Due indagini parallele sui 15 minute park, i parchi urbani “tascabili” al centro dell’esperimento lanciato nel 2023 dalla Bangkok Metropolitan Administration

Quando le città crescono molto velocemente e in maniera non pianificata, gli spazi verdi sono i primi a farne le spese. La densità della popolazione aumenta, le vie di comunicazione si fanno sempre più trafficate, palazzi e grandi centri commerciali reclamano sempre più spazio. A Bangkok, per esempio, l’espansione edilizia sfrenata ha consumato terreni preziosi, e la città ha dovuto rinunciare a molti dei canali che un tempo l’attraversavano per costruire strade e infrastrutture.
La capitale della Thailandia è oggi una delle megalopoli del Sud-est asiatico con il minore rapporto di spazi verdi pro capite, una delle città in cui il problema del verde pubblico è diventato più critico. Perciò l’amministrazione ha deciso di “inondare” le aree urbane di piccolissimi parchi, con l’obiettivo di mettere a disposizione di tutti i cittadini uno spazio verde a meno di 15 minuti da casa. Ma questi parchi “tascabili” possono davvero migliorare la qualità della vita degli abitanti di Bangkok? A due anni dall’avvio dell’esperimento, iniziano ad arrivare le prime importanti risposte.
Bangkok, una grande metropoli tropicale in cerca di oasi verdi
Un tempo, a Bangkok, la natura era ovunque: la vita della città correva tra i canali, i khlong, che ancora oggi ospitano caratteristici mercati galleggianti e importanti vie di comunicazione cittadine. I paesaggi dell’antico villaggio portuale di Bang Makok, poi, hanno lasciato spazio a centri commerciali, grattacieli e grosse arterie stradali che sono tra le più trafficate del mondo.
Oggi Bangkok è una megalopoli da quasi 10 milioni di abitanti, uno dei centri economici più importanti del Sud-est asiatico. La massiccia urbanizzazione avviata negli anni Settanta, però, ha eroso lo spazio pubblico e allontanato la natura dall’esperienza quotidiana dei cittadini.
I residenti di Bangkok, spiegano i ricercatori dello Stockholm Environment Institute (SEI), hanno accesso ad appena 7,6 metri quadrati di spazio verde a testa – una cifra ben al di sotto del minimo raccomandato dall’OMS, pari a 9 metri quadrati. Il tutto in un’area densamente popolata che conosce bene sia lo stress climatico sia la disparità di accesso ai servizi pubblici.
La città ha bisogno di oasi verdi che riescano a interrompere quel flusso costante di edifici e cemento che comprime gli orizzonti delle persone che la abitano. Così, nel 2023, la Bangkok Metropolitan Administration (BMA) ha lanciato l’iniziativa “15 Minute Park“: l’obiettivo è costruire 500 parchi tascabili (pocket parks) nei diversi quartieri della città in modo che tutti i residenti abbiano a disposizione uno spazio verde a meno di 800 metri da casa entro il 2026.
A due anni dall’avvio del progetto, i 15 minute park operativi a Bangkok sono già 196. È quindi possibile raccogliere dati sul campo che permettano di dare una risposta a una domanda tutt’altro che scontata: un piccolissimo parco a 15 minuti da ogni casa può davvero migliorare la salute urbana e la qualità della vita dei cittadini?

Piccoli parchi, grandi lezioni: l’indagine dello Stockholm Environment Institute
Alla fine del 2024, i ricercatori del SEI York Steve Cinderby e Rachel Pateman sono arrivati a Bangkok per collaborare con la sezione locale del SEI e con l’Urban Design and Development Centre (UDDC). La loro missione: “Valutare in che modo diverse tipologie di parchi tascabili potessero essere utili alle diverse comunità della città”.
Dopo anni di sottovalutazione delle infrastrutture verdi, investimenti insufficienti, ritardi nella pianificazione climatica e una pandemia che ha messo in luce profonde disuguaglianze, spiegano, molte città stanno tentando di recuperare il tempo perduto piazzando piccoli parchi di prossimità nei quartieri più popolosi. Esperimenti del genere sono già stati avviati a Singapore, in Messico, in Australia e in diversi Paesi europei. A questo punto però diventa inevitabile chiedersi: come vengono usati questi piccoli spazi verdi compatti e integrati nei quartieri? E possono davvero i 15 minute park migliorare salute e benessere dei cittadini?
I ricercatori dello Stockholm Environment Institute hanno quindi selezionato 5 “pocket parks” di Bangkok, molto diversi tra loro per collocazione e caratteristiche: un molo, una tranquilla zona residenziale, una zona umida, un piccolo appezzamento dominato da un’autostrada sopraelevata e uno spazio verde incastonato tra grattacieli e centri commerciali. Queste differenze, spiegano, influenzano chiaramente l’utenza dei parchi, ma anche come vengono utilizzati e quanto. I 15 minute park, insomma, non sono tutti uguali.
I pocket park sono parte dell’infrastruttura sociale della città asiatica
Il contrasto maggiore, spiegano i ricercatori, è tra i parchi che incoraggiano l’attività fisica e quelli invece usati per socializzare e rilassarsi. I parchi che fungono da aree pedonali e arterie di comunicazione (come il pocket park sotto l’autostrada e quello della zona commerciale) incoraggiano principalmente l’esercizio fisico, dalle passeggiate all’uso di attrezzatura per il fitness, ma attirano anche i bambini per il gioco all’aperto. I parchi “finali” come quello del molo, al contrario, sono naturalmente legati a soggiorni più lunghi e sono usati soprattutto per socializzare.
La progettazione e la posizione, è già chiaro, influenzano sia l’utilizzo che i beneficiari di questi spazi verdi urbani:
“Questi piccoli parchi non sono spazi “di destinazione”, ma risorse della comunità locale”,
spiega il Professor Cinderby. In ambienti urbani così congestionati e trafficati, i parchi diventano parte dell’infrastruttura sociale della città. Perciò è fondamentale imparare a progettare correttamente questi spazi, perché il modo in cui le persone utilizzano un parco dipende soprattutto da come questo si inserisce nella loro vita quotidiana.
L’indagine del SEI sui 15 minute park di Bangkok è appena iniziata: nel prossimo futuro i ricercatori esploreranno come gli utenti percepiscono questi parchi tascabili e se ci sono differenze misurabili nel benessere di utenti e non utenti delle oasi verdi.

