Da isole di compensazione a laboratori di resilienza: nell’ultimo decennio, la progettazione ecologica è diventata il nuovo standard dei parchi urbani

I parchi urbani non sono più soltanto buffer ecologici o isole di compensazione che servono in qualche modo a mitigare l’impatto ambientale dell’urbanizzazione. Oggi, gli spazi verdi cittadini sono veri e propri laboratori di resilienza. Un recente studio condotto dalla Professoressa Iva Rechner Dika su oltre 200 progetti internazionali rivela una metamorfosi silenziosa quanto strutturale nell’approccio alla progettazione dei parchi: un tempo strettamente legata alla bonifica delle aree industriali dismesse, l’applicazione dei principi della progettazione ecologica è diventata una pratica quotidiana talmente diffusa e consolidata da divenire il linguaggio invisibile, ma onnipresente, dell’architettura del paesaggio contemporanea.
Progettazione ecologica dei parchi urbani: verso un nuovo paradigma?
L’approccio ecologico all’architettura del paesaggio è emerso in maniera prepotente con l’opera fondamentale di Ian McHarg, “Design with Nature”, pubblicata nel 1969. Da allora, la convinzione di dover progettare con la natura e non contro di essa ha messo profonde radici nella pianificazione dei parchi urbani. Negli ultimi decenni, questo principio generale si è declinato in pratiche consolidate come la progettazione sostenibile, l’edilizia verde, la progettazione per la biodiversità e quella eco-rivelatrice, che punta a svelare i processi ecologici e i fenomeni naturali di un sito integrandoli nella pianificazione. E, probabilmente, è diventato così integrato nella progettazione del paesaggio da rappresentare un nuovo paradigma.
Come si legge nello studio di Iva Rechner Dika pubblicato sulla rivista Sustainability,
“Nell’ultimo decennio, i principi di progettazione ecologica (EDP) si sono evoluti da un discorso ambizioso a una componente sempre più radicata nella pratica. Sebbene i progetti attuali dichiarino meno EDP rispetto al 2012, la loro influenza sulla composizione spaziale è diventata significativamente più pronunciata, indicando un passaggio dall’applicazione periferica all’integrazione progettuale”.
Insomma, la progettazione ecologica sta diventando un nuovo standard che non richiede precisazioni. E, anzi, sta evolvendo verso un approccio trasformativo che non punta più soltanto a minimizzare i danni, ma che intende “sostenere attivamente la vitalità dei sistemi viventi”.
Progettazione ecologica: oltre la bonifica delle aree industriali dismesse
Per il suo studio, la Professoressa Rechner Dika ha analizzato 224 parchi urbani in 37 Paesi del mondo, selezionati tra quelli pubblicati dalla piattaforma Landezine, riferimento di primo piano per quello che riguarda l’architettura del paesaggio. I progetti selezionati rispondono a tre criteri fondamentali: sono stati realizzati tra il 2015 e il 2025, sono etichettati come “parchi” e sono accompagnati da una spiegazione scritta.
La maggior parte dei progetti selezionati, spiega Rechner Dika, sono localizzati in Europa, in particolare in Germania (35), Svezia (16) e Danimarca (12). Australia e Nuova Zelanda contano 21 progetti, Canada e Stati Uniti 24, mentre la Cina si distingue nel contesto asiatico con ben 22 parchi analizzati. Il Sud America compare soltanto con tre parchi urbani, tutti localizzati in Cile. In Africa, purtroppo, non sono stati individuati esempi che rispettassero i criteri individuati per lo studio. L’indagine, tuttavia, può contare su un campione che comprende diversi contesti geografici, climatici e culturali.
Per meglio individuare le strategie ecologiche ricorrenti e la loro influenza sulla composizione del progetto, lo studio prende in particolare riferimento i parchi edificati su zone industriali dismesse (brownfield), al centro di uno studio del 2012, messi a confronto con quelli realizzati su terreni “vergini” o non industriali. Nella precedente ricerca, infatti, Rechner Dika aveva individuato nelle aree industriali dismesse un contesto in cui i principi ecologici potessero essere declinati in maniera più evidente.
Quel che si vuole capire, nel nuovo studio, è se i concetti di “bonifica” e “recupero” siano ancora oggi i fattori trainanti dell’approccio ecologico alla progettazione. La risposta, meno ovvia di quel che potrebbe sembrare, è no – i principi della progettazione ecologica, oggi, “vengono applicati con la stessa intensità anche in contesti urbani ordinari”. Come una consuetudine diffusa.

