Come un nuovo approccio alla pianificazione può trasformare i corsi d’acqua degradati in centri di ripristino degli habitat acquatici

Sepolta nel cemento delle nostre città si nasconde una delle sfide ambientali più urgenti del nostro tempo. Spesso ridotti a canali artificiali o stipati sotto strati di asfalto, i corsi d’acqua urbani custodiscono in realtà la chiave per rispondere a una crisi globale silenziosa ma devastante: il collasso degli ecosistemi d’acqua dolce.
Un recente studio internazionale ribalta la prospettiva classica della pianificazione urbana: se finora le città sono state i principali motori di questo degrado, oggi la ricerca scientifica dimostra che proprio i tessuti urbani possono diventare i mille cuori pulsanti di un impegno globale per il ripristino e il recupero degli ecosistemi di acqua dolce.
Crisi delle acque dolci: un’emergenza che chiama in causa il nostro abitare
Fiumi, laghi e zone umide occupano poco più del 2% della superficie terrestre, eppure ospitano quasi il 10% di tutte le specie animali conosciute e descritte. Gli ecosistemi di acqua dolce sono però anche tra i più minacciati: la perdita globale di zone umide procede a un tasso tre volte superiore a quello di deforestazione, e solo il 37% dei fiumi più lunghi del pianeta scorre ancora liberamente per tutta la sua lunghezza. Così, nel giro di pochi decenni, le popolazioni di vertebrati d’acqua dolce sono diminuite di circa l’84%. E i corsi d’acqua urbani sono al centro di questo rapido declino.
Come si legge in uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Environmental Planning and Management, le principali minacce a questi ecosistemi sono la perdita e il degrado degli habitat, l’inquinamento, la modifica del flusso idrologico, la frammentazione, i cambiamenti idroclimatici, il sovrasfruttamento e le specie acquatiche invasive – fattori di pericolo che inevitabilmente aumentano nel contesto urbano:
“Negli ambienti urbani, queste minacce persistenti ed emergenti si intensificano a causa del cambiamento concentrato dell’uso del suolo, dell’espansione delle infrastrutture e dell’alterazione idrologica”.
Secondo i ricercatori, ci troviamo nel pieno di una crisi della biodiversità delle acque dolci – una crisi che va affrontata anche con una pianificazione urbana consapevole. Anche se le nostre città ospitano alcuni dei fiumi, delle zone umide e degli stagni più degradati del mondo, spiegano i ricercatori, offrono anche enormi opportunità per proteggere e ripristinare la fauna selvatica di acqua dolce.

Ingegneria dei corsi d’acqua: l’illusione del controllo idrico
Le antiche civiltà, dall’Indo ai Maya, costruirono i loro insediamenti attorno all’acqua, lavorando con inondazioni, zone umide e flussi stagionali in modo da sostenere sia le persone che la natura. Poi, spiegano i ricercatori,
“Con l’avvento dell’industrializzazione e della pianificazione moderna, furono costruite pianure alluvionali, i fiumi furono raddrizzati, i corsi d’acqua sepolti e sempre più progettati per spostare l’acqua attraverso le città piuttosto che per sostenere la fauna selvatica”.
Le città di oggi sono state progettate pensando alle persone. In questo approccio occidentale e antropocentrico alla pianificazione si è data priorità agli alloggi, ai trasporti, alla crescita economica rispetto all’integrazione di soluzioni di progettazione ecologica meno redditizie nel breve termine.
Un esempio classico di come questo impatta sulla biodiversità delle acque dolci è dato dalla rimozione delle acque piovane urbane, una priorità assoluta per prevenire allagamenti e danni alle proprietà. L’esigenza di proteggersi dall’acqua ha però portato a una dipendenza dall’impermeabilizzazione del terreno, che a sua volta riduce la ricarica delle falde acquifere, facilita le inondazioni e contribuisce all’inquinamento termico e all’aumento delle concentrazioni di nutrienti e metalli provenienti dal deflusso superficiale.
Il risultato è che oggi molti corsi d’acqua urbani sono degradati, le specie di acqua dolce continuano a diminuire e intere città si ritrovano più vulnerabili alle inondazioni, alle ondate di caldo e alla scarsità d’acqua dovute al clima. Ed è soprattutto alla luce di questi esiti ormai conclamati che la pianificazione urbana sta iniziando ad abbracciare un nuovo approccio.

Il ruolo della pianificazione urbana
Un tempo, nel centro di Seoul, un’autostrada copriva un ruscello urbano sepolto. Come ricordano i ricercatori in un articolo su The Conversation, oggi quello stesso tratto è stato scoperto – un processo noto come daylighting – e questo fiume ospita piante, pesci e insetti. L’acqua corrente rinfresca la città in estate e attira decine di migliaia di persone ogni giorno, stimolando l’economia locale e il benessere della comunità.
Trasformazioni simili stanno avvenendo altrove. Lo studio prende in considerazione alcuni casi specifici, tra cui la ricostruzione di habitat fluviali e zone umide a Christchurch, in Nuova Zelanda, e l’integrazione di sistemi di raccolta delle acque piovane basati sulla natura a Vancouver, in Canada. Ognuno di questi grandi progetti ha evidenziato delle sfide critiche nella pianificazione delle acque urbane, ma ha anche permesso di apprendere importanti lezioni.
In città come Breda, Los Angeles e Nanchino, spiegano,
“I pianificatori non lavorano da soli. I residenti locali e le comunità indigene, gli ecologisti, gli ingegneri e persino le scuole sono spesso coinvolti fin dall’inizio. Insieme, apportano conoscenze diverse del contesto locale e possono costruire una gestione ambientale condivisa”.
Il nuovo approccio si basa su una maggiore comprensione di come si comporta l’acqua e di come ciò modelli gli habitat urbani, in un processo di condivisione delle conoscenze che punti all’abbattimento delle barriere tra pianificazione, ecologia e ingegneria.
“Ci sono ancora grandi lacune in ciò che sappiamo. Di quanto spazio hanno realmente bisogno i fiumi urbani e come varia da luogo a luogo? Quali soluzioni basate sulla natura funzionano meglio nei diversi paesaggi? I pianificatori urbani possono contribuire a rispondere a queste domande imparando da ciò che funziona e utilizzando tale conoscenza per migliorare i risultati per la biodiversità delle acque dolci”,
concludono i ricercatori. Le città potrebbero diventare centri per il ripristino e il recupero dell’acqua dolce, piuttosto che i catalizzatori del declino.
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