L’eredità di Kongjian Yu, dalle “città spugna” alla rivoluzione dei piedi grandi: come l’architettura del paesaggio è diventata arte della sopravvivenza

I parchi di Kongjian Yu sono famosi in tutto il mondo: dal Red Ribbon che accompagna il corso del fiume Tanghe a Qinhuangdao fino ai ponteggi adattativi nelle zone umide dello Zhejiang, gli interventi dello studio Turenscape sono diventati il paradigma con cui confrontarsi – in Cina come nel resto del mondo.
L’eredità dell’architetto e teorico di Jinhua va molto al di là delle tecniche di progettazione: con la sua opera, Yu ha ridefinito il ruolo dell’architettura del paesaggio e codificato un nuovo modo di intendere la bellezza, mostrando come un approccio semplice e rispettoso della natura possa trasformare le città in territori resilienti capaci di rispondere attivamente alle sfide del cambiamento climatico. A partire da una progettazione capace di abbandonare la cosmetica per abbracciare un’estetica dai “piedi grandi”.
Kongjian Yu, l’architetto delle acque
Quando l’aereo sul quale viaggiava è precipitato nella zona rurale di Aquidauana, nel Mato Grosso do Sul, Kongjian Yu si trovava in Brasile per partecipare alla 14a Biennale Internazionale di Architettura di San Paolo. Era il 23 settembre 2025, il giorno in cui abbiamo perso l’architetto e paesaggista cinese che ha gettato le basi per un nuovo modo di intendere la progettazione e la pianificazione urbana. Fondatore dello studio Turenscape e della rivista Landscape Architecture Frontiers, Yu è stato autore di oltre 300 studi e ha supervisionato oltre 1000 progetti in 250 città del mondo, con un focus particolare sulla Cina.
Nel corso della sua brillante carriera, Kongjian Yu ha ricevuto numerosi e preziosi riconoscimenti, tra cui la National Gold Medal of Fine Arts del Ministro della Cultura cinese e due dottorati honoris causa conferiti dalla Norwegian University of Life Sciences e dalla Sapienza Università di Roma. Il contributo di Yu all’architettura del paesaggio va molto al di là della tecnica: parliamo del teorico delle “città spugna”, di un architetto-pensatore che ha rivoluzionato la pianificazione urbana in Cina e influenzato l’adozione, a livello globale, di un nuovo approccio alla progettazione degli spazi verdi. Come spiega Fabio Di Carlo in un articolo apparso su Ri-Vista – Research for landscape architecture:
“Yu è riuscito a mettere a sistema e veicolare in una sintesi chiara, applicabile e trasmissibile, delle molte diverse sperimentazioni in corso dagli anni Novanta all’interno dell’architettura del paesaggio e delle discipline vicine, attraverso un ragionamento sistemico totale e comprensivo, dove le relazioni tra acque, paesaggi, città e consapevolezza sociale, si offrono in una nuova visione unitaria”.
Una visione che ha profonde radici nella prassi. E che nella prassi trova un valore concreto e inestimabile.

