Non soltanto è buono da mangiare, ma il guscio dell’invasivo crostaceo potrà diventare una materia prima decisiva per molti settori industriali

Sapevamo che del maiale non si butta via niente e sapevamo anche che la polpa del famigerato granchio blu è buona da mangiare.
Adesso scopriamo che anche il guscio di quest’ultimo può diventare una risorsa importante.
Lo conferma un team di ricercatori dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha recentemente brevettato la possibilità di trasformare la chitina, un biopolimero di cui è incredibilmente ricco proprio il guscio del granchio blu, in nanomateriali intelligenti.
Essi hanno proprietà funzionali utili in diversi campi di applicazione, che spaziano dalla biomedicina, al packaging biosostenibile, fino al restauro e alla conservazione di materiale scrittorio.
Il granchio blu è originario delle coste occidentali dell’Oceano Atlantico, da quella americana fino all’Argentina, e alberga lungo l’intero litorale del Golfo del Messico.
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Una della specie aliene più invasive nel Mediterraneo ed enorme sfida per l’industria ittica
Attualmente è considerato una della specie aliene più invasive nel Mediterraneo e rappresenta un’enorme sfida per l’industria ittica.
La sua presenza ha creato una vera e propria emergenza per i danni che produce all’attività dei pescatori, perché taglia le reti da pesca con le chele, si ciba degli avannotti (i piccoli dei pesci) e distrugge gli allevamenti di molluschi come cozze e vongole, di cui pare estremamente ghiotto.
La sua pesca “difensiva” non trova però adeguati sbocchi commerciali, se non per quella minima parte destinata alla ristorazione.
Ma, visto che la chitina è presente in grandi quantità proprio nel guscio del granchio blu, gli sviluppi potrebbero essere molto interessanti.
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Università di Ca’ Foscari in prima linea per isolare la chitina e nanomateriali intelligenti
Il team di ricerca dell’Università di Ca’ Foscari autore del brevetto, composto da Claudia Crestini, Professoressa di Chimica Generale e Inorganica, Matteo Gigli, docente di Fondamenti Chimici delle Tecnologie, e dal dottorando Daniele Massari del Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi, in collaborazione con la professoressa Livia Visai e la dottoressa Nora Bloise dell’Università di Pavia, sta attualmente concentrando i propri sforzi sull’isolamento della chitina.
La volontà è quella di trasformare così la crisi causata dall’invasione del granchio in un’opportunità scientifica, tecnologica ed economica senza precedenti.
Questa iniziativa potrebbe aprire nuove prospettive per l’industria e la ricerca in un settore in continua evoluzione.
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Claudia Crestini e Matteo Gigli: “Nuove prospettive nell’ambito della tecnologia dei materiali”
Dal punto di vista chimico, la chitina è un polisaccaride costituito da unità di glucosio contenenti funzionalità ammidiche, e risulta del tutto biocompatibile.
La professoressa Crestini e il professor Gigli, pressoché all’unisono, hanno spiegato che attraverso il loro processo, recentemente brevettato, “sono in grado di isolare e modificare chimicamente una frazione nanocristallina della chitina, un polimero completamente naturale”.
E ancora: “Questo processo è altamente scalabile a livello industriale e offre una vasta gamma di possibilità di produzione. Le nanostrutture risultanti sono state impiegate per sviluppare materiali con caratteristiche straordinariamente innovative, aprendo la strada a nuove prospettive nell’ambito della tecnologia dei materiali”.
Varrà pertanto la pena approfondire in futuro le opportunità generate da questo brevetto dell’équipe di studio dell’ateneo veneziano.
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I protagonisti della ricerca scientifica dovranno coinvolgere gli imprenditori dell’innovazione
Si tratta di opportunità che potranno diventare realtà se i protagonisti della ricerca scientifica saranno in grado di coinvolgere gli imprenditori interessati all’innovazione.
In particolare le piccole imprese, quelle il cui numero di addetti oscilla fra 10 e 50, sono partner dinamici in grado di dare risposte tempestive, ma hanno bisogno di “vedere” più spesso i ricercatori in azienda per riuscire nel compito più difficile: fare squadra per mettere in pratica strategie di crescita sostenibile.
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