Le dimensioni contano: lo studio thailandese
L’esperimento di Bangkok ha ovviamente attirato l’interesse di altri studiosi. I ricercatori della Kasetsart University, per esempio, hanno affrontato la questione in maniera più diretta, ponendo la questione forse cruciale: la semplice prossimità dei parchi è davvero sufficiente a migliorare il benessere dei cittadini?
L’adozione sempre più diffusa di politiche basate sulla prossimità degli spazi verdi, spiegano, si concentra inevitabilmente su parchi molto piccoli come i pocket parks, che occupano meno spazio di un campo da calcio – soprattutto in città densamente popolate come Bangkok. Lo studio pubblicato la scorsa estate sulla rivista Sustainability, però, sembra mettere già in dubbio l’assunto per cui la vicinanza a un parco sia benefica a prescindere dalle sue dimensioni e caratteristiche.
Innanzitutto, vanno considerate le specificità della città:
“Il clima tropicale di Bangkok, con calore e umidità estremi, crea barriere uniche alle attività all’aperto che possono alterare il modo in cui la prossimità influenza l’uso del parco. Le preferenze culturali per gli spazi climatizzati, le preoccupazioni per l’inquinamento atmosferico e le infrastrutture pedonali limitate complicano ulteriormente la presunta relazione tra vivere vicino a un parco e utilizzarlo effettivamente”,
si legge nello studio.
Le strategie di adattamento al clima, qui, sono fondamentali: un parco molto piccolo non può ospitare padiglioni coperti, sistemi di ombreggiatura e giochi d’acqua che incoraggino la permanenza nelle ore più calde e umide della giornata. Ma non è l’unico motivo per cui un parco tascabile vicino a ogni casa potrebbe non essere sufficiente.
Perché i 15 minute park potrebbero non bastare
Come spiegano gli autori dello studio, bisogna considerare anche altri fattori, per esempio il fatto che i benefici per la salute mentale derivanti dall’esposizione alla natura “richiedono opportunità di recupero psicologico, che dipendono da ambienti naturali immersivi, tranquillità e una percezione di fuga dagli stress urbani” che i parchi tascabili raramente possono garantire. Oppure il fatto che un parco più grande può ospitare piste da jogging, campi sportivi e aree attrezzate adatte a diversi tipi di attività outdoor, mentre in un pocket park possono addirittura sorgere conflitti tra diversi gruppi di utenti. Qui, si legge nella ricerca, “i bambini che vogliono giocare e gli adulti che cercano uno spazio tranquillo per rilassarsi” potrebbero semplicemente non avere abbastanza spazio.
Le risposte fornite dai 615 cittadini intervistati offrono un quadro già piuttosto chiaro: la vicinanza ai community park (tra 5 e 20 ettari) mostra la più forte associazione con l’attività fisica e il benessere psicologico, mentre i parchi “tascabili” non sembrano migliorare in alcun modo la percezione dei cittadini. I parchi più frequentati, in ogni caso, sono quelli posizionati in quartieri percorribili a piedi: l’impatto degli spazi verdi sulla salute non dipende soltanto dalla vicinanza, ma anche dalle dimensioni del parco, dalle sue strutture e dal contesto in cui è inserito.
“Al di sotto di una certa soglia di dimensioni e servizi, la prossimità dei parchi non si traduce in benefici misurabili per la salute”,
si legge nella ricerca. Lo sforzo di Bangkok nella proliferazione di piccoli spazi verdi, quindi, potrebbe generare meno benefici di quanto ci si aspettasse. Eppure, questo esperimento urbano ha già dimostrato di poterci insegnare molto sulla progettazione dei parchi.
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