Architettura come trasformazione: i vincitori del premio internazionale che celebra il design responsabile, innovativo e votato alla sostenibilità

Il Global Award for Sustainable Architecture ha annunciato i vincitori della sua 19ª edizione, dedicata al tema “Architecture Is Transformation”. La cerimonia di premiazione si è svolta lo scorso 15 aprile alla Mimar Sinan Fine Arts University di Istanbul, nell’ambito di un simposio internazionale organizzato in collaborazione con Saint-Gobain.
Fondato nel 2006 da Jana Revedin, architetta, ricercatrice e docente, il riconoscimento seleziona ogni anno cinque figure tra architetti, urbanisti e paesaggisti il cui lavoro esprime un approccio responsabile, innovativo e impegnato nei temi della sostenibilità.
Global Award for Sustainable Architecture: l’architettura è trasformazione
Fondato nel 2006 dall’architetta e ricercatrice Jana Revedin, il Global Award for Sustainable Architecture premia ogni anno cinque architetti, urbanisti o paesaggisti il cui lavoro incarna un approccio “responsabile, innovativo e impegnato alla sostenibilità”. Posto sotto il patrocinio dell’UNESCO dal 2011 e sostenuto dall’Unione Internazionale degli Architetti (UIA) dal 2024, il premio intende valorizzare i progetti che trasformano l’ambiente costruito rispondendo con efficacia e concretezza alle urgenze sociali, ambientali e culturali del nostro tempo.
Affermatosi negli anni come punto di riferimento globale, il premio ha oggi superato i confini del semplice riconoscimento per diventare uno spazio di riflessione e azione, che riunisce una comunità internazionale di professionisti impegnati sul fronte della sostenibilità e dell’innovazione architettonica.
Il tema di questa 19esima edizione era “L’architettura è trasformazione”:
“Nel 2026, con questo tema, voglio affermare la capacità dell’architettura di agire sui territori e sulle dinamiche sociali come una vera leva per il cambiamento”,
ha affermato Jana Revedin annunciando i 5 vincitori del 2026. Gli approcci premiati, ha spiegato, incarnano strategie adattive e innovative, posizionando la progettazione,
la costruzione e l’urbanistica come catalizzatori di una trasformazione sostenibile, radicata nei contesti locali, nelle risorse materiali e nella vita della comunità.

I 5 vincitori dell’edizione 2026
Per l’edizione 2026, la Giuria ha deciso di premiare “l’impegno, la coerenza di approccio e l’impatto politico e sociale dei progetti vincitori”. Il lavoro dei cinque architetti e team internazionali selezionati, sottolineano i giurati, rappresenta bene il potenziale dell’architettura come vettore di trasformazione sostenibile. I loro progetti dimostrano come l’architettura possa influenzare simultaneamente territori, risorse, usi e dinamiche sociali.
Il premio, consegnato durante una cerimonia tenutasi alla Mimar Sinan Fine Arts University di Istanbul, è andato quest’anno a Ye Man, fondatrice dello studio cinese ZSYZ, a Doan Thanh Ha, tra i fondatori dello studio vietnamita H&P Architects, ai messicani Loreta Castro Reguera e José Pablo Ambrosi di Taller Capital, ad Amelia Tavella (Amelia Tavella Architects) e ad Andreas Kipar, co-fondatore dello studio italo-tedesco LAND.
Ye Man: eleganza come purificazione
L’approccio di Ye Man, secondo la Giuria, è una reinterpretazione contemporanea del principio modernista di Eugenia Errázuriz:
“Purificare, purificare, purificare sempre: eleganza significa eliminazione”.
La sua architettura, spiegano, cerca di semplificare, raffinare e ridurre l’impatto ambientale, ricollegandosi alla saggezza costruttiva cinese, che sceglie il legno come materiale da costruzione in forza della relazione simbiotica tra uomo e albero. Ye Man, non a caso, propone un’architettura prefabbricata in legno biodegradabile, reversibile e basata sui tradizionali incastri a tenone e mortasa, che vengono combinati con tecnologie all’avanguardia.
I suoi progetti – come la Qian Tong House nel distretto di Ninghai, ispirata all’artigianato tradizionale, e il Naya Village nella contea di Chengmai – sono il risultato di un paziente lavoro su prototipi sperimentali, sempre attenti allo spirito del luogo, alle usanze locali e ai principi dell’economia circolare.
Il suo lavoro, conclude la Giuria, incarna perfettamente i valori di adattabilità, rigenerazione e responsabilizzazione, dimostrando come “fare di più con meno” possa diventare un atto consapevole di resistenza costruttiva ed ecologica.

