Nuove strategie di resilienza per il bacino del fiume Dyje: un progetto europeo propone scenari innovativi per l’adattamento ai cambiamenti climatici

È possibile progettare territori capaci di resistere alla crisi climatica senza sacrificare la biodiversità e l’identità storica? La risposta, oggi più che mai, potrebbe essere nel superamento dei confini disciplinari. Un interessante esperimento accademico ha messo insieme studenti di architettura del paesaggio provenienti da sei università per immaginare il futuro del polder di Přítlucký, un sito di grande valore naturalistico e culturale destinato a subire gli effetti dei cambiamenti climatici.
Approccio interdisciplinare e geodesign per il polder di Přítlucký
Il polder di Přítlucký si trova nella pianura alluvionale del fiume Dyje, vicino ai confini con Austria e Slovacchia. Questo tratto di terra prosciugato (polder, appunto), inserito in un contesto di indubbio valore storico e naturalistico, ha una funzione critica: proteggere l’area dalle inondazioni, che si prevede saranno sempre più frequenti.
Storicamente, il paesaggio della zona era dominato da estese foreste alluvionali e prati umidi. Poi, tra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, vennero costruiti i tre bacini artificiali di Nové Mlýny – pensati per il controllo delle inondazioni, l’irrigazione e le attività ricreative – che modificarono drasticamente lo scenario. Vaste aree di foreste alluvionali e prati naturali finirono sommersi, mentre le zone a valle vennero prosciugate e in parte destinate all’agricoltura.
Molte specie persero i loro habitat naturali, e la biodiversità diminuì sensibilmente. Così, a partire dagli anni 2000, nacquero le aree paesaggistiche protette di Soutok e di Pálava, che insieme al Paesaggio Culturale di Lednice-Valtice, iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1996, rappresentano oggi importanti risorse per la regione, la cui economia locale si concentra sulla viticoltura su piccola scala e sul turismo.
Il polder di Přítlucký ha anche un ruolo strategico nella protezione del territorio, che è destinato a subire un aumento degli eventi alluvionali, perciò è il contesto ideale per testare l’integrazione della tutela del paesaggio con la gestione dei rischi derivanti dai cambiamenti climatici. Uno studio appena pubblicato sulla rivista “Discover Cities” espone i risultati di un interessante progetto che ha coinvolto diversi studenti di architettura del paesaggio, provenienti da sei università dell’Europa centrale, che si sono confrontati con l’applicazione di strategie di resilienza che tenessero conto delle più recenti acquisizioni delle varie discipline che, insieme, danno forma e sostanza alla pianificazione del paesaggio.

Il geodesign e la valutazione dei servizi ecosistemici
Il progetto ha coinvolto quattro team di studenti provenienti da Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania, Austria e Polonia, cui è stato chiesto di applicare un approccio interdisciplinare che tenesse conto dei principi della pianificazione ecologica, della valutazione dei servizi ecosistemici e del concetto di geodesign introdotto da Carl Steinitz, che propone l’uso del territorio su vasta scala attraverso scenari di sviluppo futuro.
Come si legge nel case study sul polder di Přítlucký,
“l’utilizzo di scenari è uno strumento chiave in questo contesto, poiché consente la simulazione di opzioni alternative e il confronto dei loro impatti”.
Un passaggio fondamentale,
“se l’architettura del paesaggio aspira ad andare oltre la progettazione di giardini, parchi e spazi pubblici, verso una pianificazione su scala più ampia e l’adattamento ai cambiamenti climatici”.
La valutazione dei servizi ecosistemici, in un simile contesto, è di particolare importanza poiché – fornendo un quadro di riferimento che integra aspetti naturali, culturali ed economici – permette di valutare l’impatto di specifiche misure e di confrontare diversi scenari di sviluppo. Parliamo del quadro internazionale TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity), lanciato nel 2007 durante il G8+5 Ambiente di Potsdam su proposta della Germania con l’obiettivo di rendere visibile il valore economico dei servizi ecosistemici per integrarlo nei processi decisionali e amministrativi. Per fare un esempio molto semplice e concreto, oltre che calzante con il caso di studio, si pensi alle zone umide, che forniscono protezione e controllo dalle inondazioni permettendo di risparmiare significativamente sulla costruzione di opere di difesa artificiali.
Nel caso di Přítlucký, i ricercatori hanno selezionato 4 servizi ecosistemici e li hanno analizzati e valutati singolarmente: protezione dalle inondazioni, produzione alimentare, biodiversità e attività ricreative e turismo.

Resilienza climatica di una zona a rischio: soluzioni e sfide future
I quattro team hanno elaborato scenari diversi: le soluzioni proposte vanno dalla creazione di zone cuscinetto tra foreste e terreni agricoli da destinare al pascolo equino, alla creazione di canali e nuove zone umide, ma includono anche la conversione di alcune aree collinari in aiuole fiorite e orti comunitari e la modifica delle recinzioni private per favorire il passaggio di piccoli animali.
Come osservano gli autori del case study, pur nelle differenze delle misure proposte emergono cinque temi principali: 1) Biodiversità e connettività degli habitat, 2) Risposta alle problematiche di gestione delle risorse idriche, 3) Integrazione tra agricoltura ed ecologia, 4) Funzione ricreativa ed educazione e 5) Superamento delle barriere fisiche. L’approccio incentrato sulla valutazione dei servizi ecosistemici, pur limitato a soli 4 SE, ha permesso di mostrare con esempi concreti come le misure pianificate avrebbero influito su ciascun singolo servizio ecologico:
“In questo modo, è stato possibile implementare nel processo di progettazione un pensiero sistemico e una sensibilità al potenziale e alle condizioni del luogo”,
si legge nello studio. Ed è qui che emerge un certo conflitto strutturale che è forse l’acquisizione più forte di questa sperimentazione accademica:
“I modelli didattici mirano a simulare le condizioni di pianificazione del mondo reale, ma inevitabilmente faticano a cogliere la complessità dei vincoli burocratici, dei conflitti di interesse e della fattibilità economica”.
Se da un lato è fondamentale che gli studenti siano preparati ai processi decisionali e negoziali, dall’altro la pratica professionale troverebbe giovamento dall’integrazione di processi di collaborazione interdisciplinare informati dall’apprendimento scenario-based.
“Preparare i futuri professionisti a lavorare in modo creativo e sistemico non è solo un obiettivo educativo, ma anche una necessità sociale nell’era dei cambiamenti climatici”,
concludono gli autori.
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