Il paesaggio come risorsa evolutiva e custode della memoria collettiva: un’infrastruttura vivente capace di rispondere alle sfide del futuro

I paesaggi rurali europei sono il risultato di un dialogo tra uomo e ambiente che è iniziato secoli fa e che contiene molte più risposte di quelle che sembra custodire. Conoscenze e pratiche tradizionali costituiscono una stratificazione di saperi ecologici locali che danno forma a un’infrastruttura resiliente, capace di mitigare i rischi derivanti dall’abbandono delle terre e dalla perdita di biodiversità.
Quelle che possono sembrare innocue distese di campi, in realtà, vegliano su una memoria collettiva che non è soltanto patrimonio culturale, ma anche la tecnologia più avanzata per affrontare le sfide climatiche di domani.
I paesaggi rurali come patrimonio storico
175 milioni di ettari, quasi il 40% del territorio dell’Unione Europea: è l’estensione delle aree rurali nel Vecchio Continente. Il settore agro silvo pastorale, qui, ha modellato il paesaggio più di ogni altra attività:
“Diversa in ogni luogo, l’agricoltura ha modificato l’assetto ecologico, l’ambiente, la cultura, la storia, la politica e l’economia e, a sua volta, ne è stata influenzata. I paesaggi rurali, prodotti della co-evoluzione tra uomo e risorse, riflettono molto bene la storia d’Europa, costituiscono il nostro patrimonio collettivo”,
si legge nell’opuscolo IFLA (International Federation of Landscape Architects) Europe dedicato ai paesaggi agricoli, pubblicato nel 2021.
I paesaggi agro-culturali europei, in effetti, hanno preso forma nel corso dei secoli, e continuano a modificarsi sotto la spinta di tendenze storiche che li legano strettamente all’evoluzione delle comunità e degli ecosistemi umani. Secondo gli architetti paesaggisti europei, questo legame rappresenta un patrimonio di importanza globale che dev’essere conservato, promosso e lasciato evolvere. I paesaggi rurali, infatti, sono sistemi viventi intrisi di una memoria collettiva che è una risorsa imprescindibile per la loro resilienza – ovvero: per la loro capacità di assorbire i mutamenti ecologici e demografici.
La FAO ha già designato oltre 100 Globally Important Agricultural Heritage Systems (GIAHS), “sistemi di patrimonio vivente abitati da comunità che mantengono un rapporto complesso con il loro territorio”. I GIAHS sono caratterizzati da una notevole agrobiodiversità, conoscenze tradizionali, culture di inestimabile valore e paesaggi gestiti in modo sostenibile da agricoltori, pastori, pescatori e comunità in maniera tale da garantire il loro sostentamento e la sicurezza alimentare. I terrazzamenti e i muretti a secco che avvolgono la coltura degli ulivi secolari in Italia, l’Horta di Valencia e la gestione collettiva dei pascoli di Barroso, in Portogallo, sono esempi emblematici di questo patrimonio.

Modernità contro gestione tradizionale: lo studio in Spagna
L’approccio individuato dalle Nazioni Unite e accolto dai paesaggisti europei identifica i paesaggi rurali come attori chiave per la mitigazione climatica: le pratiche agricole tradizionali, fondate su una profonda conoscenza del territorio, sono anche modelli di efficienza energetica e gestione delle risorse idriche; la conoscenza del suolo e le declinazioni consuetudinarie delle attività produttive sono alla base di una sostenibilità capace di evolvere insieme al paesaggio garantendo mezzi di sussistenza e benessere alle comunità custodi dei territori.
Eppure, i paesaggi rurali europei sembrano non riuscire ad assorbire le pressioni di una modernità che chiede abbandono delle campagne, omologazione delle colture e una quantità sempre maggiore di risorse naturali da destinare allo “sviluppo”. L’impatto di questa rapida disgregazione, così macroscopico da essere visibile a occhio nudo in tutto il continente, è anche supportato da evidenze scientifiche. Uno studio pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Landscape Ecology ha analizzato la situazione a Pino del Oro, un comune spagnolo nella comunità autonoma di Castiglia e León che nel 2020 contava meno di 200 abitanti. Il villaggio, situato sul sistema di canyon del fiume Duero, si configura storicamente come un insediamento agro-silvo-pastorale di sussistenza.
Come il resto della Spagna rurale, anche Pino del Oro ha iniziato a mutare drasticamente con lo spopolamento iniziato negli anni Sessanta (e ancora in corso). Come si legge nello studio:
“Sebbene alcuni residenti rimasti continuino a coltivare la terra e ad allevare il bestiame, il loro numero è notevolmente inferiore e la popolazione è più anziana. Con l’abbandono del paesaggio e il calo demografico, si è assistito anche a una graduale perdita del patrimonio di conoscenze e competenze relativo all’uso e alla gestione sostenibile del paesaggio agro-silvo-pastorale”.
Con quali conseguenze?
La percezione del paesaggio rurale: una questione identitaria
Oggi la regione del canyon del Duero è stata dichiarata parco naturale, e l’intero territorio di Pino del Oro fa parte della Riserva della Biosfera di Meseta Iberica. La peculiarità naturalistica della zona è ben riconosciuta, ma questo sembra non riuscire a frenare il dilavamento di una cultura pratica che si va perdendo tra riforme agrarie, monocolture e incendi boschivi.
La ricerca di Kyle P. Hearn e Nora Fagerholm permette di osservare il problema da una prospettiva interessante poiché integra i dati storici con le sfide future della sostenibilità, ma soprattutto perché prende in considerazione la dimensione percettiva del paesaggio e dei suoi mutamenti, dando voce alle persone che l’hanno vissuto e che lo vivono quotidianamente.
Le interviste ai locali hanno fatto emergere quattro mutamenti critici: la perdita di specie selvatiche e l’introduzione di specie invasive (anche in seguito alla creazione del parco naturale nel 2002); l’abbandono della vegetazione seminaturale, che oggi cresce in maniera incontrollata; il ruolo storico degli animali da pascolo e il loro declino; la scomparsa delle coltivazioni e la frammentazione dei fondi agricoli.
“In passato c’era pochissima legna da ardere perché la si usava spesso. Ora c’è più vegetazione. Ora c’è tanta terra inutilizzata”,
afferma un intervistato. Lo spopolamento (insieme all’arrivo delle stufe a butano) ha lasciato sul campo vegetazione arbustiva e boschi che si espandono su quello che resta dei terreni un tempo utilizzati. Risultato: nel 2017, un grosso incendio ha bruciato gran parte di questa vegetazione di nuova crescita. L’abbandono delle pratiche tradizionali non riguarda soltanto l’impoverimento culturale: la perdita dei sentieri antichi e dei pascoli ha reso il territorio molto più vulnerabile agli incendi. È per questo che la sostenibilità futura non può prescindere dalla tutela di un patrimonio storico che conosce risposte radicate nella terra e nei secoli.
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