2015-2025, com’è cambiata la progettazione dei parchi urbani
L’analisi del 2012, spiega Rechner Dika, ha mostrato un numero complessivo più elevato di principi di progettazione ecologica dichiarati, soprattutto nei parchi realizzati sulle aree industriali dismesse. Oggi questi principi trovano minore enfasi nelle descrizioni dei progetti. Nel 2012, per esempio, solo il 31% dei parchi “brownfield” indicava meno di 5 principi di progettazione legati all’approccio ecologico.
Entrando nel merito di questi principi, l’indagine rivela diverse tendenze specifiche. Nel 2012, le intenzioni progettuali erano dominate da “progettazione di nuovi habitat” e “gestione delle acque piovane”, presenti nel 60% dei progetti, seguite da “ripristino ecologico” (53%) e “piantumazione di piante autoctone” (50%). Oggi l’importanza attribuita a questi aspetti sembra ridimensionata: la gestione delle acque piovane riguarda il 30% dei nuovi parchi, la creazione di habitat e la depurazione delle acque sono citati nel 17% dei progetti e la piantumazione autoctona è scesa fino al 14%.
“Questo calo potrebbe indicare che queste pratiche sono diventate standardizzate e integrate in strategie di progettazione più ampie”,
si legge nella ricerca. Contestualmente, sono emerse nuove priorità, come il coinvolgimento della comunità (17%), il riutilizzo dei materiali (10%), l’accesso pubblico alle sponde dei corsi d’acqua (12%) e un notevole aumento dei progetti con contenuti diversificati (30%).
Nelle descrizioni dei progetti, sono anche emersi nuovi principi di pianificazione ecologica che enfatizzano la resilienza, l’adattamento climatico, le infrastrutture verdi e la connettività tra ecosistemi, e che mostrano grande attenzione a soluzioni tecniche innovative. In sostanza, l’architettura del paesaggio sembra aver superato la sua funzione di mitigazione ambientale per abbracciare valori ecologici, sociali e culturali, come è nella sua natura di disciplina multiforme e transdisciplinare – una disciplina che l’autrice definisce “un’arte della guarigione”.

Dalla periferia del progetto all’integrazione strutturale
Nel 2012, si legge nello studio, l’influenza dei principi di progettazione ecologica sulla composizione complessiva del parco era minima, osservabile solo nel 4% dei progetti. All’epoca, insomma, questi principi erano “periferici”, erano cioè considerati ma non integrati nel complesso in maniera visibile o sostanziale. Nel 2025, prosegue l’autrice, si è verificato un cambiamento strutturale: oggi, oltre il 90% dei parchi ha ricevuto punteggi di composizione medio-alti.
Anche se il numero di principi ecologici espressi nelle descrizioni dei progetti è inferiore a prima, questi principi sono diventati parte integrante della pianificazione. Ma il confronto tra il 2012 e il 2025 evidenzia un’evoluzione ancora più ampia:
“(Si è passati) dall’influenza ecologica marginale sulla forma progettuale del parco all’incorporazione diffusa, spesso paradigmatica, degli EDP come fattori fondamentali della composizione paesaggistica”.
Siamo quindi davanti a un vero e proprio cambio di paradigma, in cui tendenze contemporanee come la rigenerazione ambientale, la resilienza climatica, l’integrazione tecnologica e l’espansione delle dimensioni socio-culturali contribuiscono a un disegno che non mira più soltanto a minimizzare i danni, ma anche a “ripristinare e sostenere attivamente la vitalità dei sistemi viventi”.
C’è però ancora un aspetto da limare per un’integrazione funzionale e che superi un’applicazione superficiale dei principi ecologici: c’è bisogno di un maggiore dialogo tra architetti e scienziati, che permetta lo sviluppo di una base teorica coerente. Il ruolo delle piante autoctone nella promozione della biodiversità, per esempio, rimane ancora dibattuto tra gli scienziati ecologici.
“I principi di progettazione ecologica sono diventati essenziali per plasmare paesaggi resilienti e adattivi. Tuttavia, un ulteriore progresso della progettazione ecologica dipende da una più profonda integrazione tra teoria e pratica, dalla collaborazione interdisciplinare e dall’applicazione contestualizzata”,
conclude l’autrice.
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