Città spugna: tutto inizia dall’acqua
Yu è stato il fondatore e direttore della Graduate School of Landscape Architecture e della Facoltà di Architettura e Architettura del Paesaggio dell’Università di Pechino. I principi della sua ricerca e del suo lavoro sono stati adottati come politica nazionale in Cina nel 2013. Da allora, oltre 70 città hanno implementato le misure suggerite dalla sua filosofia del paesaggio. L’obiettivo è che l’80% di queste città sia in grado di assorbire il 70% delle proprie precipitazioni entro il 2030. Tutto inizia infatti dall’acqua:
“La mia esperienza si basa sulla conoscenza del clima locale e della saggezza della tradizione agraria cinese. La Cina ha un clima monsonico, molto diverso da quello dei Paesi europei. La maggior parte delle città cinesi soffre ogni anno di gravi inondazioni. Sono cresciuto nella campagna dello Zhejiang, che è la regione più tipicamente influenzata dalle caratteristiche del clima monsonico. (…) da bambino mi sono sempre posto domande sulla quantità d’acqua disponibile e su come adattarmi ad essa”,
spiegava in un’intervista del 2023. Nelle campagne cinesi in cui era cresciuto, trovare una risposta alle inondazioni e capire come regolare e utilizzare le risorse idriche nelle diverse stagioni è sempre stato fondamentale per la vita quotidiana. Perciò l’acqua è diventata naturalmente il tema centrale del suo lavoro. Così, all’inizio degli anni Duemila, Kongjian Yu introdusse il concetto di “città spugna”.
Come spiegò egli stesso, le città spugna si basano su tre principi fondamentali: trattenere l’acqua delle precipitazioni, rallentare il suo flusso e accoglierla. In ruscelli, fiumi o corsi d’acqua “si dovrebbe lasciare che l’acqua rallenti il suo corso, non canalizzarla o trascinarla via”, e quando si accumula in un bacino naturale, bisogna “dare all’acqua più spazio invece di costruire muri per contenerla”.
L’ecologia come infrastruttura vitale
All’intersezione tra processi naturali e sistemi urbani, gli ecosistemi idrici dovrebbero avere quattro funzioni: fornire risorse idriche, supportare la vita, avere funzioni di autoregolazione e portare valori estetici e culturali. Secondo Yu, la perdita di queste quattro funzioni non può che portare alla catastrofe: le infrastrutture grigie della civiltà industriale non sono più adatte alle esigenze di un mondo in piena crisi ambientale. Né in Cina né altrove.
Pratiche tradizionali come i terrazzamenti, la conservazione delle zone umide e l’agroforestazione incarnano una profonda comprensione ecologica sviluppata nel corso dei millenni. Queste preziose conoscenze, accantonate per amore del cemento e della rapida industrializzazione in stile occidentale, vanno recuperate e integrate con le scienze moderne. Soltanto così l’umanità potrà prosperare in armonia con la natura. E il ruolo degli architetti del paesaggio può essere cruciale. Come affermò Yu in una delle ultime interviste,
“Finora nessun’altra disciplina è stata in grado di affrontare i problemi ecologici e ambientali, come l’inquinamento e le inondazioni, in modo così integrato e sistematico come l’architettura del paesaggio. Ciò richiede anche che i progettisti del futuro utilizzino la scienza moderna, l’ecologia, per affrontare il rapporto tra uomo e natura e per risolvere i problemi ecologici legati all’acqua. Dobbiamo quindi ridefinire questa disciplina, che io chiamo ‘arte della sopravvivenza’. Non si tratta assolutamente della cosiddetta Arte dei Giardini, né dei giardini di Luigi XIV, né dei giardini di Suzhou, ma del design degli ecosistemi”.
Ed è qui che la filosofia architettonica di Kongjian Yu si fa manifesto politico e sociale. La progettazione del paesaggio, profondamente legata al territorio e alle sue storie, diventa “arte della sopravvivenza”. Un’arte che sfida apertamente l’ethos industriale del dominio sulla natura “sostenendo la sufficienza, la semplicità e l’umiltà” e costruendo un’idea di bellezza profondamente legata alla vita.

La rivoluzione dei piedi grandi: un’idea nuova di bellezza
In un breve testo del 2010, intitolato “The Big-Foot Revolution”, Kongjian Yu espone uno dei concetti cardine della sua filosofia: bisogna passare dall’estetica ornamentale a una bellezza sana, funzionale e vibrante. Bisogna trasformare l’estetica dei “piedi piccoli”, elitaria e violenta, in un’estetica contemporanea dei “piedi grandi”.
“Per più di mille anni, le giovani ragazze cinesi furono costrette a fasciarsi i piedi per potersi sposare con le élite cittadine. I piedi sani e ‘grandi’ erano considerati rustici e rurali. I piedi piccoli, malsani, deformi e urbanizzati, privi di funzionalità e maleodoranti, erano considerati ‘belli’ e urbani”,
si legge nell’articolo. Applicata alla pianificazione urbana, la bellezza dei piedi piccoli è quella che sacrifica la funzionalità in cambio di valori ornamentali e cosmetici: l’urbanistica del piede piccolo, spiega Yu, “è l’arte della gentrificazione e della cosmetica”, è quella che ha legato i piedi naturali con minuscole scarpe alla moda sostituendo i paesaggi disordinati, fertili e funzionali con dighe in cemento, che ha sradicato le robuste piante autoctone per piantare al loro posto fiori ornamentali che “non hanno altra funzione se non quella di compiacere gli esseri umani”.
Quando manca la bontà, viene meno anche la bellezza. Al contrario, secondo Yu, un ecosistema sano e sostenibile è bello a prescindere, perché unisce ecologia, salute e bellezza, creando una connessione profonda e reale tra le persone e la natura. Questo cambio di prospettiva, spiegava l’architetto,
“Richiede un passaggio dal consumismo a una visione del mondo ecocentrica, in cui la prosperità non si misura in base alla ricchezza materiale, ma alla salute ecologica e alla resilienza delle comunità. Immagina gli esseri umani come custodi, non padroni, della terra, che procedono con leggerezza ma con determinazione per ristabilire l’equilibrio e guarire il pianeta”.
L’architettura del paesaggio, questa è forse la più grande eredità di Kongjian Yu, deve liberarsi da un’estetica piccola e superficiale e abbracciare la bellezza profonda, sconfinata e funzionale della natura.
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