Doan Thanh Ha, il valore della semplicità
L’architettura di Doan Thanh Ha si inserisce in una ricerca dell’essenziale che riecheggia il principio di Heinrich Tessenow, pioniere dell’architettura riformista degli anni Venti:
“La forma più semplice non è sempre la migliore; ma la forma migliore è sempre semplice”.
Nelle parole della Giuria, il suo lavoro si basa sulla filosofia CAN (Cultura, Architettura, Natura). Nei suoi progetti, come l’S Space a Dong Van Town, nella provincia vietnamita Ha Nam, o il celebre Ngoi Space ad Hanoi, queste tre dimensioni sono inseparabili: “Tutte devono nutrire e sviluppare lo spirito umano, per creare una forma di sostenibilità spirituale”.
Con il suo studio H&P Architects, Doan Thanh Ha sostiene un’architettura radicata nel contesto e che tenga in piena considerazione gli abitanti del luogo, fondata sul rispetto delle identità locali e attenta agli equilibri culturali. La sua pratica, sottolinea la Giuria del Global Award for Sustainable Architecture, concilia modernità, tradizione, attenzione al clima e promozione del patrimonio immateriale. Innovazione, transdisciplinarità, adattabilità e rigenerazione sono i concetti che meglio descrivono il suo approccio all’architettura, che rivela una visione profondamente umanista.
Taller Capital e l’ecologia urbana
Per Taller Capital, si legge nel parere della Giuria, la città deve riconnettersi con l’acqua in modo armonioso. E quel che è stato premiato, qui, è l’approccio metodico e scientifico nell’utilizzare l’architettura e il design come strumenti per “riparare la città in rovina”, quasi citando il concetto di ecologia urbana del Bauhaus. Il loro lavoro, affermano i giurati, affonda le radici in una realtà paradossale: in Messico, le città si trovano ad affrontare sia la scarsità d’acqua che le inondazioni.
Una tensione che si trasforma in forza creativa:
“Il nostro obiettivo è ripristinare la presenza dell’acqua in città non come semplice elemento decorativo, ma come paesaggio e struttura urbana in grado di trasformare
gli usi quotidiani”.
La loro visione di pianificazione urbana, basata su infrastrutture idriche sostenibili, contribuisce a costruire una cultura dell’acqua e a ripensare il rapporto tra residenti e risorse. Secondo la giuria, le opere di Taller Capital – come l’invaso di Xolox, che contiene le inondazioni e funge da serbatoio per l’acqua piovana per i campi agricoli circostanti – illustrano in modo efficace i valori di adattabilità e rigenerazione, dimostrando una profonda comprensione delle risorse visibili e invisibili di ogni sito.

Amelia Tavella, un’architettura organica e sensuale
L’architettura di Amelia Tavella incarna con forza la riconciliazione tra spazio e tempo (patrimonio e sostenibilità), ma anche la bellezza dell’architettura trasformativa. Come lei stessa ha affermato,
“La mia isola, la Corsica, mi ha insegnato la luce, i colori e le pendenze. Mi ricorda che nessuna creazione ha senso senza etica, che la storia è il fondamento del presente”.
Considerando gli edifici come esseri viventi il cui involucro è una pelle, Tavella tesse una connessione sensoriale tra materiali, tracce e stratificazioni del tempo e propone una visione dell’architettura emotiva, sensuale e organica.
La giuria ha elogiato il suo approccio profondamente attento, saldamente radicato nella realtà, che soddisfa pienamente i criteri di innovazione, transdisciplinarità e adattabilità. Il suo modo di costruire, reversibile e rispettoso, “pone le basi su cui si potranno costruire le visioni future“.
Andreas Kipar, la città e la memoria collettiva
Il lavoro di Andreas Kipar e del suo studio di architettura LAND (Landscape Architecture Nature Development), con sede a Milano, si allinea al concetto di città analogica di Aldo Rossi, che collega architettura, psicologia e memoria collettiva.
Da decenni, sottolinea la Giuria, Andreas Kipar trasforma aree industriali dismesse, terreni inquinati e territori abbandonati in nuove oasi sociali, ecologiche e culturali. Per lui, la rivitalizzazione dei paesaggi è un passo fondamentale per rispondere alla crisi climatica:
“Riabilitare i paesaggi è essenziale per ridurre le emissioni, migliorare la biodiversità e creare comunità più resilienti”.
Tra i motivi che gli sono valsi il premio di quest’anno spiccano il suo attivismo costante, il rigore paziente del suo approccio e la sua capacità di concepire “opere aperte”,
in cui comunità umane e ambienti naturali convergono in una dinamica condivisa di dignità e appartenenza.
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