali, geologi, biologi, geomorfologi fluviali…”.
Progettare in maniera consapevole significa anche riconoscere che gli impatti climatici e il degrado ambientale si avvertono più spesso nelle comunità svantaggiate: i paesaggisti, si legge, dovrebbero chiedersi non solo chi ottiene cosa, ma anche come vengono prese le decisioni, quali voci vengono incluse e come i danni passati possono essere riconosciuti e riparati.

Ecologia del paesaggio: l’architettura degli habitat contemporanei
I principi fondamentali per la pianificazione e la progettazione di un paesaggio positivo per la biodiversità sono quelli propri dell’ecologia del paesaggio, che considera i landscapes come parte di un più ampio sistema di modelli e processi interconnessi. Per gli architetti paesaggisti, i principi fondamentali cui fare riferimento sono:
- I paesaggi come mosaici fatti di patches – cioè unità minime strutturali come possono essere un bosco, un prato o un lago – corridoi e matrici. Le forme del terreno, la vegetazione, i suoli e l’idrologia di un progetto possono interferire con le funzioni ecologiche dell’area oppure fornire un tessuto connettivo o un pezzo di habitat che supporti il movimento delle specie autoctone attraverso il paesaggio più ampio;
- I diversi livelli di scala: i processi ecologici operano su più scale, che vanno dalla varietà dei tipi di habitat alla loro funzione, che riguarda ruoli e interazioni ecologiche tra le diverse aree. Quando si progetta bisogna considerare come il progetto possa contribuire all’espansione degli habitat e come possa, per esempio, influire sulla salute dei bacini idrici;
- La qualità e la connettività degli habitat: il manuale suggerisce di “andare oltre le liste di piantumazione” e considerare invece come ogni progetto possa influenzare il microclima, le condizioni del suolo, l’idrologia e i processi degli ecosistemi di riferimento. Nel momento in cui si interviene su un habitat, quindi, vanno considerate certo le sue dimensioni, ma anche la sua qualità e la sua connettività con sistemi più ampi;
- La pianificazione del cambiamento: incendi, inondazioni e siccità sono processi naturali che modellano i paesaggi. Gli architetti dovrebbero “pianificare il cambiamento”, cioè considerare come i paesaggi, i loro suoli e le loro piante possono essere influenzati da processi di disturbo e poi riprendersi.
Se allineati con questi principi, anche progetti su piccola scala possono apportare contributi significativi.
Le metriche sulla biodiversità e la gestione adattativa dei siti
Tra gli strumenti più utili a disposizione dei paesaggisti ci sono le metriche sulla biodiversità, che permettono di valutare l’impatto degli interventi progettuali e prendere decisioni basate sulla scienza.
“Definire numeri per un sistema vivente è intrinsecamente complesso”,
si legge nel manuale: la biodiversità non può essere misurata con precisione, ma è altrettanto vero che le metriche sono utili per ispirare il lavoro degli architetti.
I dati acquisiscono un valore centrale nel momento in cui si realizza che il monitoraggio è l’unico modo per valutare l’efficacia di un intervento e che la gestione di un sito è importante tanto quanto la sua progettazione. Le metriche, inoltre, aiutano a vedere quello che è nascosto agli occhi di architetti e comunità: la misurazione delle specie floreali e faunistiche aiuta a sensibilizzare su forme di vita che potrebbero essere trascurate.
Prima di iniziare un qualunque progetto, quindi, è importante analizzare i potenziali impatti sulla biodiversità a tutti i livelli e raccogliere dati che serviranno a informare la progettazione e a valutare la sua efficacia nel tempo. Stabilire un piano di monitoraggio, in questo senso, è cruciale. Gli ecosistemi, come i singoli habitat, sono in continua evoluzione: non si tratta quindi di costruire uno spazio perfetto qui e ora, ma di “guidare un processo reattivo”. Di interagire con il mondo naturale riconoscendone l’intrinseca incertezza. In una parola: adattarsi alla natura che cambia.
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